Il lamento della Festa della Mamma \ The lament for Mother’s Day

Il lamento della Festa della Mamma

Domani sarà nuovamente la seconda domenica di maggio.

Per moltə di voi non vorrà dire niente di speciale, per altrə sarà una giornata di festeggiamenti gioiosi, ma per me sarà sicuramente un momento difficile che mi avvolge in un drappo bagnato e freddo di sofferenza e frustrazione. 

Purtroppo, anche se anche avessi desiderato dimenticarmene, sarebbe stato davvero impossibile! 

Da più di una settimana non si sente parlare d’altro in radio, in Tv, nelle vetrine dei negozi, sui volantini pubblicitari e persino tra la gente che cammina a distanza portando sottobraccio grandi mazzi di fiori e piccoli pacchettini colorati.

“Buona Festa della Mamma” dicono le voci che sembrano rincorrermi da ogni direzione, sottolineando ancora e ancora quanta gratitudine e riconoscenza si debba nei confronti della propria madre. 

A chi deve vendere qualche regalino in fondo non importa che rapporto una persona possa avere con sua madre: se sia viva, morta, esistente, inesistente, fuggita, andata, presente, troppo presente… 

E così, come ogni seconda settimana di maggio da quindici anni a questa parte, respiro, chiudo gli occhi, passo oltre e mando avanti con il fast forward tutte le immagini che iniziano a passarmi per la mente e le sensazioni troppo pesanti da affrontare ed ingoiare. 

Dicono che l’amore della mamma sia unico, puro ed incondizionato e per questo mi chiedo se quello non fosse davvero il suo modo di amarmi, forse l’unico che conosceva e che conosce ancora, un alternarsi di amore ed odio che non mi dava mai il tempo di rilassarmi, di sentirmi al sicuro o semplicemente capace di razionalizzare quei comportamenti totalmente incoerenti.

Un minuto eravamo migliori amiche e andavamo allegramente a fare spese insieme, il minuto dopo ero antipatica, ingrata e saccente. 

Un momento eravamo alleate contro quel mondo infame che ce l’aveva sempre con lei e un momento dopo ero io stessa il nemico che la rendeva nervosa e insofferente.  

Qualche volta ero quella intelligente e simpatica, ma per la maggior parte del tempo ero quella che si doveva curare, che non sapeva consolarla e aiutarla, che non si ergeva sua paladina e non le risolveva i problemi esistenziali.

Per tutta la vita ho pensato che fosse questo il vero amore, l’amore incondizionato del quale tanto sentivo parlare a scuola, a catechesi, nei film che guardavo per istruirmi sulle emozioni umane, ma la verità è che non sapevo affatto distinguere tra amore ed odio e di conseguenza li mescolavo continuamente in entrata ed uscita. 

Per un tempo lunghissimo e straziante ho pensato di essere io quella sbagliata, cattiva, disgraziata e senza spina dorsale, ma poi ho capito che non ero io quella che amava ed odiava alternativamente: era sé stessa.

E questo sentimento confuso è ancora presente nei messaggi telegrafici che mi manda durante le festività, nei puntini di sospensione per chiudere lasciando aperta la conversazione, nelle pretese di riconciliazione senza alcuna ammissione di colpa o di responsabilità e nella convinzione che la distanza sia migliore rispetto a qualsiasi confronto. 

Questa era la visione di vita che hanno sempre condiviso i miei genitori, quella con la quale sono cresciuta e che mi ha impedito di vivere tante emozioni ed esperienze. 

Un cumulo di incongruenze che mi hanno mandata in tilt, mettendo in crisi il mio sistema di osservazione e catalogazione della realtà, ma che mi è servito per capire che niente sarebbe stato facile come lo raccontavano quei film che io pensavo fossero i miei maestri di vita. 

Domani è domenica, e poi tutto passerà.

Almeno per un altro anno. 


The lament for Mother’s Day

Tomorrow will be the second Sunday of May, again.

For many of you, it will not mean anything special, for others it will be a day of joyful celebration, but for me, it will surely be a difficult moment that envelops me in a wet and cold cloth of suffering and frustration.

Unfortunately, even if I had wanted to forget it, it would have been really impossible!

For more than a week we have not heard of anything else on the radio, on TV, in shop windows, on advertising flyers, and even among people walking at a distance carrying large bouquets of flowers and small colorful packages under their arms.

“Happy Mother’s Day,” says the voice that seems to run after me from every direction, underlining again and again how much gratitude and love we owe to our own mother.

After all, whoever has to sell a gift does not care what relationship a person may have with its mother: whether she is alive, dead, existing, non-existent, fled, gone, present, too present …

And so, like every second week of May for fifteen years now, I breathe, close my eyes, step over and fast forward all the images that begin to pass through my mind and the sensations that are too heavy to face and swallow. 

They say that mother’s love is unique, pure, and unconditional and for this reason, I wonder if that was not really her way of loving me, perhaps the only one she knew and still knows, an alternation of love and hate that did not give me time to relax, to feel safe or simply able to rationalize those totally incoherent behaviors. 

One minute we were best friends and happily going shopping together, the next minute I was unpleasant, ungrateful, and know-it-all. One moment we were allies against that infamous world that was always angry with her and a moment later I was myself the enemy that made her nervous and impatient. 

Sometimes I was the smart and nice one, but most of the time I was the one who had to be treated, who didn’t know how to console and help her, who didn’t stand up as her champion and didn’t solve her existential problems. 

For most of my life, I thought this was true love, the unconditional love that I heard so much about in school, in catechesis, in the films I watched to educate myself on human emotions, but the truth is that I didn’t know at all to distinguish between love and hate and consequently I constantly mixed them inward and outward.

For a very long and heartbreaking time, I thought I was the wrong, bad, wretched, and spineless one, but then I realized that I wasn’t the one who she loved and hated alternately: it was herself.

And this confused feeling is still present in the telegraphic messages she sends me during the holidays, in those three dots leaving the conversation open, in the claims of reconciliation without any admission of guilt or responsibility, and in the belief that the distance is better than any confrontation. 

This was the vision of life that my parents have always shared, the one with which I grew up and which prevented me from living so many emotions and experiences. 

A heap of inconsistencies which sent me into a tailspin, putting my system of observation and cataloging of reality in crisis, but which helped me to understand that nothing would be as easy as those films that I thought were my masters of life.

Tomorrow is Sunday, and then everything will pass, at least for another year.