Sola, nel lato buio della mia luna \ Alone, on the dark side of my moon

Sola, nel lato buio della mia luna

Ora vi farò ridere (o forse no), ma mi ci sono voluti due anni di terapia per convincermi di una cosa apparentemente banale: il mondo non ragiona come me.

E non parlo di dettagli nel funzionamento, sicuramente influenzato da mille fattori tra i quali l’autismo, ma dal modo generale di pensare e di approcciarsi alla vita.

Ho avuto questa grande illuminazione quando parlando con una persona conosciuta, questa mi ha velatamente fatto capire che io avrei: “una vita facile” per via del mio lavoro “leggero” e della mia intelligenza “sprecata”.

A me non sarebbe mai venuto in mente un ragionamento del genere solo osservando la parte visibile della vita di una persona, proprio perché penso che la verità sia nascosta sul lato più buio della nostra luna (citazione musicale…), quello che tendenzialmente non condividiamo con chiunque e che raccoglie tutte le nostre parti più profonde.

All’inizio della conversazione ho pensato che quella persona mi stesse prendendo in giro; come poteva supporre che la mia vita fosse facile? Me lo leggeva in faccia? Non vedeva le cicatrici fisiche ed interiori? Non capiva che quel lavoro “leggero” (sì, magari…) è stata una necessità, oltre che un piacere? Non osservava che dietro alle mie pause c’era una stanchezza immensa e pesantissima?

Così ho iniziato a pensare che se non ero io a nascondere bene il mio mondo interiore, allora erano gli altri che semplicemente non lo capivano e non lo notavano.

La soluzione più ovvia alla fine era anche la più semplice e mi sono arresa a questa solitudine, sapendo che probabilmente avrei trovato la mia stessa sensibilità e spirito di osservazione solo tra pochissime persone e che avrei dovuto smettere di contarci come se fosse qualcosa di dovuto in ogni relazione interpersonale.

Forse avrei potuto capirlo già da bambina, quando mi dicevano che ero una “sapientona”, che “non sono tutti come te”, che “il mondo non gira intorno a te”. O per lo meno lo avrei dovuto realizzare quando ho iniziato a rimanere sempre più sola e quando non trovavo l’incastro giusto per inserirmi nei gruppi.

Probabilmente fermarsi all’apparenza è più facile e permette un maggiore distacco dalle situazioni, forse è quella la chiave che apre la porta alle persone e le aiuta a voltare le spalle alle altre nel momento del bisogno.

E se dal punto di vista emotivo posso capire che ci sia anche una necessità di auto preservarsi, dall’altra ho fatto fatica ad ammettere a me stessa che non dovrò né potrò aspettarmi da chiunque quel livello di profondità e intensità che metto in tutte le cose che osservo e che faccio.

D’altronde nemmeno io sono immune a questa tendenza di voler maggiormente mostrare il mio lato di luce e nascondere quello più profondo e forse oscuro.


Alone, on the dark side of my moon

I’ll make you laugh (or maybe not), but it took me two years of therapy to convince me of a seemingly trivial thing: the world doesn’t think like me.

And I’m not talking about details in functioning, certainly influenced by a thousand factors including autism, but by the general way of thinking and approaching life.

I had this great enlightenment when talking to a known person, this one covertly made me understand that I would have: “an easy life” because of my “light” work and my “wasted” intelligence.

Such reasoning would never have occurred to me just by observing the visible part of a person’s life, precisely because I think the truth is hidden on the darker side of our moon (musical quote…), which tends not to be shared with anyone and that gathers all our deepest parts.

At the beginning of the conversation I thought that person was making fun of me; how could she suppose my life was easy? Did she see it in my face? Didn’t she see the physical and inner scars? Didn’t she understand that that “light” job (which is not…) was a necessity, as well as a pleasure? Didn’t she observe that behind my pauses there was immense and very heavy fatigue?

So I started thinking that if it wasn’t me who was hiding my inner world well, then it was others who simply didn’t understand it and didn’t notice it.

The most obvious solution, in the end, was also the simplest one and I surrendered to this loneliness, knowing that I would probably find my same sensitivity and powers of observation only among very few people and that I would have to stop counting it as if it were something due in any interpersonal relationship.

Maybe I could have understood it already as a child when they told me that I was a “know-it-all”, that “they are not all like you”, that “the world does not revolve around you”. Or at least I should have realized it when I started to be more and more alone and when I couldn’t find the right fit into the groups.

Apparently do not look beyond appearances is easier and allows a greater detachment from situations, perhaps that is the key that opens the door to people and helps them to turn their backs on others in times of need.

And if from an emotional point of view I can understand that there is also a need for self-preservation, but on the other hand, I have struggled to admit to myself that I should not and cannot expect from anyone that level of depth and intensity that I put into all things that I observe and that I do.

Besides, not even I am immune to this tendency to want to show my luminous side more and hide the deeper and perhaps dark one.

Un anno dopo \ A year later

Un anno dopo

Ormai è passato un anno dall’inizio del primo lunghissimo lockdown italiano.
Da allora è stato tutto un susseguirsi di aperture e chiusure, di miglioramenti e peggioramenti, di paure e incertezze, di domande senza riposta e di tormenti per un futuro che non sappiamo se potrà svolgersi o se rimarrà congelato ancora per qualche tempo.
La mia salute mentale in questo anno ha avuto un tracollo che mai avrei potuto immaginare e nonostante la fortuna di avere la possibilità di fare due sedute di terapia al mese (che comunque dovrò ridurre per via la mia situazione lavorativa), ancora sento di peggiorare un pochino giorno dopo giorno, maturando pensieri di sconfitta ed abbandono che era da tempo che non sentivo.
Vorrei ribadire che con queste parole non nego la gravità della situazione, ma che sto semplicemente esponendo quanto questo periodo ha inciso sulla mia vita e sulla mia salute.
Ad esempio, ho rinunciato per vari motivi (a volte obbligati) alle cure di medicina complementare che stavo seguendo per la mia malattia autoimmune, ho rimandato esami di controllo e ho lasciato perdere i viaggi fuori regione (e ora comune) sempre per le stesse questioni.
Il mio lavoro si è ridotto notevolmente e nonostante i primi timidi aiuti ricevuti, ormai sono mesi che sopravvivo solo grazie ai soldi messi da parte e al sostegno del mio ragazzo e questo certo non mi aiuta a stare meglio o a fare progetti per il futuro.
Tutte le iniziative in programma per promuovere il libro sono state rimandate di mesi, e alcune probabilmente avrà anche poco senso farle in quella fase avanzata della promozione.
Comunque, a parte tutti i risvolti economici e lavorativi, quello che mi fa più soffrire è aver regredito e praticamente distrutto molti dei progressi che avevo fatto negli ultimi anni in termini di salute fisica e mentale.
Tutte le vecchie cattive abitudini si sono ripresentate, e con loro la depressione, l’angoscia esistenziale, il senso di impotenza e fallimento, la paura di non saper vivere come si dovrebbe vivere.
Non ho scritto queste parole per sminuire la gravità della situazione, ma per normalizzare sensazioni che tengo nascoste da troppo tempo e che mi stanno mangiando viva. Io sto male.
E so che c’è chi sta più male di me, che c’è chi non lavora affatto, che c’è chi ha perso molte persone vicine e che ha dovuto rinunciare alla possibilità di realizzare i suoi progetti più o tanto quanto me, ma dovevo dirlo ad alta voce, dovevo scriverlo, dovevo stamparmelo bene in testa.
Solo così, ammettendo la verità, ho la speranza di poter ricominciare a guarire e stare bene.


A year later

A year has now passed since the beginning of the first very long Italian lockdown. Since then it has been a succession of openings and closings, of improvements and worsening, of fears and uncertainties, of unanswered questions and torments for a future that we do not know if it will take place or if it will remain frozen for some time. My mental health this year has had a collapse that I never could have imagined and despite the good fortune of having the opportunity to do two therapy sessions a month (which in any case I will have to reduce due to my work situation), I still feel I am getting worse a little day after day, developing thoughts of defeat and abandonment that I had not felt for a long time.
I would like to reiterate that with these words I do not deny the gravity of the situation, but that I am simply explaining how much this period has affected my life and my health.
For example, I have given up for various (sometimes obligatory) reasons the complementary medicine treatments that I was following for my autoimmune disease, I postponed control exams and I gave up traveling outside the region (and now municipality) always for the same issues.
My work has been significantly reduced and despite the first timid aids received, it has been months now that I survive only thanks to the money I saved and the support of my boyfriend and that certainly does not help me to get better or to make plans for the future.
All the initiatives planned to promote the book have been postponed for months, and some of them won’t even make sense in that advanced phase of the promotion. However, apart from all the economic and work implications, what makes me suffer most is having regressed and practically destroyed many of the advances I had made in recent years in terms of physical and mental health.
All the old bad habits have come back and with them the depression, the existential anguish, the sense of helplessness and failure, the fear of not knowing how to live as one should live.
I did not write these words to diminish the gravity of the situation, but to normalize feelings that I have kept hidden for too long and that are eating me alive. I’m feeling so much pain.
And I know that some are worse off than me, that some do not work at all, that some have lost many close people and who have had to give up the possibility of realizing their projects as much as me or even more, but I had to say it out loud, I had to write it, I had to print it well in my head.
Only in this way, admitting the truth, I have the hope of being able to recover and be well again.

Pagare il prezzo \ Paying the price

Pagare il prezzo

Tempo fa una persona senza peli sulla lingua mi disse che avrei pagato caro il prezzo della mia impopolarità, del mio volermi sentire diversa e della mia caparbietà nel mantenere alto il mio senso dell’onore e dell’etica. Quando udii queste parole, pensai che non importava quanto facesse male, io per niente al mondo avrei potuto o voluto rinunciare ai miei principi, anche perché erano una delle poche cose che nessuna “maschera” avrebbe mai potuto togliermi.

E così è stato.

Ho guardato le persone osservarmi con curiosità e talvolta con disprezzo, passarmi accanto, ammirarmi ed ignorarmi, cercare inutilmente di capirmi, di darmi un senso, per poi andare avanti senza porre alcuna domanda. Nonostante questo, io non ho mai desistito ed ho mantenuto i miei principi, portandoli sempre avanti, anche attraverso mille pianti, tanti meltdowns ed infiniti “perché?”.

Ma quella persona aveva ragione, prima o poi avrei pagato il prezzo, e così è stato. Quando ho lasciato il lavoro in ufficio per fare qualcosa di autonomo, mi sono resa conto di quanto contasse avere una rete di sostegno e con ammirazione guardavo a coloro che avevano tanti amici e conoscenti a supportarli. Quando è uscito il libro è stato devastante. Solo allora ho capito davvero quanto mi sia costata la mia personalità, la mia rettitudine e il mio seppur minimo amore per me stessa.

Ma vi dirò una cosa: non me ne pento, non ce la faccio, non saprei come altro vivere. Non posso vendere me stessa al miglior offerente per un like, per una condivisione o per un acquisto. Sarò sempre quella strana, isolata, sola, quella impopolare e antipatica (questo parere non lo condivido), ma è ciò che sono e non posso fingere altrimenti, fa parte di me e di tutte le cose faccio e che condivido con il mondo.

Tutt* paghiamo un prezzo per poter essere noi stess, e chi pensa di essere amat da tutt*, cercando di conquistare il mondo con riverenza e adorazione per chiunque, inconsapevolmente sta pagando quello più alto.


Paying the price

Some time ago an outspoken person told me that I would pay dearly for my unpopularity, my wanting to feel different and my stubbornness in keeping my sense of honor and ethics high. When I heard these words, I thought that no matter how much it hurt, I for nothing in the world could or would have renounced my principles, also because they were one of the few things that no “mask” could ever take away from me.

And so it has been.

I watched people observe me with curiosity and sometimes with contempt, pass me by, admire and ignore me, try in vain to understand me, to make sense of me, and then move on without asking any questions. Despite this, I have never given up and have kept my principles, always carrying them forward, even through a thousand tears, many meltdowns, and endless “why?”

But that person was right, sooner or later I would have paid the price, and I have. When I left my office job to do something on my own, I realized how important it was to have a support network and looked with admiration to those who had so many friends and acquaintances to support them. When the book came out it was devastating. Only then did I really understand how much my personality, my righteousness, and my even minimal love for myself have cost me.

But I’ll tell you one thing: I don’t regret it, I can’t do it, I don’t know how else to live. I can’t sell myself to the highest bidder for a like, a share, or a purchase. I will always be the strange, isolated, lonely one, the unpopular and unpleasant one (I do not share this opinion), but it is who I am and I cannot pretend otherwise, it is part of me and of all the things I do and that I share with the world.

We all pay a price to be ourselves, and those who think they are loved by all, trying to conquer the world with reverence and adoration for everyone, are unwittingly paying the highest price.

Un posto sicuro \ A safe place

Un posto sicuro

Se dovessi pensare ad un posto dove ti senti al sicuro, quale sarebbe?

Per me è sempre stato tra le pagine di carta di un libro, meglio se grosso, così da potermi creare un tetto spesso tra le dita e mille idee in testa per tenermi occupata.

Non ci sono difetti sensoriali nella carta. Per me è perfetta in tutto, persino nella sua precisione ? analitica nel tagliarmi ogni volta che sbaglio l’approccio alla pagina.
La carta nuova profuma di fresco, è una sensazione che mi innalza e che mi fa pensare sempre ai nuovi inizi.
I libri della biblioteca invece sanno di storia. Il loro profumo mi pare acido, deciso, ma anche avvolgente, mi ricorda il tabacco ed il caffè, con un misto di casa della nonna. Questi odori vissuti mi portano più verso l’interno, facendomi riflettere sul passato e sulla storia di chi ha prima scritto e poi di chi ha successivamente toccato quel libro.

Carta lucida, carta riciclata, gialla, bianchissima, fina, ruvida… non importa. Potrei passarci sopra le dita per ore e sentire con piacere quel suono sottile e quasi impercettibile delle pagine che si girano e che poi si appoggiano l’una sopra l’altra.
Qualche volta mi è persino capitato di mangiare della carta, o meglio, di masticarla. E devo dire che non è male, anche se decisamente preferisco la cioccolata.

E poi, le parole. Segni che solo a guardarli mi incantano completamente. Quante volte ho preso in mano libri in lingue che nemmeno capivo solo per seguire il movimento di quelle righette, ondine, sbaffetti e tracce di messaggi apparentemente indecifrabili?

Qui, tra i libri, è tutto perfetto, sicuro e libero.


A safe place

If you had to think of a place where you feel safe, what would it be?

For me, it has always been between the paper pages of a book, preferably a big one, so that I can create a thick roof between my fingers and a thousand ideas in my head to keep me busy.

There are no sensory flaws in the paper. It is perfect in everything, even in its precision analytic in cutting myself every time I make a mistake in approaching the page. The new paper smells fresh, it is a sensation that lifts me up and always makes me think about new beginnings, while the books in the library have a history of their own. Their scent seems acidic, decisive, but also enveloping, reminds me of tobacco and coffee, with a mixture of grandmother’s house.
These lived smells bring me more inward, making me reflect on the past and on the history of those who wrote the book and then of those who subsequently touched it.

Glossy paper, recycled paper, yellow, very white, fine, rough… it doesn’t matter. I could run my fingers over it for hours and hear with pleasure that subtle and almost imperceptible sound of the pages turning and then resting on top of each other. Sometimes I even happened to eat paper, or rather, to chew it. And I have to say it’s not bad, although I definitely prefer chocolate.

And then, the words. Signs that just looking at them enchant me completely. How many times have I picked up books in languages that I didn’t even understand just to follow the movement of those lines, undines, smudges, and traces of apparently indecipherable messages?

Here, among the books, everything is perfect, safe, and free.

Piantare la bandiera \ Planting my flag

Piantare la bandiera

Ieri ho riletto dei passaggi di una dispensa riguardante un corso di formazione che ho frequentato qualche tempo fa e che ora spero di riprendere in primavera. In questo testo si parlava dell’importanza di prendere coscienza di sé stess* e della capacità di sapersi conquistare il proprio posto nel mondo.

Per descrivere questo passaggio, gl* insegnant* hanno usato l’immagine di una persona che pianta una bandiera con il suo sigillo e che lo fa con forza e determinazione, quasi rompendo il terreno sottostante, definendo in questo modo una chiara presa di coscienza.

Così oggi ho pensato di disegnare quella sensazione per cercare di appropriarmene e questo è quello che ne è uscito: una figura piuttosto esile, che pare più aggrapparsi alla sua bandiera che piantarla, come se fosse la sua immagine di sé a sostenere la sua persona e la sua forza fisica e mentale.

Io non arrivo mai alle cose dalla stessa strada che percorrono gl* altr, solitamente faccio dei giri molto più lunghi e complicati, soffermandomi spesso, cambiando idea, perdendomi, a volte disperandomi, per poi ritrovarmi esattamente dove sono tutt quant*, talvolta arrivando persino prima di loro. Eppure, a volte mi pare che mi manchino la bussola, la mappa e la bandiera stessa. E penso a come potrò mai fare a conquistare il mio posto nel mondo senza questi oggetti fondamentali e una chiara consapevolezza.

Consciamente ripeto a me stessa di esserci vicina e faccio le cose giuste (o almeno credo), ma poi inconsciamente sono ancora estremamente insicura, impaurita, fragile e mi sento sgretolare come quella terra che invece dovrei conquistare e dominare. Forse non è così importante se la bandiera è stata piantata con forza o se si sposterà al primo alito di vento… forse non conta nemmeno se io mi stia tenendo ad essa mentre sento di cedere… forse…

Un giorno arriverà anche il momento di piantare la bandiera, ma per ora penso che mi limiterò a portarla con me, nei miei viaggi alla ricerca di me stessa e della mia natura più autentica, così ci sosterremo a vicenda e ci ricorderemo che meritiamo più di un cumulo di terra da qualche parte.


Planting my flag

Yesterday I reread some passages from a paper regarding a training course I attended some time ago and which I now hope to resume in the spring. This text talked about the importance of becoming aware of oneself and the ability to know how to conquer one’s place in the world.

To describe this passage, the teachers have used the image of a person who plants a flag in the terrain and who does it with strength and determination, almost breaking the ground below, thus defining a clear awareness.

So today I thought of drawing that feeling to try to appropriate it and this is what came out of it: a rather slender figure, who seems more to cling to her flag than to plant it, as if it were her image of herself to support her person and her physical and mental strength, and not the contrary.

I never get to things from the same road that others travel, usually, I take much longer and more complicated laps, pausing often, changing my mind, getting lost, sometimes despairing, only to find myself exactly where all landed, sometimes arriving even before them. Yet, sometimes it seems to me that I miss the compass, the map, and the flag itself. And I think about how I will ever be able to conquer my place in the world without these fundamental objects and clear awareness.

Consciously I repeat to myself that I am close to it and I do the right things (or at least I think), but then subconsciously I am still extremely insecure, afraid, fragile and I feel crumbling like that land that I should instead conquer and dominate. Maybe it doesn’t matter if the flag has been planted forcefully or if it will move at the first breath of wind… maybe it doesn’t even matter if I’m holding on to it while I feel like giving in… maybe …

One day the time will come to plant the flag, but for now, I think I’ll just take it with me, on my travels in search of myself and my most authentic nature, so that we will support each other and remember that we deserve more than a mound of earth somewhere.

Causa ed effetto \ Cause and effect

Causa ed effetto

Oggi ripensavo a quanto per me non sia mai stato immediato il legame tra una certa azione e la sua diretta conseguenza.
Ad esempio, come dovrei rispondere ad un’offesa? Dovrei rispondere? Dovrei ignorare l’offesa? E quanto deve essere forte la mia risposta? Più dell’offesa per bloccare eventuali risposte, uguale, o più lieve per dimostrare la mia superiorità?
In ambito di relazioni sociali per me queste questioni sono di fondamentale importanza e più mi trovo ad interagire con le persone e più mi rendo conto che mi manca una vera competenza in questo ambito.
Potrei ricercare le cause di questo deficit nel mio passato, nel modo in cui ho visto comportarsi gli adulti della mia vita e nel loro modo di trattare me, ma sicuramente c’è anche una componente legata all’autismo (ovviamente parlo del mio caso).
Questa smania di voler prendere le misure per tutto, mi ha spesso negato l’opportunità di rispondere di getto e misurare le reazioni che si sarebbero scatenate dall’altra parte per permettermi di costruire delle capacità in ambito sociale che mi sarebbero sicuramente potute tornare utili.
Inoltre, l’incapacità di distinguere l’ironia da un discorso serio, mi ha più volte scoraggiata dal tentare di creare quelle dinamiche di causa effetto che ora vorrei tanto conoscere e padroneggiare.
Negli ultimi tempi ho dovuto bloccare molte persone sull’account che uso per lavoro. Questo perché non riuscivo mai a cogliere in alcune domande sulla mia vita lavorativa, un interesse di tutt’altra natura, che si palesava improvvisamente in modo irrispettoso e violento.
Purtroppo questo mi è sempre successo anche nella vita reale e se in questo ambito potevo contare su qualche indicazione più sensoriale, ora, nel mondo virtuale, mi trovo davvero a navigare in acque per me totalmente sconosciute.
Mi impegnerò di più per capire quale sia il confine tra educazione, gentilezza e rispetto per me stessa e fino a quando sia lecito permettere a qualcuno di fare delle domande lavorative che nascondono interessi personali.
Un passo alla volta recupererò tutto, perché purtroppo il mondo non diventerà più onesto e giusto per accontentare questo mio sogno.


Cause and effect

Today I was thinking about how, for me, the link between a certain action and its direct consequence has never been clear.
For example, how should I respond to an offense? Should I answer at all? Should I ignore the offense? And how strong must my response be? More than the offense to block any answers, equal, or milder to demonstrate my superiority?
In the field of social relations for me, these questions are of fundamental importance and the more I interact with people, the more I realize that I miss a real competence in this area.
I could research the causes of this deficit in my past, in the way observed the adults in my life behave and in the way they treated me, but surely there is also a component linked to autism (obviously I’m talking about my case).
This craving of measuring for everything has often denied me the opportunity to respond immediately and understand the reactions that would have been triggered by the other side to allow me to build skills in the social field.
Furthermore, the inability to distinguish irony from serious discourse has often discouraged me from trying to create those dynamics of cause and effect that now I would love to know and master.
Recently, I have had to block many people on the account I use for work.
This is because I was never able to grasp inside some questions about my working life, an interest of a completely different nature, which suddenly manifested itself in a disrespectful and violent way.
Unfortunately, this has always happened to me also in real life and if there I could count on some more sensory indication, now, in the virtual world, I really find myself navigating in waters totally unknown to me.
I will try harder to understand what is the boundary between education, kindness, and respect for myself and how much is permissible to allow someone to ask work questions that hide personal interests.
One step at a time I will recover everything because unfortunately, the world will not become honest and fair to satisfy my dream.

Una passeggiata in città \ A walk downtown

Una passeggiata in città

Avete mai avuto la sensazione di essere risucchiati in un vortice di immagini, colori, rumori ed odori, mentre camminate cercando di controllare i vostri pensieri incessanti?

Ieri, in pieno giorno, sono andata in città e ho notato che le persone si stavano muovendo di nuovo dopo un lungo periodo di pausa e che anche i loro spiriti parevano essersi risvegliati sotto il timido calore dei raggi di sole di febbraio.

Improvvisamente ero passata dall’immobilità del freddo inverno, o per lo meno del mio, ad una vivacità tipica della primavera che ha anticipato nel mio cuore delle sensazioni che non aspettavo di rivivere così presto.

Non fraintendetemi, io adoro osservare la vita e la sua frenesia, ma spesso la mia osservazione di questo movimento mi risucchia in un vortice così intenso da farmi girare la testa o addirittura farmi cedere all’ansia e al panico.

Ieri ho sperimentato di nuovo quella sensazione di moto centripeto che pare sempre portare tutto quello che sento fino allo stomaco, causandomi talvolta un antipatico senso di nausea e capogiro.

Quello che per un secondo pare un’istantanea colorata e gioiosa si trasforma così in qualcosa di distorto ed incomprensibile, perdendo forma e significato e lasciandomi smarrita al centro di una dinamica che io stessa ho creato.

Quanto vorrei poter camminare per le strade della città senza provare questa esperienza, quanto vorrei potermi elevare ad di sopra del mondo dei sensi ed osservare senza farmi assorbire dal contesto. Come vorrei distrarre la mia mente e sentirmi al sicuro senza più ansie o preoccupazioni.

Sarebbe davvero bello, almeno una volta, provare un po’ di sana indifferenza e lasciarmi cullare dalla corrente senza esserne sopraffatta. Sì, sarebbe davvero bellissimo.


A walk downtown

Have you ever had the feeling of being sucked into a whirlwind of images, colors, noises, and smells as you walk trying to control your incessant thoughts?

Yesterday, in broad daylight, I went downtown and noticed that people were moving again after a long pause and that their spirits also seemed to have awakened under the timid heat of the February sunshine.

Suddenly I had gone from the stillness of the cold winter, or at least mine, to a vivacity typical of spring that anticipated in my heart the sensations I didn’t expect to relive so soon.

Don’t get me wrong, I love to observe life and its frenzy, but often my observation of this movement sucks me into a vortex so intense that it makes me dizzy or even give in to anxiety and panic.

Yesterday I experienced again that sensation of centripetal motion that always seems to carry everything I feel up to the stomach, sometimes causing me an unpleasant sense of nausea and dizziness.

What for a second seems like a colorful and joyful snapshot is thus transformed into something distorted and incomprehensible, losing shape and meaning and leaving me lost in the center of a dynamic that I myself created.

How much I wish I could walk the streets without experiencing these circumstances, how much I wish I could rise above the world of the senses and observe without being absorbed by the context. How I would like to distract my mind and feel safe with no more anxieties or worries.

It would be really nice, at least once, to feel a little healthy indifference and let myself be lulled by the current without being overwhelmed. Yes, that would be really beautiful.

La mia scalata verso l’autenticità \ My climb to authenticity

La mia scalata verso l’autenticità

Oggi stavo ripensando al post che ho scritto un anno fa riguardo al tempo perduto, agli anni trascorsi pensando di essere vittima di qualche malfunzionamento del mio stesso sistema, a quei giorni durante i quali vedevo solo una ragazza rotta, disorientata e in constate bisogno di aiuto.

Dicono che la conoscenza renda più forti e hanno ragione.

Dopo più di due anni dalla mia diagnosi, sento di non essere più così pesante, con la testa piena di pensieri tanto da dover evitare di essere continuamente risucchiata dal vortice buio della mia mente, ma allo stesso tempo ho anche iniziato a sentire il bisogno di ritrovare la mia condizione “umana”.

Non sono un oggetto da definire o un caso di studio.

Io sono un essere umano, io sono me stessa, al di là di ogni diagnosi, al di là di ogni definizione, al di là di tutto ciò che proviene dall’esterno.

E con questo non voglio dire che rinnego il viaggio fatto finora, anzi, ma ho semplicemente capito che le risposte esterne non erano più sufficienti.

Almeno, non per me.

Sono stata io dopotutto quella che si lamentava degli anni persi, delle maschere indossate, del senso di smarrimento costante e dopo aver scoperto il perché delle mie sensazioni e del mio diverso funzionamento, per un lungo periodo mi sono lasciata trascinare dagli altri, guardando le loro vite, per evitare di pensare alla mia.

Avevo trovato un posto dove mi sentivo a mio agio, ma poco a poco mi stavo disattivando, lasciando che la corrente decisa da una o dall’altra persona mi cullasse verso la sua riva.

Ed è così facile perdersi, lasciarsi andare, smettere di lottare quando non si è fatto altro che combattere per una vita intera.

E mentre mi muovevo orizzontalmente in un spazio definito, ho perso la meta, la via per trovare me stessa e la natura autentica delle cose.

Una via che si sviluppa in verticale, tra rocce sporgenti e frane costanti, un percorso faticoso verso la luce e la verità, una scalata che puoi fare solo con te stesso, ma che è sicuramente più facile se c’è qualcuno sotto di te ad incitarti e a consigliarti la giusta attrezzatura per arrivare sano e salvo fino alla cima.


My climb to authenticity

Today I was thinking about the post I wrote a year ago about lost time, the years I spent thinking I was the victim of some malfunction of my own system, those days when I only saw a broken girl, disoriented and in need of help.

They say that knowledge makes you stronger and they are right.

After more than two years since my diagnosis, I feel I am no longer so heavy, with my head full of thoughts so much that I have to avoid being continually sucked into the dark vortex of my mind, but at the same time I also started to feel the need to rediscover my “human” condition.

I am not an object to be defined or a case study.

I am a human being, I am myself, beyond any diagnosis, beyond any definition, beyond everything that comes from the outside.

And by this, I don’t mean that I reject the journey made so far, but I simply understood that external responses were no longer sufficient.

At least, not for me.

After all, I was the one who complained about the lost years, the masks worn, the sense of constant loss, and after discovering the reason for my feelings and my different functioning, for a long time, I let myself be carried away from others, looking at their lives, to avoid thinking about mine.

I had found a place where I felt comfortable, but little by little I was turning off, letting the current decided by one or the other person lull me towards its shore.

And it’s so easy to get lost, to let go, to stop fighting when you have done nothing but fight for a lifetime.

And while I was moving horizontally in a defined space, I lost the goal, the way to find myself, and the authentic nature of things.

A path that develops vertically, between protruding rocks and constant landslides, a tiring path towards the light and the truth, a climb that you can only do with yourself, but which is certainly easier if there is someone below you to encourage you and advise you on the right equipment to get safely to the top.

Gli anni perduti \ The lost years

Gli anni perduti

Chi mi restituirà tutti gli anni perduti?
Dopo la mia diagnosi, ho attraversato diverse fasi: sollievo, dubbio, consapevolezza, accettazione e amore verso me stessa. Eppure, ultimamente ho pensato a quegli anni perduti, a quando mi ritenevo “sbagliata” ed ero convinta che non avrei mai potuto realizzare tutte le cose che volevo a causa della mia inspiegabile “stranezza”.
Ed ora sono arrabbiata.
So che il passato resta nel passato, ma ho perso tante opportunità, troppe possibilità, ho rinunciato a molto solo perché non riuscivo a capire come funzionassi, e questo è davvero difficile da accettare.
Certo, nessuno mi restituirà ciò che ho già perso, e sono consapevole che ormai ci sono cose andate per sempre.
E sì, c’è ancora tempo per vivere e per porsi nuovi obiettivi, nuovi piani, nuovi sogni e speranze, ma questo non bilancia quanto ho già perso.
No, non mi ripaga; no, non mi basta.
Le prossime tappe dovrebbero essere il “perdono” e il saper “andare avanti”, ma non ancora non sono ancora pronta per questo.
Ho combattuto così tanto per ottenere questa diagnosi, per ottenere risposte, che questa volta mi merito tempo per sentire e capire questo dolore e per salutare per sempre ciò che ho perso.
E allora voglio correre, ballare, prendere a pugni i cuscini ed urlare fino allo sfinimento, fino a quando non uscirà ogni cosa.
Una diagnosi può cambiare molto, una diagnosi può salvare una vita.


The lost years

Who is going to give me back all those lost years?
After my diagnosis, I went through different stages: relief, self-doubt, awareness, acceptance, and self-love.
But lately, I have been thinking about all those lost years when I thought I was strongly wrong and I was convinced that I could have never achieved all the things I wanted to because of my inexplicable “wrongness”.
So now, I am angry.
I know that the past is in the past, but I have lost so many opportunities, so many chances, and I gave up on things because I couldn’t understand how I worked, and that’s very hard to accept.
Of course, no one is going to give me back what I have already lost, and I know that there are things that are gone for good.
Yes, there is still time to live and find new goals, new plans, new dreams, and hopes, but that doesn’t make it all okay.
It simply doesn’t. It’s not okay, I am not okay thinking about it.
I guess the next stages are gonna be “forgiveness” and “moving on”.
But not yet. I fought so hard to obtain this diagnosis, to obtain answers, that I deserve this time to decongest and mourn all that I lost.
So now, I am going to run, to dance, to train, and to scream it all out.
A diagnosis can change a lot, a diagnosis can save a life.