Vivere ad un altro ritmo \ Takiwatanga

Vivere ad un altro ritmo

Per tutta la vita ho pensato che esistesse solo un certo ritmo da dover seguire, quello che aveva deciso la società, quello che dicono segua il sole, la luna, le stagioni e il ciclo circadiano dell’essere umano: ci si alza quindi presto la mattina, si lavora per almeno otto ore, si mangia a mezzogiorno, si cena alle otto e si va a dormire alle undici, si gioca dopo pranzo, si fanno i compiti nel pomeriggio, si fatica dal lunedì al venerdì e ci si riposa il sabato e la domenica, si concentra l’attenzione nella mattinata e poi nel pomeriggio, la sera si guarda la TV, le attività fisiche si svolgono alla sera e le buone idee si sviluppano al mattino. 

Sinceramente solo a pensarci mi viene il mal di testa!

Io non sono mai riuscita a muovermi a tempo con questo tipo di vita, non ho mai avuto la forza mentale e fisica per sottostare a delle indicazioni così misurate e precise, non sono mai stata in grado di dilatare il mio incedere veloce o di accelerare i miei momenti di introspezione.

Alle scuole elementari la mia attenzione durava per poche decine di minuti, poi mi annoiavo e sentivo il bisogno di evadere e camminare lungo i corridoi cupi e vuoti, magari toccando le giacche də compagnə o gli esperimenti di scienze lasciati incustoditi tra i luoghi di passaggio.

Per rimanere concentrata necessitavo di continui stimoli, di grande considerazione da parte delle insegnanti (sì, erano tutte donne) e di attività parallele come le arti, per esprimere il mio mondo interiore attraverso colori, scrittura, musica e tanto altro. 

Purtroppo, quando questo non era possibile creavo situazioni caotiche, scappavo, parlavo, disegnavo e ovviamente prendevo molti castighi, tanto che con il passare del tempo ho imparato ad interiorizzare questi bisogni, rifugiandomi nel mio mondo fantastico dove tutto era possibile. 

Queste necessità e funzionamenti non sono cambiate in età adulta, anzi, probabilmente si sono consolidate sempre più, creando frustrazione e senso di fallimento ovunque andassi e qualsiasi attività svolgessi. 

Al lavoro ero in grado di portare a termine quasi tutte le consegne richieste in poche ore, trascorrendo così il restante tempo in balia di una soglia d’attenzione ridotta al minimo che avrebbe necessitato di una pausa fisica e mentale per potersi perlomeno ricaricare almeno un pochino. 

E questo accade ancora oggi, ma grazie al lavoro autonomo riesco ad organizzarmi come meglio credo, riducendo al minimo quei momenti di sofferenza e impotenza (purtroppo il lavoro autonomo mi tormenta per le complicatissime questioni burocratiche).

Persino quando faccio qualcosa che amo, il ritmo diventa fondamentale!

Io adoro leggere, ma dopo un quarto d’ora di piena attenzione devo cambiare libro o persino attività al fine di ritrovare respiro e lucidità. In un pomeriggio potrei fare una decina di cose legate ad un interesse speciale, ma tutte diverse e scandite in modo particolare.

Mi rendo conto che questa necessità dev’essere risultata piuttosto antipatica quando da piccola facevo cambiare gioco al mio vicino (l’unico amico che avevo) milioni di volte in un solo pomeriggio, o quando al lavoro saltavo da una consegna all’altra per evitare di annebbiare la mia mente, o ancora quando preferisco guardare un film in TV perché ci sono le pubblicità, anziché godermi la visione ininterrotta su DVD. 

La cosa che ovviamente più mi dispiace è che negli anni questa mia caratteristica sia stata confusa per pigrizia, diseducazione, supponenza, svogliatezza e tanto altro.

Io so di poter dare il massimo in quasi tutte le situazioni, ma dovrei poterlo fare al mio ritmo, come se ballassi una danza segreta, apparentemente fuori tempo, sgraziata, senza alcun senso, ma che per me costituisce un rituale di salvezza e felicità. 


Takiwatanga

All my life I thought that there was only a certain rhythm to follow, the one that society had decided, the one, they say, it follows the sun, the moon, the seasons and the circadian cycle of the human being: so you get up soon the morning, you work for at least eight hours, eat at noon, have dinner at eight and go to sleep at eleven, play after lunch, do your homework in the afternoon, work hard Monday to Friday and rest on Saturday and Sundays, attention is concentrated in the morning and then in the afternoon, in the evening you watch TV, physical activities take place in the evening and good ideas develop in the morning. 

Honestly, just thinking about it gives me a headache! 

I have never been able to move my life around this schedule, I have never had the mental and physical strength to submit to such measured and precise indications, I have never been able to dilate my fast pace or accelerate my moments of introspection.

In elementary school my attention lasted for a few minutes, then I was bored and felt the need to escape and walk along the dark and empty corridors, perhaps touching my classmates’ jackets or science experiments left unattended between places of passage.

To stay focused I needed constant stimulation, great consideration from the teachers, and parallel activities such as the arts, to express my inner world through colors, writing, music, and much more.

Unfortunately, when this was not possible, I used to create chaotic situations, ran away, spoke loudly, drew, and obviously took many punishments, so many that over time I learned to internalize these needs, taking refuge in my fantasy world where everything was possible. 

These needs and functioning have not changed in adulthood, on the contrary, they have probably consolidated more and more, creating frustration and a sense of failure wherever I went and any activity I did. 

At work I was able to complete almost all the tasks required in a few hours, thus spending the remaining time at the mercy of a minimal attention span that would have required a physical and mental break to be able to at least recharge at least a little. 

And this still happens today, but thanks to self-employment I manage to organize myself as I think best, minimizing those moments of suffering and helplessness (unfortunately self-employment torments me for the very complicated bureaucratic issues).

Even when I do something I love, the rhythm becomes essential! 

I love to read, but after a quarter of an hour of full attention, I have to change books or even activities to regain mental peace and clarity. 

In an afternoon I could do a dozen things related to my special interest, but all different and rhythmically marked in a particular way.

I realize that this need must have been rather unpleasant when as a child I made my neighbor (my only friend) change our game millions of times in a single afternoon, or when I jumped from one task to another at work to avoid clouding my mind, or when I prefer to watch a movie on TV because there are commercials, rather than enjoying the uninterrupted vision on DVD.

The thing I obviously regret most is that over the years this characteristic of mine has been confused for laziness, miseducation, arrogance, listlessness, and much more.

I know I can give my best in almost all situations, but I should be able to do it at my own pace, as if I were dancing a secret dance, apparently out of time, clumsy, without any sense, but which for me constitutes a ritual of salvation and happiness.

Abilismo interiorizzato \ Internalized ableism

Abilismo interiorizzato

Ieri è venuta a trovarmi un’amica che non vedevo da tre anni. Lei vive in Spagna ed ha qualche decennio in più di me, ma questo non ci ha impedito di sviluppare una grande amicizia e di tenerci sempre in contatto, sia durante il periodo trascorso insieme in Italia che nelle mie varie visite in Spagna. Inoltre lei è stata una delle prime persone alle quali ho parlato del mio autismo e alla quale ho poi tentato di mostrare la mia vera natura. Questo mio slancio eroico mi costò caro quando, circa un anno fa (post del 5 marzo 2020), smettemmo di parlarci per molti mesi per via di un litigio assurdo che denotava la totale mancanza di comprensione e dialogo. Purtroppo, questa persona si è ammalata gravemente e per questo, intorno a Natale, la ho ricontattata e le ho inviato una copia del mio libro. Da allora abbiamo parlato di tutto, di tutto tranne di quella discussione che forse forzatamente abbiamo imputato allo stress e all’ansia dovute al periodo storico. Comunque, da qualche settimana si trova in Italia e sta visitando e salutando parenti ed amicə, me compresa. Ovviamente mi faceva piacere l’idea di essere una di queste persone e che avremmo avuto la possibilità di incontrarci e passare qualche ora insieme, ma la giornata di ieri mi ha anche svelato quante debolezze ancora vi siano nella comprensione e nell’accettazione dei bisogni autistici.

Prima di tutto avrei dovuto passarla a prendere in una cittadina vicina di prima mattina per poterla portare con me alle mie lezioni all’aperto. Non che la cosa mi dispiacesse, ma non sono bravissima a guidare e questo detour mi ha portata ad avere ansie e pensieri sin dai giorni che precedevano questo incontro. La notte prima ho dormito forse un’ora per via del preciclo e probabilmente per le emozioni legate alla giornata piena che avrei dovuto trascorrere il giorno seguente. Nonostante le abbia comunicato questa mia mancanza di riposo, nulla nei piani è cambiato e avrei dovuto passarla a prendere nell’orario precedentemente concordato. Il mio ragazzo preoccupato dal mio stato di salute e stanchezza ha fortunatamente insistito per accompagnarmi e telelavorare per starmi vicina. Più volte telefonicamente la mia amica mi ha avvertito di preparami psicologicamente ai suoi abbracci dai quali non mi avrebbe risparmiata, ma mi chiedo allora come si possa essere consapevoli di arrecare un disagio e allo stesso tempo insistere per procedere comunque all’azione in questione. Forse queste persone pensano (senza cattiveria e animate di buone intenzioni) di poterci “guarire” con una specie di terapia dello shock, ma la realtà è che tutti questi abbracci non hanno fatto altro che aumentare la mia ansia e il mio desiderio di evasione. La mattinata è trascorsa bene con le lezioni all’aperto e la spesa che abbiamo fatto in un mercato della verdura poco affollato.  I problemi veri però sono arrivati purtroppo durante il pranzo e poi nel pomeriggio. Questa persona per via dei medicinali che assume ha delle esigenze dietetiche particolari e quindi abbiamo deciso di cucinarle della pasta. Ovviamente il formato che ha scelto per il pranzo, è uno di quelli che io non amo e così ho mangiato con molta tensione e fastidio che ho cercato di nascondere per cercare di creare un ambiente sereno e tranquillo. Dopo pranzo il mio ragazzo è dovuto uscire e ci ha lasciate sole fino a sera. Da qui in poi per me è stato un vero incubo.

Seppur voglia bene a questa persona e le sia grata per tutto l’aiuto che mi ha dato, non ha saputo in nessun modo cogliere il mio disagio e le mie necessità per tutto il tempo. Più volte le ho proposto di uscire a passeggiare, di stare sul balcone o di intrattenerci in altro modo, ma nonostante le insistenze lei si è imposta sul divano e mi ha chiesto di passare un pomeriggio di “chiacchiere” e relax. Io ho iniziato a muovermi tra un divano all’altro, a cercare situazioni distraenti e scuse per potermi muovere, ma i miei sforzi non sono stati sufficienti. Purtroppo, la mia ora di sonno della notte precedente mi ha costretta a resistere anziché cercare una discussione, e così stupidamente ho assecondato le sue richieste una dopo l’altra. Da una parte non volevo forzarla, vista l’età e i problemi di salute, dall’altra sapevo che in questi giorni aveva camminato, pedalato, fatto festa e tanto altro, e quindi questo discorso poteva essere solo parzialmente una scusante per la situazione alla quale ho contribuito con il mio silenzio. È stata durissima anche dal punto di vista dell’ordine e delle abitudini, poiché io tolgo sempre le scarpe prima di entrare in casa e sono molto attenta a tenere tutto in una condizione di pulizia e igiene che sa mettermi a mio agio. Anche questa parte è stata una grande sfida e mi sono ritrovata a pulire casa alle 7 di sera appena lei se ne è andata. Il piano originale, tra l’altro, era quello di restare insieme tutto il giorno e quindi lei si sarebbe dovuta trattenere a cena. Vista la mia stanchezza avevamo già prenotato in un posto carino e tranquillo, salvo scoprire poi verso le sei di sera che lei non aveva alcuna intenzione di cenare perché era a dieta. Comunque, alle 7 il mio ragazzo con una scusa la ha riaccompagnata a casa ed io sono crollata in preda ad un meltdown fisico ed emotivo fatto di settimane di stanchezza, visite, lavoro e caldo intenso.

Non sentivo tante chiacchiere tutte assieme da anni e capisco che dopo tanto tempo di incontri telefonici, parlare possa essere un’esigenza, ma il mio autismo ancora una volta è stato un accessorio ricoperto da strati di scuse e dimenticanze. Questa volta avrei dovuto impormi di più, tutelarmi di più e volermi più bene anziché lasciare sempre ad altrə il timone di discussioni e l’organizzazione delle mie giornate. È vero che si trattava di una visita di una persona “lontana”, ma questo non significa che io debba accettare qualsiasi condizione e reprimere i miei bisogni e necessità. Ho sprecato un’occasione per parlare apertamente, forse a causa della stanchezza o forse a causa di tutto l’abilismo che ancora mi circonda e che sento essere fortemente enorme e invalicabile. Mi sento ancora piccola, isolata, una su mille, con una voce che vale meno e che faticherà ad essere ascoltata… purtroppo la realtà è che il vero abilismo è quello che ho interiorizzato e che mi perseguita ogni giorno e che rifletto di conseguenza sulle persone che mi circondano, sperando che possano fare un salto mentale che forse non ho ancora fatto nemmeno io.


Internalized ableism

Yesterday a friend I hadn’t seen for three years came to see me. She lives in Spain and she is a few decades older than me, but this hasn’t stopped us from developing a great friendship and always keeping in touch, both during the period spent together in Italy and in my various visits to Spain. Furthermore, she was one of the first people I spoke to about my autism and to whom I then tried to show my true nature. This heroic momentum of mine cost me dearly when, about a year ago (post of March 5, 2020), we stopped talking to each other for many months due to an absurd quarrel that denoted the total lack of understanding and dialogue. Unfortunately, this person became seriously ill and for this reason, around Christmas, I contacted her and sent her a copy of my book. Since then we have talked about everything, everything except that discussion that perhaps we have forcibly attributed to stress and anxiety due to the historical period. Anyway, she has been in Italy for a few weeks now and she has been visiting and greeting relatives and friends, myself included. Obviously, I liked the idea of being one of these people and that we would have had the opportunity to meet and spend a few hours together, but yesterday also revealed to me how many weaknesses there are still in the understanding and acceptance of autistic needs. 

First of all, I would have had to pick her up in a nearby town early in the morning to be able to take her with me to my outdoor lessons. Not that I minded it, but I’m not very good at driving and this detour has led me to have anxieties and thoughts since the days preceding this meeting. The night before I slept maybe an hour because of the premenstrual syndrome and probably for the emotions related to the busy day that I was supposed to spend the following day. Despite having communicated my lack of rest, nothing in the plans changed and I would have had to pick her up at the previously agreed time. My boyfriend, worried about my state of health and fatigue, fortunately, insisted on accompanying me and teleworking to be closer to me. Several times by telephone my friend warned me to psychologically prepare for her hugs from which she would not have spared me, but then I wondered how one can be aware of causing discomfort and at the same time insist on proceeding anyway with the action in question. Maybe these people think (kindly and well-intentioned) that they can “heal” us with some kind of shock therapy, but the reality is that all these hugs have only increased my anxiety and my desire to escape. The morning went well with the outdoor lessons and then shopping at an uncrowded grocery market. Unfortunately, the real problems came during lunch and then in the afternoon. This person has special dietary needs due to the medications she takes and so we decided to cook some pasta. Obviously the format she chose for lunch is one that I don’t like and so I ate with a lot of tension and annoyance that I tried to hide to try to create an environment peaceful and quiet. After lunch, my boyfriend had to go out and he left us alone until evening. From here on it was a real nightmare for me. 

Although I love this person and I am grateful to her for all the help she has given me, she has in no way been able to grasp my discomfort and my needs during the time spent together. Several times I asked her to go out for a walk, to stay on the balcony, or to entertain us in any other way, but despite the insistence, she imposed herself on the sofa and asked me to spend an afternoon of “chatting” and relaxing. I started moving from one sofa to another, looking for distracting situations and excuses to be able to move, but my efforts were not enough. Unfortunately, my hour of sleep the previous night forced me to resist rather than seek an argument, and so foolishly I indulged her requests one after another. On the one hand, I did not want to force her, given her age and health problems, on the other I knew that in recent days she had walked, cycled, celebrated, and much more, and therefore this point could only partially be an excuse for the situation to which I contributed with my silence.  It was also very hard from the point of view of order and habits since I always take off my shoes before entering the house and I am very careful to keep everything in a clean and hygienic condition that knows how to put me at ease. This part was also a big challenge and I found myself cleaning the house at 7 pm as soon as she left. The original plan, among other things, was to stay together all day, and therefore she would have to stay for dinner. Given my tiredness, we had already booked in a nice and quiet place, only to discover around six pm that she had no intention of having dinner because she was on a diet. However, at 7 o’clock my boyfriend took her home with an excuse and I collapsed in the throes of a physical and emotional meltdown made up of weeks of fatigue, visits, work, and intense heat. 

I haven’t heard a lot of chatter all together for years and I understand that after a long time of telephone meetings, talking can be a need, but my autism was once again an accessory covered with layers of excuses and forgetfulness. This time I should have imposed myself more, protected myself more, and loved myself more, rather than always leaving the helm of discussions and the organization of my days to others. It is true that it was a visit from a “distant” person, but this is not it means that I have to accept any conditions and repress my wants and needs. I wasted an opportunity to speak openly, perhaps because of fatigue or perhaps because of all the ableism that still surrounds me and that I feel is enormously huge and impassable. I still feel small, isolated, one in a thousand, with a voice that is worthless and that still struggle to be heard … unfortunately the reality is that true ableism is the one I have internalized and that haunts me every day and that I reflect accordingly on the people around me, hoping they can make a mental leap that maybe I haven’t even done yet.

Hai voluto la bicicletta? \ Be careful what you wish for!

Hai voluto la bicicletta?

Pochi giorni fa mi sono recata in diverse librerie per chiedere di tenere il mio libro a disposizione dei clienti con la formula della conto-visione, che permette ai commercianti di ordinare alcune copie di qualsiasi testo senza alcun rischio. Purtroppo, questo tipo di soluzione, seppur apparentemente vincente, ha un grande difetto: richiede una solida e sicura interazione sociale, così, nella maggior parte dei casi, è stato il mio ragazzo a fare per me questa domanda alle librerie, mentre io restavo fuori dalla porta, tremante e dubbiosa, spaventata dalla mia stessa opera e dalla mia stessa voce. 

Avevo scelto di affidarmi ad una casa editrice abbastanza strutturata proprio per evitare di dovermi esporre in questo modo, ma purtroppo mi hanno fatto capire che glə autorə emergenti non hanno le stesse possibilità deglə altrə e che difficilmente finiscono davvero sugli scaffali. 

Ciononostante, ho notato che con un po’ di insistenza e di faccia tosta, non è impossibile spuntarla e farsi conoscere anche nei luoghi più inaspettati. Certo se io avessi avuto questa prontezza di spirito, allora mi sarei già lanciata alla conquista del mondo, ma quel tipo di atteggiamento non fa parte del mio essere e non mi mette a mio agio. 

Quando mi chiedono di fare delle foto di persona mentre tengo in mano il libro sento che vorrei scomparire ed ogni intervista online (per ora ancora poche) è una prova di forza e coraggio.  

Qualcuno potrebbe dire che me la sono cercata, che avrei dovuto immaginare con più realismo quello che sarebbe successo una volta pubblicato il libro, ma io ho sempre pensato che il potere delle parole mi avrebbe salvata e che se avessi usato le mie armi, non avrei mai perso la strada. 

Purtroppo, nel mondo dell’editoria (come in tanti altri), la capacità di sapersi vendere è fondamentale: ogni giorno ci sono telefonate, proposte, contatti di ogni genere. 

Ho dovuto imparare a chiedere aiuto e favori e ad insistere leggermente per sollecitare supporto prima promesso e poi mai mantenuto e questo è un territorio completamente nuovo per me, una strada lastricata di imprevisti e ostacoli, per i quali non ero minimamente attrezzata. 

Così ogni giorno cerco di farmi carico dello stress e dell’ansia che sento salire allo stomaco e provo a pensare che servirà a qualcosa di buono, ma la verità è che sto iniziando a sentirmi sempre più stanca e fuori luogo, vittima del mio stesso mascheramento selvaggio che mi ha portata al centro dell’arena completamente disarmata. 

Non ho con me la carica che possono dare una famiglia solida e forti radici, non ho ali radiose che fanno volare l’autostima verso nuove avventure, o la spinta per catapultarmi oltre le paure e i traumi che ancora mi appaiono come muri invalicabili dentro i quali sono ancora prigioniera. 

Non so cosa succederà nei prossimi mesi, se mai riuscirò a gestire questa avventura con più calma e decisione, ma sento che il timore più grande che mi lega e mi soffoca, è proprio quello di non sentirmi mai libera di poter essere me stessa al cento per cento.


Be caraful what you wish for!

A few days ago I went to several bookstores to ask to keep my book available to customers with the account-viewing formula, which allows merchants to order a few copies of any text without any risk. Unfortunately, this type of solution, although apparently successful, has a big flaw: it requires a solid and strong social interaction, so, in most cases, it was my boyfriend who asked this question for me to the bookstores, while I was waiting outside, trembling and doubtful, frightened by my own work and my own voice. 

I had chosen to rely on a fairly structured publishing house precisely to avoid having to expose myself in this way, but unfortunately, they made me understand that emerging authors do not have the same opportunities as others and that they hardly really end up on the shelves. 

Nonetheless, I have noticed that with a bit of insistence and audacity, it is not impossible to win and make yourself known even in the most unexpected places. Of course, if I had had this readiness of spirit, then I would have already set out to conquer the world, but that kind of attitude is not part of my being and does not put me at ease. 

When they ask me to take pictures of myself while I hold the book in my hand, I feel that I would like to disappear and every online interview (still few for now) is a test of strength and courage. 

Some might say that I got exactly what I wanted, that I should have imagined with more realism what would happen once the book was published, but I always thought that the power of words would save me and that if I had used my weapons, I would not have never lost my way.

Unfortunately, in the publishing world (as in many others), the ability to know how to sell is fundamental: every day there are phone calls, proposals, contacts of all kinds. I had to learn to ask for help and favors and to slightly insist on soliciting support that was first promised and then never kept and this is completely new territory for me, a road paved with unexpected events and obstacles, for which I was not in the least equipped. 

So every day I try to take on the stress and anxiety that I feel rising in my stomach and I try to think that it will do something good, but the truth is that I am starting to feel more and more tired and out of place, a victim of my own wild making that took me to the center of the arena completely unarmed. 

I do not have with me the charge that a solid family and strong roots can give, I do not have radiant wings that make self-esteem fly towards new adventures, or the drive to catapult myself beyond the fears and traumas that still appear to me as impassable walls within which I’m still a prisoner. 

I do not know what will happen in the next few months if I will ever be able to manage this adventure with more calm and determination, but I feel that the greatest fear that binds me and suffocates me is precisely that of never feeling free to be myself at one hundred percent.

Sola, nel lato buio della mia luna \ Alone, on the dark side of my moon

Sola, nel lato buio della mia luna

Ora vi farò ridere (o forse no), ma mi ci sono voluti due anni di terapia per convincermi di una cosa apparentemente banale: il mondo non ragiona come me.

E non parlo di dettagli nel funzionamento, sicuramente influenzato da mille fattori tra i quali l’autismo, ma dal modo generale di pensare e di approcciarsi alla vita.

Ho avuto questa grande illuminazione quando parlando con una persona conosciuta, questa mi ha velatamente fatto capire che io avrei: “una vita facile” per via del mio lavoro “leggero” e della mia intelligenza “sprecata”.

A me non sarebbe mai venuto in mente un ragionamento del genere solo osservando la parte visibile della vita di una persona, proprio perché penso che la verità sia nascosta sul lato più buio della nostra luna (citazione musicale…), quello che tendenzialmente non condividiamo con chiunque e che raccoglie tutte le nostre parti più profonde.

All’inizio della conversazione ho pensato che quella persona mi stesse prendendo in giro; come poteva supporre che la mia vita fosse facile? Me lo leggeva in faccia? Non vedeva le cicatrici fisiche ed interiori? Non capiva che quel lavoro “leggero” (sì, magari…) è stata una necessità, oltre che un piacere? Non osservava che dietro alle mie pause c’era una stanchezza immensa e pesantissima?

Così ho iniziato a pensare che se non ero io a nascondere bene il mio mondo interiore, allora erano gli altri che semplicemente non lo capivano e non lo notavano.

La soluzione più ovvia alla fine era anche la più semplice e mi sono arresa a questa solitudine, sapendo che probabilmente avrei trovato la mia stessa sensibilità e spirito di osservazione solo tra pochissime persone e che avrei dovuto smettere di contarci come se fosse qualcosa di dovuto in ogni relazione interpersonale.

Forse avrei potuto capirlo già da bambina, quando mi dicevano che ero una “sapientona”, che “non sono tutti come te”, che “il mondo non gira intorno a te”. O per lo meno lo avrei dovuto realizzare quando ho iniziato a rimanere sempre più sola e quando non trovavo l’incastro giusto per inserirmi nei gruppi.

Probabilmente fermarsi all’apparenza è più facile e permette un maggiore distacco dalle situazioni, forse è quella la chiave che apre la porta alle persone e le aiuta a voltare le spalle alle altre nel momento del bisogno.

E se dal punto di vista emotivo posso capire che ci sia anche una necessità di auto preservarsi, dall’altra ho fatto fatica ad ammettere a me stessa che non dovrò né potrò aspettarmi da chiunque quel livello di profondità e intensità che metto in tutte le cose che osservo e che faccio.

D’altronde nemmeno io sono immune a questa tendenza di voler maggiormente mostrare il mio lato di luce e nascondere quello più profondo e forse oscuro.


Alone, on the dark side of my moon

I’ll make you laugh (or maybe not), but it took me two years of therapy to convince me of a seemingly trivial thing: the world doesn’t think like me.

And I’m not talking about details in functioning, certainly influenced by a thousand factors including autism, but by the general way of thinking and approaching life.

I had this great enlightenment when talking to a known person, this one covertly made me understand that I would have: “an easy life” because of my “light” work and my “wasted” intelligence.

Such reasoning would never have occurred to me just by observing the visible part of a person’s life, precisely because I think the truth is hidden on the darker side of our moon (musical quote…), which tends not to be shared with anyone and that gathers all our deepest parts.

At the beginning of the conversation I thought that person was making fun of me; how could she suppose my life was easy? Did she see it in my face? Didn’t she see the physical and inner scars? Didn’t she understand that that “light” job (which is not…) was a necessity, as well as a pleasure? Didn’t she observe that behind my pauses there was immense and very heavy fatigue?

So I started thinking that if it wasn’t me who was hiding my inner world well, then it was others who simply didn’t understand it and didn’t notice it.

The most obvious solution, in the end, was also the simplest one and I surrendered to this loneliness, knowing that I would probably find my same sensitivity and powers of observation only among very few people and that I would have to stop counting it as if it were something due in any interpersonal relationship.

Maybe I could have understood it already as a child when they told me that I was a “know-it-all”, that “they are not all like you”, that “the world does not revolve around you”. Or at least I should have realized it when I started to be more and more alone and when I couldn’t find the right fit into the groups.

Apparently do not look beyond appearances is easier and allows a greater detachment from situations, perhaps that is the key that opens the door to people and helps them to turn their backs on others in times of need.

And if from an emotional point of view I can understand that there is also a need for self-preservation, but on the other hand, I have struggled to admit to myself that I should not and cannot expect from anyone that level of depth and intensity that I put into all things that I observe and that I do.

Besides, not even I am immune to this tendency to want to show my luminous side more and hide the deeper and perhaps dark one.

Un posto sicuro \ A safe place

Un posto sicuro

Se dovessi pensare ad un posto dove ti senti al sicuro, quale sarebbe?

Per me è sempre stato tra le pagine di carta di un libro, meglio se grosso, così da potermi creare un tetto spesso tra le dita e mille idee in testa per tenermi occupata.

Non ci sono difetti sensoriali nella carta. Per me è perfetta in tutto, persino nella sua precisione ? analitica nel tagliarmi ogni volta che sbaglio l’approccio alla pagina.
La carta nuova profuma di fresco, è una sensazione che mi innalza e che mi fa pensare sempre ai nuovi inizi.
I libri della biblioteca invece sanno di storia. Il loro profumo mi pare acido, deciso, ma anche avvolgente, mi ricorda il tabacco ed il caffè, con un misto di casa della nonna. Questi odori vissuti mi portano più verso l’interno, facendomi riflettere sul passato e sulla storia di chi ha prima scritto e poi di chi ha successivamente toccato quel libro.

Carta lucida, carta riciclata, gialla, bianchissima, fina, ruvida… non importa. Potrei passarci sopra le dita per ore e sentire con piacere quel suono sottile e quasi impercettibile delle pagine che si girano e che poi si appoggiano l’una sopra l’altra.
Qualche volta mi è persino capitato di mangiare della carta, o meglio, di masticarla. E devo dire che non è male, anche se decisamente preferisco la cioccolata.

E poi, le parole. Segni che solo a guardarli mi incantano completamente. Quante volte ho preso in mano libri in lingue che nemmeno capivo solo per seguire il movimento di quelle righette, ondine, sbaffetti e tracce di messaggi apparentemente indecifrabili?

Qui, tra i libri, è tutto perfetto, sicuro e libero.


A safe place

If you had to think of a place where you feel safe, what would it be?

For me, it has always been between the paper pages of a book, preferably a big one, so that I can create a thick roof between my fingers and a thousand ideas in my head to keep me busy.

There are no sensory flaws in the paper. It is perfect in everything, even in its precision analytic in cutting myself every time I make a mistake in approaching the page. The new paper smells fresh, it is a sensation that lifts me up and always makes me think about new beginnings, while the books in the library have a history of their own. Their scent seems acidic, decisive, but also enveloping, reminds me of tobacco and coffee, with a mixture of grandmother’s house.
These lived smells bring me more inward, making me reflect on the past and on the history of those who wrote the book and then of those who subsequently touched it.

Glossy paper, recycled paper, yellow, very white, fine, rough… it doesn’t matter. I could run my fingers over it for hours and hear with pleasure that subtle and almost imperceptible sound of the pages turning and then resting on top of each other. Sometimes I even happened to eat paper, or rather, to chew it. And I have to say it’s not bad, although I definitely prefer chocolate.

And then, the words. Signs that just looking at them enchant me completely. How many times have I picked up books in languages that I didn’t even understand just to follow the movement of those lines, undines, smudges, and traces of apparently indecipherable messages?

Here, among the books, everything is perfect, safe, and free.

La mia scalata verso l’autenticità \ My climb to authenticity

La mia scalata verso l’autenticità

Oggi stavo ripensando al post che ho scritto un anno fa riguardo al tempo perduto, agli anni trascorsi pensando di essere vittima di qualche malfunzionamento del mio stesso sistema, a quei giorni durante i quali vedevo solo una ragazza rotta, disorientata e in constate bisogno di aiuto.

Dicono che la conoscenza renda più forti e hanno ragione.

Dopo più di due anni dalla mia diagnosi, sento di non essere più così pesante, con la testa piena di pensieri tanto da dover evitare di essere continuamente risucchiata dal vortice buio della mia mente, ma allo stesso tempo ho anche iniziato a sentire il bisogno di ritrovare la mia condizione “umana”.

Non sono un oggetto da definire o un caso di studio.

Io sono un essere umano, io sono me stessa, al di là di ogni diagnosi, al di là di ogni definizione, al di là di tutto ciò che proviene dall’esterno.

E con questo non voglio dire che rinnego il viaggio fatto finora, anzi, ma ho semplicemente capito che le risposte esterne non erano più sufficienti.

Almeno, non per me.

Sono stata io dopotutto quella che si lamentava degli anni persi, delle maschere indossate, del senso di smarrimento costante e dopo aver scoperto il perché delle mie sensazioni e del mio diverso funzionamento, per un lungo periodo mi sono lasciata trascinare dagli altri, guardando le loro vite, per evitare di pensare alla mia.

Avevo trovato un posto dove mi sentivo a mio agio, ma poco a poco mi stavo disattivando, lasciando che la corrente decisa da una o dall’altra persona mi cullasse verso la sua riva.

Ed è così facile perdersi, lasciarsi andare, smettere di lottare quando non si è fatto altro che combattere per una vita intera.

E mentre mi muovevo orizzontalmente in un spazio definito, ho perso la meta, la via per trovare me stessa e la natura autentica delle cose.

Una via che si sviluppa in verticale, tra rocce sporgenti e frane costanti, un percorso faticoso verso la luce e la verità, una scalata che puoi fare solo con te stesso, ma che è sicuramente più facile se c’è qualcuno sotto di te ad incitarti e a consigliarti la giusta attrezzatura per arrivare sano e salvo fino alla cima.


My climb to authenticity

Today I was thinking about the post I wrote a year ago about lost time, the years I spent thinking I was the victim of some malfunction of my own system, those days when I only saw a broken girl, disoriented and in need of help.

They say that knowledge makes you stronger and they are right.

After more than two years since my diagnosis, I feel I am no longer so heavy, with my head full of thoughts so much that I have to avoid being continually sucked into the dark vortex of my mind, but at the same time I also started to feel the need to rediscover my “human” condition.

I am not an object to be defined or a case study.

I am a human being, I am myself, beyond any diagnosis, beyond any definition, beyond everything that comes from the outside.

And by this, I don’t mean that I reject the journey made so far, but I simply understood that external responses were no longer sufficient.

At least, not for me.

After all, I was the one who complained about the lost years, the masks worn, the sense of constant loss, and after discovering the reason for my feelings and my different functioning, for a long time, I let myself be carried away from others, looking at their lives, to avoid thinking about mine.

I had found a place where I felt comfortable, but little by little I was turning off, letting the current decided by one or the other person lull me towards its shore.

And it’s so easy to get lost, to let go, to stop fighting when you have done nothing but fight for a lifetime.

And while I was moving horizontally in a defined space, I lost the goal, the way to find myself, and the authentic nature of things.

A path that develops vertically, between protruding rocks and constant landslides, a tiring path towards the light and the truth, a climb that you can only do with yourself, but which is certainly easier if there is someone below you to encourage you and advise you on the right equipment to get safely to the top.