Un posto sicuro \ A safe place

Un posto sicuro

Se dovessi pensare ad un posto dove ti senti al sicuro, quale sarebbe?

Per me è sempre stato tra le pagine di carta di un libro, meglio se grosso, così da potermi creare un tetto spesso tra le dita e mille idee in testa per tenermi occupata.

Non ci sono difetti sensoriali nella carta. Per me è perfetta in tutto, persino nella sua precisione ? analitica nel tagliarmi ogni volta che sbaglio l’approccio alla pagina.
La carta nuova profuma di fresco, è una sensazione che mi innalza e che mi fa pensare sempre ai nuovi inizi.
I libri della biblioteca invece sanno di storia. Il loro profumo mi pare acido, deciso, ma anche avvolgente, mi ricorda il tabacco ed il caffè, con un misto di casa della nonna. Questi odori vissuti mi portano più verso l’interno, facendomi riflettere sul passato e sulla storia di chi ha prima scritto e poi di chi ha successivamente toccato quel libro.

Carta lucida, carta riciclata, gialla, bianchissima, fina, ruvida… non importa. Potrei passarci sopra le dita per ore e sentire con piacere quel suono sottile e quasi impercettibile delle pagine che si girano e che poi si appoggiano l’una sopra l’altra.
Qualche volta mi è persino capitato di mangiare della carta, o meglio, di masticarla. E devo dire che non è male, anche se decisamente preferisco la cioccolata.

E poi, le parole. Segni che solo a guardarli mi incantano completamente. Quante volte ho preso in mano libri in lingue che nemmeno capivo solo per seguire il movimento di quelle righette, ondine, sbaffetti e tracce di messaggi apparentemente indecifrabili?

Qui, tra i libri, è tutto perfetto, sicuro e libero.


A safe place

If you had to think of a place where you feel safe, what would it be?

For me, it has always been between the paper pages of a book, preferably a big one, so that I can create a thick roof between my fingers and a thousand ideas in my head to keep me busy.

There are no sensory flaws in the paper. It is perfect in everything, even in its precision analytic in cutting myself every time I make a mistake in approaching the page. The new paper smells fresh, it is a sensation that lifts me up and always makes me think about new beginnings, while the books in the library have a history of their own. Their scent seems acidic, decisive, but also enveloping, reminds me of tobacco and coffee, with a mixture of grandmother’s house.
These lived smells bring me more inward, making me reflect on the past and on the history of those who wrote the book and then of those who subsequently touched it.

Glossy paper, recycled paper, yellow, very white, fine, rough… it doesn’t matter. I could run my fingers over it for hours and hear with pleasure that subtle and almost imperceptible sound of the pages turning and then resting on top of each other. Sometimes I even happened to eat paper, or rather, to chew it. And I have to say it’s not bad, although I definitely prefer chocolate.

And then, the words. Signs that just looking at them enchant me completely. How many times have I picked up books in languages that I didn’t even understand just to follow the movement of those lines, undines, smudges, and traces of apparently indecipherable messages?

Here, among the books, everything is perfect, safe, and free.

La mia scalata verso l’autenticità \ My climb to authenticity

La mia scalata verso l’autenticità

Oggi stavo ripensando al post che ho scritto un anno fa riguardo al tempo perduto, agli anni trascorsi pensando di essere vittima di qualche malfunzionamento del mio stesso sistema, a quei giorni durante i quali vedevo solo una ragazza rotta, disorientata e in constate bisogno di aiuto.

Dicono che la conoscenza renda più forti e hanno ragione.

Dopo più di due anni dalla mia diagnosi, sento di non essere più così pesante, con la testa piena di pensieri tanto da dover evitare di essere continuamente risucchiata dal vortice buio della mia mente, ma allo stesso tempo ho anche iniziato a sentire il bisogno di ritrovare la mia condizione “umana”.

Non sono un oggetto da definire o un caso di studio.

Io sono un essere umano, io sono me stessa, al di là di ogni diagnosi, al di là di ogni definizione, al di là di tutto ciò che proviene dall’esterno.

E con questo non voglio dire che rinnego il viaggio fatto finora, anzi, ma ho semplicemente capito che le risposte esterne non erano più sufficienti.

Almeno, non per me.

Sono stata io dopotutto quella che si lamentava degli anni persi, delle maschere indossate, del senso di smarrimento costante e dopo aver scoperto il perché delle mie sensazioni e del mio diverso funzionamento, per un lungo periodo mi sono lasciata trascinare dagli altri, guardando le loro vite, per evitare di pensare alla mia.

Avevo trovato un posto dove mi sentivo a mio agio, ma poco a poco mi stavo disattivando, lasciando che la corrente decisa da una o dall’altra persona mi cullasse verso la sua riva.

Ed è così facile perdersi, lasciarsi andare, smettere di lottare quando non si è fatto altro che combattere per una vita intera.

E mentre mi muovevo orizzontalmente in un spazio definito, ho perso la meta, la via per trovare me stessa e la natura autentica delle cose.

Una via che si sviluppa in verticale, tra rocce sporgenti e frane costanti, un percorso faticoso verso la luce e la verità, una scalata che puoi fare solo con te stesso, ma che è sicuramente più facile se c’è qualcuno sotto di te ad incitarti e a consigliarti la giusta attrezzatura per arrivare sano e salvo fino alla cima.


My climb to authenticity

Today I was thinking about the post I wrote a year ago about lost time, the years I spent thinking I was the victim of some malfunction of my own system, those days when I only saw a broken girl, disoriented and in need of help.

They say that knowledge makes you stronger and they are right.

After more than two years since my diagnosis, I feel I am no longer so heavy, with my head full of thoughts so much that I have to avoid being continually sucked into the dark vortex of my mind, but at the same time I also started to feel the need to rediscover my “human” condition.

I am not an object to be defined or a case study.

I am a human being, I am myself, beyond any diagnosis, beyond any definition, beyond everything that comes from the outside.

And by this, I don’t mean that I reject the journey made so far, but I simply understood that external responses were no longer sufficient.

At least, not for me.

After all, I was the one who complained about the lost years, the masks worn, the sense of constant loss, and after discovering the reason for my feelings and my different functioning, for a long time, I let myself be carried away from others, looking at their lives, to avoid thinking about mine.

I had found a place where I felt comfortable, but little by little I was turning off, letting the current decided by one or the other person lull me towards its shore.

And it’s so easy to get lost, to let go, to stop fighting when you have done nothing but fight for a lifetime.

And while I was moving horizontally in a defined space, I lost the goal, the way to find myself, and the authentic nature of things.

A path that develops vertically, between protruding rocks and constant landslides, a tiring path towards the light and the truth, a climb that you can only do with yourself, but which is certainly easier if there is someone below you to encourage you and advise you on the right equipment to get safely to the top.