Un posto sicuro \ A safe place

Un posto sicuro

Se dovessi pensare ad un posto dove ti senti al sicuro, quale sarebbe?

Per me è sempre stato tra le pagine di carta di un libro, meglio se grosso, così da potermi creare un tetto spesso tra le dita e mille idee in testa per tenermi occupata.

Non ci sono difetti sensoriali nella carta. Per me è perfetta in tutto, persino nella sua precisione ? analitica nel tagliarmi ogni volta che sbaglio l’approccio alla pagina.
La carta nuova profuma di fresco, è una sensazione che mi innalza e che mi fa pensare sempre ai nuovi inizi.
I libri della biblioteca invece sanno di storia. Il loro profumo mi pare acido, deciso, ma anche avvolgente, mi ricorda il tabacco ed il caffè, con un misto di casa della nonna. Questi odori vissuti mi portano più verso l’interno, facendomi riflettere sul passato e sulla storia di chi ha prima scritto e poi di chi ha successivamente toccato quel libro.

Carta lucida, carta riciclata, gialla, bianchissima, fina, ruvida… non importa. Potrei passarci sopra le dita per ore e sentire con piacere quel suono sottile e quasi impercettibile delle pagine che si girano e che poi si appoggiano l’una sopra l’altra.
Qualche volta mi è persino capitato di mangiare della carta, o meglio, di masticarla. E devo dire che non è male, anche se decisamente preferisco la cioccolata.

E poi, le parole. Segni che solo a guardarli mi incantano completamente. Quante volte ho preso in mano libri in lingue che nemmeno capivo solo per seguire il movimento di quelle righette, ondine, sbaffetti e tracce di messaggi apparentemente indecifrabili?

Qui, tra i libri, è tutto perfetto, sicuro e libero.


A safe place

If you had to think of a place where you feel safe, what would it be?

For me, it has always been between the paper pages of a book, preferably a big one, so that I can create a thick roof between my fingers and a thousand ideas in my head to keep me busy.

There are no sensory flaws in the paper. It is perfect in everything, even in its precision analytic in cutting myself every time I make a mistake in approaching the page. The new paper smells fresh, it is a sensation that lifts me up and always makes me think about new beginnings, while the books in the library have a history of their own. Their scent seems acidic, decisive, but also enveloping, reminds me of tobacco and coffee, with a mixture of grandmother’s house.
These lived smells bring me more inward, making me reflect on the past and on the history of those who wrote the book and then of those who subsequently touched it.

Glossy paper, recycled paper, yellow, very white, fine, rough… it doesn’t matter. I could run my fingers over it for hours and hear with pleasure that subtle and almost imperceptible sound of the pages turning and then resting on top of each other. Sometimes I even happened to eat paper, or rather, to chew it. And I have to say it’s not bad, although I definitely prefer chocolate.

And then, the words. Signs that just looking at them enchant me completely. How many times have I picked up books in languages that I didn’t even understand just to follow the movement of those lines, undines, smudges, and traces of apparently indecipherable messages?

Here, among the books, everything is perfect, safe, and free.

Piantare la bandiera \ Planting my flag

Piantare la bandiera

Ieri ho riletto dei passaggi di una dispensa riguardante un corso di formazione che ho frequentato qualche tempo fa e che ora spero di riprendere in primavera. In questo testo si parlava dell’importanza di prendere coscienza di sé stess* e della capacità di sapersi conquistare il proprio posto nel mondo.

Per descrivere questo passaggio, gl* insegnant* hanno usato l’immagine di una persona che pianta una bandiera con il suo sigillo e che lo fa con forza e determinazione, quasi rompendo il terreno sottostante, definendo in questo modo una chiara presa di coscienza.

Così oggi ho pensato di disegnare quella sensazione per cercare di appropriarmene e questo è quello che ne è uscito: una figura piuttosto esile, che pare più aggrapparsi alla sua bandiera che piantarla, come se fosse la sua immagine di sé a sostenere la sua persona e la sua forza fisica e mentale.

Io non arrivo mai alle cose dalla stessa strada che percorrono gl* altr, solitamente faccio dei giri molto più lunghi e complicati, soffermandomi spesso, cambiando idea, perdendomi, a volte disperandomi, per poi ritrovarmi esattamente dove sono tutt quant*, talvolta arrivando persino prima di loro. Eppure, a volte mi pare che mi manchino la bussola, la mappa e la bandiera stessa. E penso a come potrò mai fare a conquistare il mio posto nel mondo senza questi oggetti fondamentali e una chiara consapevolezza.

Consciamente ripeto a me stessa di esserci vicina e faccio le cose giuste (o almeno credo), ma poi inconsciamente sono ancora estremamente insicura, impaurita, fragile e mi sento sgretolare come quella terra che invece dovrei conquistare e dominare. Forse non è così importante se la bandiera è stata piantata con forza o se si sposterà al primo alito di vento… forse non conta nemmeno se io mi stia tenendo ad essa mentre sento di cedere… forse…

Un giorno arriverà anche il momento di piantare la bandiera, ma per ora penso che mi limiterò a portarla con me, nei miei viaggi alla ricerca di me stessa e della mia natura più autentica, così ci sosterremo a vicenda e ci ricorderemo che meritiamo più di un cumulo di terra da qualche parte.


Planting my flag

Yesterday I reread some passages from a paper regarding a training course I attended some time ago and which I now hope to resume in the spring. This text talked about the importance of becoming aware of oneself and the ability to know how to conquer one’s place in the world.

To describe this passage, the teachers have used the image of a person who plants a flag in the terrain and who does it with strength and determination, almost breaking the ground below, thus defining a clear awareness.

So today I thought of drawing that feeling to try to appropriate it and this is what came out of it: a rather slender figure, who seems more to cling to her flag than to plant it, as if it were her image of herself to support her person and her physical and mental strength, and not the contrary.

I never get to things from the same road that others travel, usually, I take much longer and more complicated laps, pausing often, changing my mind, getting lost, sometimes despairing, only to find myself exactly where all landed, sometimes arriving even before them. Yet, sometimes it seems to me that I miss the compass, the map, and the flag itself. And I think about how I will ever be able to conquer my place in the world without these fundamental objects and clear awareness.

Consciously I repeat to myself that I am close to it and I do the right things (or at least I think), but then subconsciously I am still extremely insecure, afraid, fragile and I feel crumbling like that land that I should instead conquer and dominate. Maybe it doesn’t matter if the flag has been planted forcefully or if it will move at the first breath of wind… maybe it doesn’t even matter if I’m holding on to it while I feel like giving in… maybe …

One day the time will come to plant the flag, but for now, I think I’ll just take it with me, on my travels in search of myself and my most authentic nature, so that we will support each other and remember that we deserve more than a mound of earth somewhere.

Causa ed effetto \ Cause and effect

Causa ed effetto

Oggi ripensavo a quanto per me non sia mai stato immediato il legame tra una certa azione e la sua diretta conseguenza.
Ad esempio, come dovrei rispondere ad un’offesa? Dovrei rispondere? Dovrei ignorare l’offesa? E quanto deve essere forte la mia risposta? Più dell’offesa per bloccare eventuali risposte, uguale, o più lieve per dimostrare la mia superiorità?
In ambito di relazioni sociali per me queste questioni sono di fondamentale importanza e più mi trovo ad interagire con le persone e più mi rendo conto che mi manca una vera competenza in questo ambito.
Potrei ricercare le cause di questo deficit nel mio passato, nel modo in cui ho visto comportarsi gli adulti della mia vita e nel loro modo di trattare me, ma sicuramente c’è anche una componente legata all’autismo (ovviamente parlo del mio caso).
Questa smania di voler prendere le misure per tutto, mi ha spesso negato l’opportunità di rispondere di getto e misurare le reazioni che si sarebbero scatenate dall’altra parte per permettermi di costruire delle capacità in ambito sociale che mi sarebbero sicuramente potute tornare utili.
Inoltre, l’incapacità di distinguere l’ironia da un discorso serio, mi ha più volte scoraggiata dal tentare di creare quelle dinamiche di causa effetto che ora vorrei tanto conoscere e padroneggiare.
Negli ultimi tempi ho dovuto bloccare molte persone sull’account che uso per lavoro. Questo perché non riuscivo mai a cogliere in alcune domande sulla mia vita lavorativa, un interesse di tutt’altra natura, che si palesava improvvisamente in modo irrispettoso e violento.
Purtroppo questo mi è sempre successo anche nella vita reale e se in questo ambito potevo contare su qualche indicazione più sensoriale, ora, nel mondo virtuale, mi trovo davvero a navigare in acque per me totalmente sconosciute.
Mi impegnerò di più per capire quale sia il confine tra educazione, gentilezza e rispetto per me stessa e fino a quando sia lecito permettere a qualcuno di fare delle domande lavorative che nascondono interessi personali.
Un passo alla volta recupererò tutto, perché purtroppo il mondo non diventerà più onesto e giusto per accontentare questo mio sogno.


Cause and effect

Today I was thinking about how, for me, the link between a certain action and its direct consequence has never been clear.
For example, how should I respond to an offense? Should I answer at all? Should I ignore the offense? And how strong must my response be? More than the offense to block any answers, equal, or milder to demonstrate my superiority?
In the field of social relations for me, these questions are of fundamental importance and the more I interact with people, the more I realize that I miss a real competence in this area.
I could research the causes of this deficit in my past, in the way observed the adults in my life behave and in the way they treated me, but surely there is also a component linked to autism (obviously I’m talking about my case).
This craving of measuring for everything has often denied me the opportunity to respond immediately and understand the reactions that would have been triggered by the other side to allow me to build skills in the social field.
Furthermore, the inability to distinguish irony from serious discourse has often discouraged me from trying to create those dynamics of cause and effect that now I would love to know and master.
Recently, I have had to block many people on the account I use for work.
This is because I was never able to grasp inside some questions about my working life, an interest of a completely different nature, which suddenly manifested itself in a disrespectful and violent way.
Unfortunately, this has always happened to me also in real life and if there I could count on some more sensory indication, now, in the virtual world, I really find myself navigating in waters totally unknown to me.
I will try harder to understand what is the boundary between education, kindness, and respect for myself and how much is permissible to allow someone to ask work questions that hide personal interests.
One step at a time I will recover everything because unfortunately, the world will not become honest and fair to satisfy my dream.

Una passeggiata in città \ A walk downtown

Una passeggiata in città

Avete mai avuto la sensazione di essere risucchiati in un vortice di immagini, colori, rumori ed odori, mentre camminate cercando di controllare i vostri pensieri incessanti?

Ieri, in pieno giorno, sono andata in città e ho notato che le persone si stavano muovendo di nuovo dopo un lungo periodo di pausa e che anche i loro spiriti parevano essersi risvegliati sotto il timido calore dei raggi di sole di febbraio.

Improvvisamente ero passata dall’immobilità del freddo inverno, o per lo meno del mio, ad una vivacità tipica della primavera che ha anticipato nel mio cuore delle sensazioni che non aspettavo di rivivere così presto.

Non fraintendetemi, io adoro osservare la vita e la sua frenesia, ma spesso la mia osservazione di questo movimento mi risucchia in un vortice così intenso da farmi girare la testa o addirittura farmi cedere all’ansia e al panico.

Ieri ho sperimentato di nuovo quella sensazione di moto centripeto che pare sempre portare tutto quello che sento fino allo stomaco, causandomi talvolta un antipatico senso di nausea e capogiro.

Quello che per un secondo pare un’istantanea colorata e gioiosa si trasforma così in qualcosa di distorto ed incomprensibile, perdendo forma e significato e lasciandomi smarrita al centro di una dinamica che io stessa ho creato.

Quanto vorrei poter camminare per le strade della città senza provare questa esperienza, quanto vorrei potermi elevare ad di sopra del mondo dei sensi ed osservare senza farmi assorbire dal contesto. Come vorrei distrarre la mia mente e sentirmi al sicuro senza più ansie o preoccupazioni.

Sarebbe davvero bello, almeno una volta, provare un po’ di sana indifferenza e lasciarmi cullare dalla corrente senza esserne sopraffatta. Sì, sarebbe davvero bellissimo.


A walk downtown

Have you ever had the feeling of being sucked into a whirlwind of images, colors, noises, and smells as you walk trying to control your incessant thoughts?

Yesterday, in broad daylight, I went downtown and noticed that people were moving again after a long pause and that their spirits also seemed to have awakened under the timid heat of the February sunshine.

Suddenly I had gone from the stillness of the cold winter, or at least mine, to a vivacity typical of spring that anticipated in my heart the sensations I didn’t expect to relive so soon.

Don’t get me wrong, I love to observe life and its frenzy, but often my observation of this movement sucks me into a vortex so intense that it makes me dizzy or even give in to anxiety and panic.

Yesterday I experienced again that sensation of centripetal motion that always seems to carry everything I feel up to the stomach, sometimes causing me an unpleasant sense of nausea and dizziness.

What for a second seems like a colorful and joyful snapshot is thus transformed into something distorted and incomprehensible, losing shape and meaning and leaving me lost in the center of a dynamic that I myself created.

How much I wish I could walk the streets without experiencing these circumstances, how much I wish I could rise above the world of the senses and observe without being absorbed by the context. How I would like to distract my mind and feel safe with no more anxieties or worries.

It would be really nice, at least once, to feel a little healthy indifference and let myself be lulled by the current without being overwhelmed. Yes, that would be really beautiful.

La mia scalata verso l’autenticità \ My climb to authenticity

La mia scalata verso l’autenticità

Oggi stavo ripensando al post che ho scritto un anno fa riguardo al tempo perduto, agli anni trascorsi pensando di essere vittima di qualche malfunzionamento del mio stesso sistema, a quei giorni durante i quali vedevo solo una ragazza rotta, disorientata e in constate bisogno di aiuto.

Dicono che la conoscenza renda più forti e hanno ragione.

Dopo più di due anni dalla mia diagnosi, sento di non essere più così pesante, con la testa piena di pensieri tanto da dover evitare di essere continuamente risucchiata dal vortice buio della mia mente, ma allo stesso tempo ho anche iniziato a sentire il bisogno di ritrovare la mia condizione “umana”.

Non sono un oggetto da definire o un caso di studio.

Io sono un essere umano, io sono me stessa, al di là di ogni diagnosi, al di là di ogni definizione, al di là di tutto ciò che proviene dall’esterno.

E con questo non voglio dire che rinnego il viaggio fatto finora, anzi, ma ho semplicemente capito che le risposte esterne non erano più sufficienti.

Almeno, non per me.

Sono stata io dopotutto quella che si lamentava degli anni persi, delle maschere indossate, del senso di smarrimento costante e dopo aver scoperto il perché delle mie sensazioni e del mio diverso funzionamento, per un lungo periodo mi sono lasciata trascinare dagli altri, guardando le loro vite, per evitare di pensare alla mia.

Avevo trovato un posto dove mi sentivo a mio agio, ma poco a poco mi stavo disattivando, lasciando che la corrente decisa da una o dall’altra persona mi cullasse verso la sua riva.

Ed è così facile perdersi, lasciarsi andare, smettere di lottare quando non si è fatto altro che combattere per una vita intera.

E mentre mi muovevo orizzontalmente in un spazio definito, ho perso la meta, la via per trovare me stessa e la natura autentica delle cose.

Una via che si sviluppa in verticale, tra rocce sporgenti e frane costanti, un percorso faticoso verso la luce e la verità, una scalata che puoi fare solo con te stesso, ma che è sicuramente più facile se c’è qualcuno sotto di te ad incitarti e a consigliarti la giusta attrezzatura per arrivare sano e salvo fino alla cima.


My climb to authenticity

Today I was thinking about the post I wrote a year ago about lost time, the years I spent thinking I was the victim of some malfunction of my own system, those days when I only saw a broken girl, disoriented and in need of help.

They say that knowledge makes you stronger and they are right.

After more than two years since my diagnosis, I feel I am no longer so heavy, with my head full of thoughts so much that I have to avoid being continually sucked into the dark vortex of my mind, but at the same time I also started to feel the need to rediscover my “human” condition.

I am not an object to be defined or a case study.

I am a human being, I am myself, beyond any diagnosis, beyond any definition, beyond everything that comes from the outside.

And by this, I don’t mean that I reject the journey made so far, but I simply understood that external responses were no longer sufficient.

At least, not for me.

After all, I was the one who complained about the lost years, the masks worn, the sense of constant loss, and after discovering the reason for my feelings and my different functioning, for a long time, I let myself be carried away from others, looking at their lives, to avoid thinking about mine.

I had found a place where I felt comfortable, but little by little I was turning off, letting the current decided by one or the other person lull me towards its shore.

And it’s so easy to get lost, to let go, to stop fighting when you have done nothing but fight for a lifetime.

And while I was moving horizontally in a defined space, I lost the goal, the way to find myself, and the authentic nature of things.

A path that develops vertically, between protruding rocks and constant landslides, a tiring path towards the light and the truth, a climb that you can only do with yourself, but which is certainly easier if there is someone below you to encourage you and advise you on the right equipment to get safely to the top.

Gli anni perduti \ The lost years

Gli anni perduti

Chi mi restituirà tutti gli anni perduti?
Dopo la mia diagnosi, ho attraversato diverse fasi: sollievo, dubbio, consapevolezza, accettazione e amore verso me stessa. Eppure, ultimamente ho pensato a quegli anni perduti, a quando mi ritenevo “sbagliata” ed ero convinta che non avrei mai potuto realizzare tutte le cose che volevo a causa della mia inspiegabile “stranezza”.
Ed ora sono arrabbiata.
So che il passato resta nel passato, ma ho perso tante opportunità, troppe possibilità, ho rinunciato a molto solo perché non riuscivo a capire come funzionassi, e questo è davvero difficile da accettare.
Certo, nessuno mi restituirà ciò che ho già perso, e sono consapevole che ormai ci sono cose andate per sempre.
E sì, c’è ancora tempo per vivere e per porsi nuovi obiettivi, nuovi piani, nuovi sogni e speranze, ma questo non bilancia quanto ho già perso.
No, non mi ripaga; no, non mi basta.
Le prossime tappe dovrebbero essere il “perdono” e il saper “andare avanti”, ma non ancora non sono ancora pronta per questo.
Ho combattuto così tanto per ottenere questa diagnosi, per ottenere risposte, che questa volta mi merito tempo per sentire e capire questo dolore e per salutare per sempre ciò che ho perso.
E allora voglio correre, ballare, prendere a pugni i cuscini ed urlare fino allo sfinimento, fino a quando non uscirà ogni cosa.
Una diagnosi può cambiare molto, una diagnosi può salvare una vita.


The lost years

Who is going to give me back all those lost years?
After my diagnosis, I went through different stages: relief, self-doubt, awareness, acceptance, and self-love.
But lately, I have been thinking about all those lost years when I thought I was strongly wrong and I was convinced that I could have never achieved all the things I wanted to because of my inexplicable “wrongness”.
So now, I am angry.
I know that the past is in the past, but I have lost so many opportunities, so many chances, and I gave up on things because I couldn’t understand how I worked, and that’s very hard to accept.
Of course, no one is going to give me back what I have already lost, and I know that there are things that are gone for good.
Yes, there is still time to live and find new goals, new plans, new dreams, and hopes, but that doesn’t make it all okay.
It simply doesn’t. It’s not okay, I am not okay thinking about it.
I guess the next stages are gonna be “forgiveness” and “moving on”.
But not yet. I fought so hard to obtain this diagnosis, to obtain answers, that I deserve this time to decongest and mourn all that I lost.
So now, I am going to run, to dance, to train, and to scream it all out.
A diagnosis can change a lot, a diagnosis can save a life.

Un grido nel buio \ A scream in the dark

Un grido nel buio

Ho urlato. Questa mattina ho urlato davvero come non avevo mai fatto prima.
La mia bocca era spalancata e tutto il mio corpo vibrava così intensamente che potevo sentire le mie ossa tremare.
Nonostante il buio, percepivo il mio respiro che usciva come un flusso violaceo e denso, carico di rabbia, stanchezza, tumulto e forza che raramente ho saputo impiegare nel corso di tutta la mia vita.

Da quell’urlo spaventoso sono uscite molte voci, alcune erano più acute, altre erano molto profonde ed intense, altre parevano non essere nemmeno mie, come se al mio coro si fossero unite altre anime tormentate in cerca di liberazione.
Ho urlato per quasi un minuto, ho gridato finché ho avuto fiato.
Lo ho fatto per i miei vicini che ogni mattina, all’alba, fanno un rumore incredibile e inspiegabile, per i miei genitori perché continuano a farmi male, ho urlato a* mie* ex amic* che mi hanno abbandonato proprio quando avevo più bisogno di loro, ho urlato ai miei capi che non mi hanno protetta dai molestatori, ho urlato a tutte quelle persone che mi hanno maltrattata senza un motivo giustificabile e alle quali non ho mai detto una parola a riguardo.
Era già qualche giorno che mi sentivo stringere il petto e ormai faticavo a respirare correttamente, aumentando il mio senso di panico e paura.
Ho provato a massaggiarmi, a fare allungamento, a riposare e a praticare Tai Chi, ma la verità è che avevo solo bisogno di quell’urlo per liberarmi.
Nonostante negli ultimi anni io sia cresciuta molto, è evidente che ci sia ancora tanta strada da fare e ancora una grande paura profonda che mi chiede sempre di tacere e di guardare in silenzio le cose, ingoiando sempre ogni urlo “maleducato” ed ogni esternazione di disappunto.
Ma quel silenzio aveva già aggrovigliato il mio corpo e mi aveva stretto i polmoni così forte da farmi credere di non avere più controllo del mio corpo.
Mi è bastato un pretesto, mi è bastato che qualcun* accendesse la miccia di quei candelotti di dinamite ordinatamente accatastati da tempo, per farmi esplodere in un gesto così spaventoso e liberatorio che lo ricorderò tutta la vita.


A scream in the dark

I screamed. This morning I screamed like I never did before.
My mouth was wide open and my whole body was vibrating so intensely that I could feel my bones shaking.
Despite the darkness, I could feel my breath coming out as a dense purple flow, full of anger, fatigue, turmoil, and strength that I have seldom been able to use in my entire life.

From that frightening scream many voices came out, some were more acute, others were very deep and intense, others seemed not even mine as if other tormented souls had joined my choir in search of liberation.
I screamed for almost a minute, I screamed until I had some breath left.
I did it for my neighbors who make an incredible and inexplicable noise every morning at dawn, for my parents because they keep hurting me, I yelled at my former friends who abandoned me just when I needed them the most, I yelled at my bosses who didn’t protect me from harassers, I yelled at all those people who mistreated me for no justifiable reason and to whom I never said a word about it.
It had already been a few days that I felt my chest tighten and by now I was struggling to breathe properly, increasing my sense of panic and fear.
I tried massaging, stretching, resting, and practicing Tai Chi, but the truth is I really needed that scream to set myself free.
Although in recent years I have grown a lot, it is clear that there is still a long way to go and still a great deep fear that always asks me to keep quiet and look at things in silence, always swallowing every “rude” scream and every utterance of disappointment.
But that silence had already tangled my body and squeezed my lungs so hard, that it made me believe I no longer had control of my body.
An excuse was enough for me, it was enough for me to have someone light the fuse of those sticks of dynamite neatly stacked for a long time, to make me explode in such a frightening and liberating gesture that I will remember it all my life.

Io sono qui \ I am here

Io sono qui

È così facile ricordare i momenti belli e sereni, rivedere un sorriso, apprezzare un gesto gentile, mi ci aggrappo sempre con tutte le forze che ho in corpo e custodisco quelle sensazioni nella mente nascondendole in un luogo accessibile, un canale preferenziale dove poterle trasmettere senza sosta ogni qualvolta io senta il bisogno di ubriacarmi con esse.
Intanto i momenti brutti, che sono di gran lunga maggiori, hanno già scalfito il cuore, si sono da tempo infiltrati in tutto il sistema vitale ed hanno scavato gallerie segrete, così viscerali da rendere impossibile la loro completa mappatura.

Pertanto, la mente smette di cercarli, si stanca, dimentica, passa oltre, scorre velocemente le immagini dolorose e ritorna ad appigliarsi alle sfavillanti visioni dei bei ricordi, ignorando quei parassiti impietosi che continuano a diffondersi e nascondersi, creando colonie di sofferenza, sensi di colpa e tristezza pronte ad attaccare in qualsiasi momento.
Ed è proprio mentre sono assorta in quella pace illusoria, che basta un messaggio o uno squillo di una telefonata per farmi sobbalzare tutto il corpo e sentire l’esercito dei brutti ricordi attaccare ogni cellula del mio corpo e sconvolgere l’impalcatura di certezze che stavo lentamente costruendo.

Oggi, una persona molto saggia, mi ha detto che per guarire serve uno strappo. Ed ora ho capito cosa intendesse.
Non si può sperare di prendere amorevolmente queste sanguisughe una ad una, invitandole gentilmente ad andarsene. No, non è così che funziona.
Quando il dolore e soprattutto il senso di colpa sono così ancorati, si devono strappare via ed accettare la ferita che ne conseguirà.
Con il trauma non esiste una via semplice, indolore e senza conseguenze, per superare certe cose ci vuole un grande balzo, un enorme atto di fede nelle proprie capacità di guarigione e di recupero e uno sguardo d’insieme ampissimo, perché solo guardando oltre si può sperare di uscirne.
Loro sono fortissimi, pieni di forza, nutriti da anni di abnegazione e vagheggiamento; io invece sono debole, alimentata solo da gocce di felicità che fingevano di saziarmi completamente. 

Ma ora lo so. È lo strappo, è la corsa finale, è la liberazione totale quello che conta, sono la forza ed il coraggio di guardare i bei momenti per ciò che sono e ricordare quelli brutti senza paura.

Io sono qui. Loro sono passati. Loro sono il passato. 


I am here

It is so easy to remember all the beautiful and serene moments, to see a smile over and over again, to appreciate a kind gesture, I always cling to these kinds of illusions with all the strength I have in my body and I keep those feelings in my mind by hiding them in an accessible place, a preferential channel where they can be transmitted without interruptions whenever I feel the need to get drunk with them.
Meanwhile, the bad moments, which are far greater, have already scratched the heart, they have infiltrated the entire vital system and have dug secret tunnels, so visceral as to make their complete mapping impossible.

Therefore, the mind stops looking for them, gets tired, forgets, passes by, quickly runs through the painful images, and returns to cling to the glittering visions of good memories, ignoring those merciless parasites that continue to spread and hide, creating colonies of suffering, sense of guilt and sadness ready to attack at any moment.
And it is precisely while I am absorbed in that illusory peace, that a message or a ring of a phone call is enough to make my whole body jump and feel the army of bad memories attack every cell of my body and upset the scaffolding of certainties that I was slowly building.

Today, a very wise person told me that to heal you need a tear. And now I understand what she meant.
One cannot hope to lovingly take these leeches one by one, gently inviting them to leave. No, that’s not how it works.
When the pain and especially the guilt are so anchored, they have to be tear away and I must accept the wound that will follow.
With trauma, nothing is simple, painless and without consequences, to overcome certain things it takes a great jump, a huge leap of faith in one’s own healing and recovery abilities and a very broad overview because only by looking beyond it is possible to hope to get out of it.
They are very strong, full of strength, nourished by years of self-denial and longing; I, on the other hand, am weak, fed only by drops of happiness that pretended to fill me completely.

But now I know. It is the tear, it is the final race, it is total liberation what counts, it is the strength and courage to look at the good times for what they are and remember the bad ones without fear.

I am here. They have passed. They are the past.

Lo senti? \ Can you feel it?

Lo senti?

“Lo senti?”
“No, non lo sento.”
“Ne sei sicur*?”
“Sì, davvero. Io non lo sento.”

Un tuffo al cuore. Un sussulto. Senso di smarrimento.
Mi rimetto in ascolto. 
Ed è ancora lì… Io lo sento.

E non importa che si tratti di un suono, di un odore, di una cosa che vedo, che tocco o che assaggio, in ogni caso, sono sola con le mie percezioni.
Qualche rara volta capita che mi si dica: “ah, adesso lo sento anch’io!”, ma è appunto un evento infrequente, una piccola consolazione, l’eccezione che conferma la solitudine che provo ogni qualvolta io stia viaggiando nel mio mondo sensoriale. 
Con il tempo ho imparato ad accettare il fatto che certe cose le avrei sempre vissute da sola, che non avrei ottenuto le conferme che cercavo, che talune domande non avrebbero mai avuto una risposta, ma ci sono stati anche tanti momenti di sconforto che mi hanno fatto mettere in dubbio la mia stessa sanità mentale. 
Perché quando mi suggerivano di non farci caso, io non ci riuscivo? Perché non sapevo, potevo o volevo isolare quella cosa e metterla via, come se non ci fosse mai stata? E’ forse perché non sono abbastanza forte, abbastanza brava, abbastanza furba? E’ questo? 

La verità è che, purtroppo, quando un odore arriva come un’onda violenta e mi trafigge il naso, facendomi lacrimare gli occhi, non è facile “metterlo via” rapidamente. Quando una luce acceca i miei occhi e mi impedisce di guardare avanti, non è più possibile muovermi con sicurezza. Quando un sapore mi stordisce le papille gustative, stringendomi lo stomaco, non è semplice ingoiare il boccone. Quando un suono mi martella nella testa tormentando i miei pensieri, non posso eluderlo elegantemente. Quando la mia pelle percepisce una consistenza fortemente sgradevole e lo vive come un terribile attacco esterno, non posso evitare di combattere per liberarmene.  

Io lo sento. 

Sempre. Ogni giorno. Costantemente. 


Can you feel it?

“Can you feel it?”
“No, I can’t.”
“Are you sure?”
“Yes, really. I can’t feel it.”

My heart sank. A gasp. Sense of loss.
I go back to listening.
And it’s still there… I can feel it.

And it doesn’t matter whether it’s a sound, a smell, something I see, touch, or taste, in any case, I’m alone with my perceptions.
Sometimes it happens that people say to me: “Oh, now I can feel it too!”, But it is indeed an infrequent event, a small consolation, the exception that confirms the loneliness I feel whenever I am traveling in my sensory world.
Over time I learned to accept the fact that I would always experience those things alone, that I would not get the confirmations I was looking for, that some questions would never have an answer. 
And, I must accept that there were also many moments of despair that have made me question my own sanity, and probably there will still be.
Why when they told me not to notice it, I couldn’t? Why did I not want or could isolate that thing and put it away, as if it had never been there? Is it because I am not strong enough, good enough, smart enough? Is it?

Unfortunately, truth is that when a smell comes like a violent wave and pierces my nose, making my eyes water, it’s not easy just “to put it away” quickly. When a light blinds my eyes and prevents me from looking ahead, it is no longer possible to move with confidence. When a flavor stuns my taste buds, tightening my stomach, it is not easy to swallow the bite. When a sound hammers in my head and torments my thoughts, I cannot elegantly evade it. When my skin feels a highly unpleasant texture and experiences it as a terrible external attack, I can’t help but fight to get rid of it.

I can feel it. I still can.

Always. Everyday. Constantly.