Io sono qui \ I am here

Io sono qui

È così facile ricordare i momenti belli e sereni, rivedere un sorriso, apprezzare un gesto gentile, mi ci aggrappo sempre con tutte le forze che ho in corpo e custodisco quelle sensazioni nella mente nascondendole in un luogo accessibile, un canale preferenziale dove poterle trasmettere senza sosta ogni qualvolta io senta il bisogno di ubriacarmi con esse.
Intanto i momenti brutti, che sono di gran lunga maggiori, hanno già scalfito il cuore, si sono da tempo infiltrati in tutto il sistema vitale ed hanno scavato gallerie segrete, così viscerali da rendere impossibile la loro completa mappatura.

Pertanto, la mente smette di cercarli, si stanca, dimentica, passa oltre, scorre velocemente le immagini dolorose e ritorna ad appigliarsi alle sfavillanti visioni dei bei ricordi, ignorando quei parassiti impietosi che continuano a diffondersi e nascondersi, creando colonie di sofferenza, sensi di colpa e tristezza pronte ad attaccare in qualsiasi momento.
Ed è proprio mentre sono assorta in quella pace illusoria, che basta un messaggio o uno squillo di una telefonata per farmi sobbalzare tutto il corpo e sentire l’esercito dei brutti ricordi attaccare ogni cellula del mio corpo e sconvolgere l’impalcatura di certezze che stavo lentamente costruendo.

Oggi, una persona molto saggia, mi ha detto che per guarire serve uno strappo. Ed ora ho capito cosa intendesse.
Non si può sperare di prendere amorevolmente queste sanguisughe una ad una, invitandole gentilmente ad andarsene. No, non è così che funziona.
Quando il dolore e soprattutto il senso di colpa sono così ancorati, si devono strappare via ed accettare la ferita che ne conseguirà.
Con il trauma non esiste una via semplice, indolore e senza conseguenze, per superare certe cose ci vuole un grande balzo, un enorme atto di fede nelle proprie capacità di guarigione e di recupero e uno sguardo d’insieme ampissimo, perché solo guardando oltre si può sperare di uscirne.
Loro sono fortissimi, pieni di forza, nutriti da anni di abnegazione e vagheggiamento; io invece sono debole, alimentata solo da gocce di felicità che fingevano di saziarmi completamente. 

Ma ora lo so. È lo strappo, è la corsa finale, è la liberazione totale quello che conta, sono la forza ed il coraggio di guardare i bei momenti per ciò che sono e ricordare quelli brutti senza paura.

Io sono qui. Loro sono passati. Loro sono il passato. 


I am here

It is so easy to remember all the beautiful and serene moments, to see a smile over and over again, to appreciate a kind gesture, I always cling to these kinds of illusions with all the strength I have in my body and I keep those feelings in my mind by hiding them in an accessible place, a preferential channel where they can be transmitted without interruptions whenever I feel the need to get drunk with them.
Meanwhile, the bad moments, which are far greater, have already scratched the heart, they have infiltrated the entire vital system and have dug secret tunnels, so visceral as to make their complete mapping impossible.

Therefore, the mind stops looking for them, gets tired, forgets, passes by, quickly runs through the painful images, and returns to cling to the glittering visions of good memories, ignoring those merciless parasites that continue to spread and hide, creating colonies of suffering, sense of guilt and sadness ready to attack at any moment.
And it is precisely while I am absorbed in that illusory peace, that a message or a ring of a phone call is enough to make my whole body jump and feel the army of bad memories attack every cell of my body and upset the scaffolding of certainties that I was slowly building.

Today, a very wise person told me that to heal you need a tear. And now I understand what she meant.
One cannot hope to lovingly take these leeches one by one, gently inviting them to leave. No, that’s not how it works.
When the pain and especially the guilt are so anchored, they have to be tear away and I must accept the wound that will follow.
With trauma, nothing is simple, painless and without consequences, to overcome certain things it takes a great jump, a huge leap of faith in one’s own healing and recovery abilities and a very broad overview because only by looking beyond it is possible to hope to get out of it.
They are very strong, full of strength, nourished by years of self-denial and longing; I, on the other hand, am weak, fed only by drops of happiness that pretended to fill me completely.

But now I know. It is the tear, it is the final race, it is total liberation what counts, it is the strength and courage to look at the good times for what they are and remember the bad ones without fear.

I am here. They have passed. They are the past.

Lo senti? \ Can you feel it?

Lo senti?

“Lo senti?”
“No, non lo sento.”
“Ne sei sicur*?”
“Sì, davvero. Io non lo sento.”

Un tuffo al cuore. Un sussulto. Senso di smarrimento.
Mi rimetto in ascolto. 
Ed è ancora lì… Io lo sento.

E non importa che si tratti di un suono, di un odore, di una cosa che vedo, che tocco o che assaggio, in ogni caso, sono sola con le mie percezioni.
Qualche rara volta capita che mi si dica: “ah, adesso lo sento anch’io!”, ma è appunto un evento infrequente, una piccola consolazione, l’eccezione che conferma la solitudine che provo ogni qualvolta io stia viaggiando nel mio mondo sensoriale. 
Con il tempo ho imparato ad accettare il fatto che certe cose le avrei sempre vissute da sola, che non avrei ottenuto le conferme che cercavo, che talune domande non avrebbero mai avuto una risposta, ma ci sono stati anche tanti momenti di sconforto che mi hanno fatto mettere in dubbio la mia stessa sanità mentale. 
Perché quando mi suggerivano di non farci caso, io non ci riuscivo? Perché non sapevo, potevo o volevo isolare quella cosa e metterla via, come se non ci fosse mai stata? E’ forse perché non sono abbastanza forte, abbastanza brava, abbastanza furba? E’ questo? 

La verità è che, purtroppo, quando un odore arriva come un’onda violenta e mi trafigge il naso, facendomi lacrimare gli occhi, non è facile “metterlo via” rapidamente. Quando una luce acceca i miei occhi e mi impedisce di guardare avanti, non è più possibile muovermi con sicurezza. Quando un sapore mi stordisce le papille gustative, stringendomi lo stomaco, non è semplice ingoiare il boccone. Quando un suono mi martella nella testa tormentando i miei pensieri, non posso eluderlo elegantemente. Quando la mia pelle percepisce una consistenza fortemente sgradevole e lo vive come un terribile attacco esterno, non posso evitare di combattere per liberarmene.  

Io lo sento. 

Sempre. Ogni giorno. Costantemente. 


Can you feel it?

“Can you feel it?”
“No, I can’t.”
“Are you sure?”
“Yes, really. I can’t feel it.”

My heart sank. A gasp. Sense of loss.
I go back to listening.
And it’s still there… I can feel it.

And it doesn’t matter whether it’s a sound, a smell, something I see, touch, or taste, in any case, I’m alone with my perceptions.
Sometimes it happens that people say to me: “Oh, now I can feel it too!”, But it is indeed an infrequent event, a small consolation, the exception that confirms the loneliness I feel whenever I am traveling in my sensory world.
Over time I learned to accept the fact that I would always experience those things alone, that I would not get the confirmations I was looking for, that some questions would never have an answer. 
And, I must accept that there were also many moments of despair that have made me question my own sanity, and probably there will still be.
Why when they told me not to notice it, I couldn’t? Why did I not want or could isolate that thing and put it away, as if it had never been there? Is it because I am not strong enough, good enough, smart enough? Is it?

Unfortunately, truth is that when a smell comes like a violent wave and pierces my nose, making my eyes water, it’s not easy just “to put it away” quickly. When a light blinds my eyes and prevents me from looking ahead, it is no longer possible to move with confidence. When a flavor stuns my taste buds, tightening my stomach, it is not easy to swallow the bite. When a sound hammers in my head and torments my thoughts, I cannot elegantly evade it. When my skin feels a highly unpleasant texture and experiences it as a terrible external attack, I can’t help but fight to get rid of it.

I can feel it. I still can.

Always. Everyday. Constantly.