Vivere ad un altro ritmo \ Takiwatanga

Vivere ad un altro ritmo

Per tutta la vita ho pensato che esistesse solo un certo ritmo da dover seguire, quello che aveva deciso la società, quello che dicono segua il sole, la luna, le stagioni e il ciclo circadiano dell’essere umano: ci si alza quindi presto la mattina, si lavora per almeno otto ore, si mangia a mezzogiorno, si cena alle otto e si va a dormire alle undici, si gioca dopo pranzo, si fanno i compiti nel pomeriggio, si fatica dal lunedì al venerdì e ci si riposa il sabato e la domenica, si concentra l’attenzione nella mattinata e poi nel pomeriggio, la sera si guarda la TV, le attività fisiche si svolgono alla sera e le buone idee si sviluppano al mattino. 

Sinceramente solo a pensarci mi viene il mal di testa!

Io non sono mai riuscita a muovermi a tempo con questo tipo di vita, non ho mai avuto la forza mentale e fisica per sottostare a delle indicazioni così misurate e precise, non sono mai stata in grado di dilatare il mio incedere veloce o di accelerare i miei momenti di introspezione.

Alle scuole elementari la mia attenzione durava per poche decine di minuti, poi mi annoiavo e sentivo il bisogno di evadere e camminare lungo i corridoi cupi e vuoti, magari toccando le giacche də compagnə o gli esperimenti di scienze lasciati incustoditi tra i luoghi di passaggio.

Per rimanere concentrata necessitavo di continui stimoli, di grande considerazione da parte delle insegnanti (sì, erano tutte donne) e di attività parallele come le arti, per esprimere il mio mondo interiore attraverso colori, scrittura, musica e tanto altro. 

Purtroppo, quando questo non era possibile creavo situazioni caotiche, scappavo, parlavo, disegnavo e ovviamente prendevo molti castighi, tanto che con il passare del tempo ho imparato ad interiorizzare questi bisogni, rifugiandomi nel mio mondo fantastico dove tutto era possibile. 

Queste necessità e funzionamenti non sono cambiate in età adulta, anzi, probabilmente si sono consolidate sempre più, creando frustrazione e senso di fallimento ovunque andassi e qualsiasi attività svolgessi. 

Al lavoro ero in grado di portare a termine quasi tutte le consegne richieste in poche ore, trascorrendo così il restante tempo in balia di una soglia d’attenzione ridotta al minimo che avrebbe necessitato di una pausa fisica e mentale per potersi perlomeno ricaricare almeno un pochino. 

E questo accade ancora oggi, ma grazie al lavoro autonomo riesco ad organizzarmi come meglio credo, riducendo al minimo quei momenti di sofferenza e impotenza (purtroppo il lavoro autonomo mi tormenta per le complicatissime questioni burocratiche).

Persino quando faccio qualcosa che amo, il ritmo diventa fondamentale!

Io adoro leggere, ma dopo un quarto d’ora di piena attenzione devo cambiare libro o persino attività al fine di ritrovare respiro e lucidità. In un pomeriggio potrei fare una decina di cose legate ad un interesse speciale, ma tutte diverse e scandite in modo particolare.

Mi rendo conto che questa necessità dev’essere risultata piuttosto antipatica quando da piccola facevo cambiare gioco al mio vicino (l’unico amico che avevo) milioni di volte in un solo pomeriggio, o quando al lavoro saltavo da una consegna all’altra per evitare di annebbiare la mia mente, o ancora quando preferisco guardare un film in TV perché ci sono le pubblicità, anziché godermi la visione ininterrotta su DVD. 

La cosa che ovviamente più mi dispiace è che negli anni questa mia caratteristica sia stata confusa per pigrizia, diseducazione, supponenza, svogliatezza e tanto altro.

Io so di poter dare il massimo in quasi tutte le situazioni, ma dovrei poterlo fare al mio ritmo, come se ballassi una danza segreta, apparentemente fuori tempo, sgraziata, senza alcun senso, ma che per me costituisce un rituale di salvezza e felicità. 


Takiwatanga

All my life I thought that there was only a certain rhythm to follow, the one that society had decided, the one, they say, it follows the sun, the moon, the seasons and the circadian cycle of the human being: so you get up soon the morning, you work for at least eight hours, eat at noon, have dinner at eight and go to sleep at eleven, play after lunch, do your homework in the afternoon, work hard Monday to Friday and rest on Saturday and Sundays, attention is concentrated in the morning and then in the afternoon, in the evening you watch TV, physical activities take place in the evening and good ideas develop in the morning. 

Honestly, just thinking about it gives me a headache! 

I have never been able to move my life around this schedule, I have never had the mental and physical strength to submit to such measured and precise indications, I have never been able to dilate my fast pace or accelerate my moments of introspection.

In elementary school my attention lasted for a few minutes, then I was bored and felt the need to escape and walk along the dark and empty corridors, perhaps touching my classmates’ jackets or science experiments left unattended between places of passage.

To stay focused I needed constant stimulation, great consideration from the teachers, and parallel activities such as the arts, to express my inner world through colors, writing, music, and much more.

Unfortunately, when this was not possible, I used to create chaotic situations, ran away, spoke loudly, drew, and obviously took many punishments, so many that over time I learned to internalize these needs, taking refuge in my fantasy world where everything was possible. 

These needs and functioning have not changed in adulthood, on the contrary, they have probably consolidated more and more, creating frustration and a sense of failure wherever I went and any activity I did. 

At work I was able to complete almost all the tasks required in a few hours, thus spending the remaining time at the mercy of a minimal attention span that would have required a physical and mental break to be able to at least recharge at least a little. 

And this still happens today, but thanks to self-employment I manage to organize myself as I think best, minimizing those moments of suffering and helplessness (unfortunately self-employment torments me for the very complicated bureaucratic issues).

Even when I do something I love, the rhythm becomes essential! 

I love to read, but after a quarter of an hour of full attention, I have to change books or even activities to regain mental peace and clarity. 

In an afternoon I could do a dozen things related to my special interest, but all different and rhythmically marked in a particular way.

I realize that this need must have been rather unpleasant when as a child I made my neighbor (my only friend) change our game millions of times in a single afternoon, or when I jumped from one task to another at work to avoid clouding my mind, or when I prefer to watch a movie on TV because there are commercials, rather than enjoying the uninterrupted vision on DVD.

The thing I obviously regret most is that over the years this characteristic of mine has been confused for laziness, miseducation, arrogance, listlessness, and much more.

I know I can give my best in almost all situations, but I should be able to do it at my own pace, as if I were dancing a secret dance, apparently out of time, clumsy, without any sense, but which for me constitutes a ritual of salvation and happiness.

Abilismo interiorizzato \ Internalized ableism

Abilismo interiorizzato

Ieri è venuta a trovarmi un’amica che non vedevo da tre anni. Lei vive in Spagna ed ha qualche decennio in più di me, ma questo non ci ha impedito di sviluppare una grande amicizia e di tenerci sempre in contatto, sia durante il periodo trascorso insieme in Italia che nelle mie varie visite in Spagna. Inoltre lei è stata una delle prime persone alle quali ho parlato del mio autismo e alla quale ho poi tentato di mostrare la mia vera natura. Questo mio slancio eroico mi costò caro quando, circa un anno fa (post del 5 marzo 2020), smettemmo di parlarci per molti mesi per via di un litigio assurdo che denotava la totale mancanza di comprensione e dialogo. Purtroppo, questa persona si è ammalata gravemente e per questo, intorno a Natale, la ho ricontattata e le ho inviato una copia del mio libro. Da allora abbiamo parlato di tutto, di tutto tranne di quella discussione che forse forzatamente abbiamo imputato allo stress e all’ansia dovute al periodo storico. Comunque, da qualche settimana si trova in Italia e sta visitando e salutando parenti ed amicə, me compresa. Ovviamente mi faceva piacere l’idea di essere una di queste persone e che avremmo avuto la possibilità di incontrarci e passare qualche ora insieme, ma la giornata di ieri mi ha anche svelato quante debolezze ancora vi siano nella comprensione e nell’accettazione dei bisogni autistici.

Prima di tutto avrei dovuto passarla a prendere in una cittadina vicina di prima mattina per poterla portare con me alle mie lezioni all’aperto. Non che la cosa mi dispiacesse, ma non sono bravissima a guidare e questo detour mi ha portata ad avere ansie e pensieri sin dai giorni che precedevano questo incontro. La notte prima ho dormito forse un’ora per via del preciclo e probabilmente per le emozioni legate alla giornata piena che avrei dovuto trascorrere il giorno seguente. Nonostante le abbia comunicato questa mia mancanza di riposo, nulla nei piani è cambiato e avrei dovuto passarla a prendere nell’orario precedentemente concordato. Il mio ragazzo preoccupato dal mio stato di salute e stanchezza ha fortunatamente insistito per accompagnarmi e telelavorare per starmi vicina. Più volte telefonicamente la mia amica mi ha avvertito di preparami psicologicamente ai suoi abbracci dai quali non mi avrebbe risparmiata, ma mi chiedo allora come si possa essere consapevoli di arrecare un disagio e allo stesso tempo insistere per procedere comunque all’azione in questione. Forse queste persone pensano (senza cattiveria e animate di buone intenzioni) di poterci “guarire” con una specie di terapia dello shock, ma la realtà è che tutti questi abbracci non hanno fatto altro che aumentare la mia ansia e il mio desiderio di evasione. La mattinata è trascorsa bene con le lezioni all’aperto e la spesa che abbiamo fatto in un mercato della verdura poco affollato.  I problemi veri però sono arrivati purtroppo durante il pranzo e poi nel pomeriggio. Questa persona per via dei medicinali che assume ha delle esigenze dietetiche particolari e quindi abbiamo deciso di cucinarle della pasta. Ovviamente il formato che ha scelto per il pranzo, è uno di quelli che io non amo e così ho mangiato con molta tensione e fastidio che ho cercato di nascondere per cercare di creare un ambiente sereno e tranquillo. Dopo pranzo il mio ragazzo è dovuto uscire e ci ha lasciate sole fino a sera. Da qui in poi per me è stato un vero incubo.

Seppur voglia bene a questa persona e le sia grata per tutto l’aiuto che mi ha dato, non ha saputo in nessun modo cogliere il mio disagio e le mie necessità per tutto il tempo. Più volte le ho proposto di uscire a passeggiare, di stare sul balcone o di intrattenerci in altro modo, ma nonostante le insistenze lei si è imposta sul divano e mi ha chiesto di passare un pomeriggio di “chiacchiere” e relax. Io ho iniziato a muovermi tra un divano all’altro, a cercare situazioni distraenti e scuse per potermi muovere, ma i miei sforzi non sono stati sufficienti. Purtroppo, la mia ora di sonno della notte precedente mi ha costretta a resistere anziché cercare una discussione, e così stupidamente ho assecondato le sue richieste una dopo l’altra. Da una parte non volevo forzarla, vista l’età e i problemi di salute, dall’altra sapevo che in questi giorni aveva camminato, pedalato, fatto festa e tanto altro, e quindi questo discorso poteva essere solo parzialmente una scusante per la situazione alla quale ho contribuito con il mio silenzio. È stata durissima anche dal punto di vista dell’ordine e delle abitudini, poiché io tolgo sempre le scarpe prima di entrare in casa e sono molto attenta a tenere tutto in una condizione di pulizia e igiene che sa mettermi a mio agio. Anche questa parte è stata una grande sfida e mi sono ritrovata a pulire casa alle 7 di sera appena lei se ne è andata. Il piano originale, tra l’altro, era quello di restare insieme tutto il giorno e quindi lei si sarebbe dovuta trattenere a cena. Vista la mia stanchezza avevamo già prenotato in un posto carino e tranquillo, salvo scoprire poi verso le sei di sera che lei non aveva alcuna intenzione di cenare perché era a dieta. Comunque, alle 7 il mio ragazzo con una scusa la ha riaccompagnata a casa ed io sono crollata in preda ad un meltdown fisico ed emotivo fatto di settimane di stanchezza, visite, lavoro e caldo intenso.

Non sentivo tante chiacchiere tutte assieme da anni e capisco che dopo tanto tempo di incontri telefonici, parlare possa essere un’esigenza, ma il mio autismo ancora una volta è stato un accessorio ricoperto da strati di scuse e dimenticanze. Questa volta avrei dovuto impormi di più, tutelarmi di più e volermi più bene anziché lasciare sempre ad altrə il timone di discussioni e l’organizzazione delle mie giornate. È vero che si trattava di una visita di una persona “lontana”, ma questo non significa che io debba accettare qualsiasi condizione e reprimere i miei bisogni e necessità. Ho sprecato un’occasione per parlare apertamente, forse a causa della stanchezza o forse a causa di tutto l’abilismo che ancora mi circonda e che sento essere fortemente enorme e invalicabile. Mi sento ancora piccola, isolata, una su mille, con una voce che vale meno e che faticherà ad essere ascoltata… purtroppo la realtà è che il vero abilismo è quello che ho interiorizzato e che mi perseguita ogni giorno e che rifletto di conseguenza sulle persone che mi circondano, sperando che possano fare un salto mentale che forse non ho ancora fatto nemmeno io.


Internalized ableism

Yesterday a friend I hadn’t seen for three years came to see me. She lives in Spain and she is a few decades older than me, but this hasn’t stopped us from developing a great friendship and always keeping in touch, both during the period spent together in Italy and in my various visits to Spain. Furthermore, she was one of the first people I spoke to about my autism and to whom I then tried to show my true nature. This heroic momentum of mine cost me dearly when, about a year ago (post of March 5, 2020), we stopped talking to each other for many months due to an absurd quarrel that denoted the total lack of understanding and dialogue. Unfortunately, this person became seriously ill and for this reason, around Christmas, I contacted her and sent her a copy of my book. Since then we have talked about everything, everything except that discussion that perhaps we have forcibly attributed to stress and anxiety due to the historical period. Anyway, she has been in Italy for a few weeks now and she has been visiting and greeting relatives and friends, myself included. Obviously, I liked the idea of being one of these people and that we would have had the opportunity to meet and spend a few hours together, but yesterday also revealed to me how many weaknesses there are still in the understanding and acceptance of autistic needs. 

First of all, I would have had to pick her up in a nearby town early in the morning to be able to take her with me to my outdoor lessons. Not that I minded it, but I’m not very good at driving and this detour has led me to have anxieties and thoughts since the days preceding this meeting. The night before I slept maybe an hour because of the premenstrual syndrome and probably for the emotions related to the busy day that I was supposed to spend the following day. Despite having communicated my lack of rest, nothing in the plans changed and I would have had to pick her up at the previously agreed time. My boyfriend, worried about my state of health and fatigue, fortunately, insisted on accompanying me and teleworking to be closer to me. Several times by telephone my friend warned me to psychologically prepare for her hugs from which she would not have spared me, but then I wondered how one can be aware of causing discomfort and at the same time insist on proceeding anyway with the action in question. Maybe these people think (kindly and well-intentioned) that they can “heal” us with some kind of shock therapy, but the reality is that all these hugs have only increased my anxiety and my desire to escape. The morning went well with the outdoor lessons and then shopping at an uncrowded grocery market. Unfortunately, the real problems came during lunch and then in the afternoon. This person has special dietary needs due to the medications she takes and so we decided to cook some pasta. Obviously the format she chose for lunch is one that I don’t like and so I ate with a lot of tension and annoyance that I tried to hide to try to create an environment peaceful and quiet. After lunch, my boyfriend had to go out and he left us alone until evening. From here on it was a real nightmare for me. 

Although I love this person and I am grateful to her for all the help she has given me, she has in no way been able to grasp my discomfort and my needs during the time spent together. Several times I asked her to go out for a walk, to stay on the balcony, or to entertain us in any other way, but despite the insistence, she imposed herself on the sofa and asked me to spend an afternoon of “chatting” and relaxing. I started moving from one sofa to another, looking for distracting situations and excuses to be able to move, but my efforts were not enough. Unfortunately, my hour of sleep the previous night forced me to resist rather than seek an argument, and so foolishly I indulged her requests one after another. On the one hand, I did not want to force her, given her age and health problems, on the other I knew that in recent days she had walked, cycled, celebrated, and much more, and therefore this point could only partially be an excuse for the situation to which I contributed with my silence.  It was also very hard from the point of view of order and habits since I always take off my shoes before entering the house and I am very careful to keep everything in a clean and hygienic condition that knows how to put me at ease. This part was also a big challenge and I found myself cleaning the house at 7 pm as soon as she left. The original plan, among other things, was to stay together all day, and therefore she would have to stay for dinner. Given my tiredness, we had already booked in a nice and quiet place, only to discover around six pm that she had no intention of having dinner because she was on a diet. However, at 7 o’clock my boyfriend took her home with an excuse and I collapsed in the throes of a physical and emotional meltdown made up of weeks of fatigue, visits, work, and intense heat. 

I haven’t heard a lot of chatter all together for years and I understand that after a long time of telephone meetings, talking can be a need, but my autism was once again an accessory covered with layers of excuses and forgetfulness. This time I should have imposed myself more, protected myself more, and loved myself more, rather than always leaving the helm of discussions and the organization of my days to others. It is true that it was a visit from a “distant” person, but this is not it means that I have to accept any conditions and repress my wants and needs. I wasted an opportunity to speak openly, perhaps because of fatigue or perhaps because of all the ableism that still surrounds me and that I feel is enormously huge and impassable. I still feel small, isolated, one in a thousand, with a voice that is worthless and that still struggle to be heard … unfortunately the reality is that true ableism is the one I have internalized and that haunts me every day and that I reflect accordingly on the people around me, hoping they can make a mental leap that maybe I haven’t even done yet.

La brava ragazza \ The good girl

La brava ragazza

Questa notte ho fatto un sogno strano, qualcosa non avevo mai sperimentato nonostante io sogni continuamente e riesca a ricordare quasi sempre i contenuti e i dettagli dei miei viaggi onirici.

Nel mio sogno mi trovavo in un aeroporto e mi apprestavo a partire per un viaggio con tutta la mia famiglia (già questa potrebbe sembrare una cosa strana). Io avrò avuto 25 anni, quindi una decina in meno rispetto ad ora, ed indossavo un vestitino estivo di colore blu con dei puntini bianchi che mi arrivava appena sotto al ginocchio; la mia pelle era abbronzata e distesa, fresca come una pesca ed i capelli sciolti e schiariti dal sole. 

In un attimo sono uscita da quella me stessa e mi sono vista da fuori: ero la me attuale che guardava la sé più piccola.

Senza pensarci troppo, sono andata ad abbracciare la mia versione giovane e le ho detto: “Sei proprio una brava ragazza”.

In un attimo tutto si è fermato e le mie sensazioni si sono scisse dandomi contemporaneamente due letture diverse dello stesso momento.

La giovane me, incredula e confusa, con le braccia ferme lunghe il corpo, non è riuscita realizzare quanto le stesse succedendo e solo poco dopo si è allontanata seguendo il resto della famiglia verso il loro viaggio.

Ma io, la mia versione attuale, ho sentito una sensazione che non avevo mai provato prima. Un amore così intenso, vero e gentile che mi ha riempito il cuore e commossa fino a farmi tremare per la tanta maturità e comprensione, che penso mai avessi consciamente concesso a me stessa. 

Un’emozione meravigliosa, forse tra le più belle che io abbia mai provato nella mia vita, un sentimento che mi mancava e che ho cercato tanto a lungo tra le braccia e le parole d’altri.

L’amore della famiglia, l’amore genuino, l’amore senza pretese, il voler bene.

L’amore incondizionato. 


The good girl

Last night I had a strange dream, something I had never experienced although I constantly dream and that I can almost always remember the contents and details of my night travels.

In my dream, I was in an airport and I was preparing to leave for a trip with my whole family (this might already seem a strange thing). 

I must have been 25 years old, about ten years younger than now, and I was wearing a blue summer dress with white dots that came just below the knee; my skin was tanned and relaxed, fresh as a peach and, my hair loose and bleached by the sun.

In a moment I came out of that version of myself and saw myself from the outside: I was the current me looking at my younger self.

Without thinking too much, I hugged my younger version and said to her: “You’re such a good girl.”

In a moment everything stopped and my sensations split, giving me two different readings of the same moment at the same time.

The young me, incredulous and confused, with her arms still long her body, was unable to realize what was happening to her and, only shortly after she walked away following the rest of the family on their journey.

But I, my current version, felt a sensation I had never experienced before. 

A love so intense, true, and kind that it filled my heart and moved me to the point of making me tremble because of such maturity and understanding, which I think I never consciously granted to myself.

A wonderful emotion, perhaps among the most beautiful I have ever experienced in my life, a feeling that I missed and that I have searched for so long in the arms and words of others.

The love of the family, the genuine love, the unpretentious love, the caring.

Unconditional love.

Il lamento della Festa della Mamma \ The lament for Mother’s Day

Il lamento della Festa della Mamma

Domani sarà nuovamente la seconda domenica di maggio.

Per moltə di voi non vorrà dire niente di speciale, per altrə sarà una giornata di festeggiamenti gioiosi, ma per me sarà sicuramente un momento difficile che mi avvolge in un drappo bagnato e freddo di sofferenza e frustrazione. 

Purtroppo, anche se anche avessi desiderato dimenticarmene, sarebbe stato davvero impossibile! 

Da più di una settimana non si sente parlare d’altro in radio, in Tv, nelle vetrine dei negozi, sui volantini pubblicitari e persino tra la gente che cammina a distanza portando sottobraccio grandi mazzi di fiori e piccoli pacchettini colorati.

“Buona Festa della Mamma” dicono le voci che sembrano rincorrermi da ogni direzione, sottolineando ancora e ancora quanta gratitudine e riconoscenza si debba nei confronti della propria madre. 

A chi deve vendere qualche regalino in fondo non importa che rapporto una persona possa avere con sua madre: se sia viva, morta, esistente, inesistente, fuggita, andata, presente, troppo presente… 

E così, come ogni seconda settimana di maggio da quindici anni a questa parte, respiro, chiudo gli occhi, passo oltre e mando avanti con il fast forward tutte le immagini che iniziano a passarmi per la mente e le sensazioni troppo pesanti da affrontare ed ingoiare. 

Dicono che l’amore della mamma sia unico, puro ed incondizionato e per questo mi chiedo se quello non fosse davvero il suo modo di amarmi, forse l’unico che conosceva e che conosce ancora, un alternarsi di amore ed odio che non mi dava mai il tempo di rilassarmi, di sentirmi al sicuro o semplicemente capace di razionalizzare quei comportamenti totalmente incoerenti.

Un minuto eravamo migliori amiche e andavamo allegramente a fare spese insieme, il minuto dopo ero antipatica, ingrata e saccente. 

Un momento eravamo alleate contro quel mondo infame che ce l’aveva sempre con lei e un momento dopo ero io stessa il nemico che la rendeva nervosa e insofferente.  

Qualche volta ero quella intelligente e simpatica, ma per la maggior parte del tempo ero quella che si doveva curare, che non sapeva consolarla e aiutarla, che non si ergeva sua paladina e non le risolveva i problemi esistenziali.

Per tutta la vita ho pensato che fosse questo il vero amore, l’amore incondizionato del quale tanto sentivo parlare a scuola, a catechesi, nei film che guardavo per istruirmi sulle emozioni umane, ma la verità è che non sapevo affatto distinguere tra amore ed odio e di conseguenza li mescolavo continuamente in entrata ed uscita. 

Per un tempo lunghissimo e straziante ho pensato di essere io quella sbagliata, cattiva, disgraziata e senza spina dorsale, ma poi ho capito che non ero io quella che amava ed odiava alternativamente: era sé stessa.

E questo sentimento confuso è ancora presente nei messaggi telegrafici che mi manda durante le festività, nei puntini di sospensione per chiudere lasciando aperta la conversazione, nelle pretese di riconciliazione senza alcuna ammissione di colpa o di responsabilità e nella convinzione che la distanza sia migliore rispetto a qualsiasi confronto. 

Questa era la visione di vita che hanno sempre condiviso i miei genitori, quella con la quale sono cresciuta e che mi ha impedito di vivere tante emozioni ed esperienze. 

Un cumulo di incongruenze che mi hanno mandata in tilt, mettendo in crisi il mio sistema di osservazione e catalogazione della realtà, ma che mi è servito per capire che niente sarebbe stato facile come lo raccontavano quei film che io pensavo fossero i miei maestri di vita. 

Domani è domenica, e poi tutto passerà.

Almeno per un altro anno. 


The lament for Mother’s Day

Tomorrow will be the second Sunday of May, again.

For many of you, it will not mean anything special, for others it will be a day of joyful celebration, but for me, it will surely be a difficult moment that envelops me in a wet and cold cloth of suffering and frustration.

Unfortunately, even if I had wanted to forget it, it would have been really impossible!

For more than a week we have not heard of anything else on the radio, on TV, in shop windows, on advertising flyers, and even among people walking at a distance carrying large bouquets of flowers and small colorful packages under their arms.

“Happy Mother’s Day,” says the voice that seems to run after me from every direction, underlining again and again how much gratitude and love we owe to our own mother.

After all, whoever has to sell a gift does not care what relationship a person may have with its mother: whether she is alive, dead, existing, non-existent, fled, gone, present, too present …

And so, like every second week of May for fifteen years now, I breathe, close my eyes, step over and fast forward all the images that begin to pass through my mind and the sensations that are too heavy to face and swallow. 

They say that mother’s love is unique, pure, and unconditional and for this reason, I wonder if that was not really her way of loving me, perhaps the only one she knew and still knows, an alternation of love and hate that did not give me time to relax, to feel safe or simply able to rationalize those totally incoherent behaviors. 

One minute we were best friends and happily going shopping together, the next minute I was unpleasant, ungrateful, and know-it-all. One moment we were allies against that infamous world that was always angry with her and a moment later I was myself the enemy that made her nervous and impatient. 

Sometimes I was the smart and nice one, but most of the time I was the one who had to be treated, who didn’t know how to console and help her, who didn’t stand up as her champion and didn’t solve her existential problems. 

For most of my life, I thought this was true love, the unconditional love that I heard so much about in school, in catechesis, in the films I watched to educate myself on human emotions, but the truth is that I didn’t know at all to distinguish between love and hate and consequently I constantly mixed them inward and outward.

For a very long and heartbreaking time, I thought I was the wrong, bad, wretched, and spineless one, but then I realized that I wasn’t the one who she loved and hated alternately: it was herself.

And this confused feeling is still present in the telegraphic messages she sends me during the holidays, in those three dots leaving the conversation open, in the claims of reconciliation without any admission of guilt or responsibility, and in the belief that the distance is better than any confrontation. 

This was the vision of life that my parents have always shared, the one with which I grew up and which prevented me from living so many emotions and experiences. 

A heap of inconsistencies which sent me into a tailspin, putting my system of observation and cataloging of reality in crisis, but which helped me to understand that nothing would be as easy as those films that I thought were my masters of life.

Tomorrow is Sunday, and then everything will pass, at least for another year.

Il ramoscello \ The twig

Il ramoscello

Quanto vorrei non essere sempre così sensibile a tutto quello che mi dicono e che mi fanno, quanto vorrei avere uno scudo che rimandi con forza uguale e contraria ogni colpo al suo mittente, quanto vorrei essere fatta di una superficie liscia ed impermeabile per farmi scivolare tutto addosso e guardarlo cadere verso terra come se non mi riguardasse.
Quanto lo vorrei…
Ed invece sono ruvida e porosa e le cose non solo si aggrappano ad ogni cellula del mio corpo, ma si assorbono fino a penetrarmi dentro le ossa, piegandomi e spezzandomi come un ramoscello secco, il quale avendo perso la sua linfa vitale non riesce più a rimanere flessibile ed elastico.
Eppure, io vorrei essere di un’altra pasta, vorrei potermi tirare indietro per rispingermi avanti, proprio come ho imparato nelle arti marziali. Vorrei cedere, ma solo per raccogliere le forze e rimandare al mio opponente tutte le cose che mi ha buttato addosso e che evidentemente riguardano più il suo essere che il mio.
Vorrei, vorrei, vorrei… anni di sogni e di tentativi e alla fine sono ancora qui a piangere ed a seccarmi ulteriormente, a sentirmi impotente come un ramoscello in mezzo ad una giungla di mangrovie.

Quando passerà? Quando crescerò? Quando sarò più forte?
Quando ci sarà quel momento magico nel quale potrò dire: ce l’ho fatta!
Ma soprattutto esiste davvero?

La sofferenza non fortifica, e alla lunga ti schiaccia impietosamente.
Se il terreno non cambia, la luce non migliora e l’acqua non lo nutre, il ramoscello non si fortificherà mai.
Inizio a pensare che senza modificare i fattori esterni, difficilmente riuscirò a salvare la poca linfa rimasta e che sono arrivata ad un punto nel quale sento la mancanza di una protezione, di un supporto, di un sostegno che mi regga fino a quando le cose non miglioreranno.
D’altra parte, è anche vero che io non sono un ramoscello e che come essere senziente, non posso più lasciare che la mia sensibilità sia un’arma che mi io punti continuamente puntata contro.
Perché sono sicura che se io riuscissi a girarla nell’altra direzione, allora diventerebbe uno strumento di difesa, uno scudo invisibile e potentissimo, un impermeabile perfetto.
Uno specchio nel quale si possano riflettere tutte le cattiverie e le ingiustizie, per essere finalmente rimandate indietro ai loro legittimi proprietari.


The twig

I wish I weren’t always so sensitive to everything they tell me and to what they do to me, how much I would like to have a shield that sends each blowback with equal and opposite force to its sender, how much I would like to be made of a smooth and impermeable surface to let everything slip on away and watch it fall to the ground as if it didn’t concern me.
How much I would like that…
And instead, I’m rough and porous and things not only cling to every cell in my body, but they absorb themselves until they penetrate my bones, bending and breaking like a dry twig, which has lost its lifeblood, is no longer able to remain flexible and elastic.
Yet, I would like to be of another kind, I wish I could pull back to push myself forward, just like I learned in martial arts.
I would like to give up, but only to gather strength and send back to my opponents all the things that they threw at me and which obviously concern their being more than mine.
I wish, I wish, I wish… years of dreams and attempts and in the end, I’m still here crying and bothering myself further, feeling helpless as a twig in the middle of a mangrove jungle.

When will it pass? When will I grow up? When will I be stronger?
When there will be that magical moment in which I will be able to say: I did it!
But above all does it really exist?

Suffering does not strengthen, and in the long run, it crushes you mercilessly.
If the soil does not change, the light does not improve and the water does not nourish it, the twig will never strengthen.
I begin to think that without changing the external factors, I will hardly be able to save the little sap left and that I have reached a point where I feel the lack of protection, support, a defense that will hold me up until things won’t improve.
On the other hand, it is also true that I am not a twig and that as a sentient being, I can no longer let my sensitivity be a weapon that I continually point at me.
Because I’m sure that if I managed to turn it in the other direction, then it would become a defense tool, an invisible and very powerful shield, a perfect raincoat.
A mirror in which all evil and injustices can be reflected and sent back to their rightful owners.

Volersi bene \ Love yourself

Volersi bene

Oggi mi sono resa conto che la mia vita deve assolutamente cambiare, partendo da me e da tutte le cose che mi impongo o delle quali mi privo.

Certo all’apparenza sembrano per la maggior parte validi consigli e suggerimenti necessari per mantenere alto il livello di salute ed eccellere nello studio e nel lavoro, ma guardando meglio in profondità, ho capito che quelle non sono raccomandazioni propositive, ma soprattutto ordini da eseguire con rigore e costanza ogni giorno. 

Ad esempio, il lunedì devo forzatamente mangiare determinate cose, devo fare assolutamente i programmi lavorativi per tutta la settimana, rispettare l’attività fisica secondo la tabella di marcia che ho creato e riordinare gli appunti del corso di formazione. 

Sembrerebbe tutto perfetto, funzionante, efficiente, ogni minuto ben riempito, ogni istinto immediatamente soppresso ed i sensi di colpa pronti a pungermi come moniti per farmi seguire le mie stesse disposizioni.

Ma quando avrò tempo per volermi bene? Quando farò le cose che amo fare solo per il piacere di farle? 

Quando sentirò il bisogno di lasciare andare queste tensioni e questi doveri che mi sono auto imposta per “stare bene”?

Sto bene? Mi sento davvero meglio grazie al mio sistema?

Sorrido? Sono serena? Appagata? Tranquilla? 

No, no, e no.

Per non perdere tempo prezioso guardo le serie TV mentre faccio ginnastica o riordino, mangio mentre ascolto i documentari che mi interessano, sottolineo i libri durante la mia mezzora di sole giornaliera, faccio la doccia ripassando i discorsi che dovrei fare, cammino ascoltando musica che possa ispirare nuove idee e pratico Tai Chi ormai solo come preparazione per le lezioni settimanali. 

Sfido io a non scoppiare in questa prigione!

Ma come ho fatto a ridurmi così? Cosa sto inseguendo esattamente? Cosa vorrei dimostrare a me stessa, o meglio, aglə altrə?

Se ci fosse qualcosa che dovrei volere, quella dovrebbe essere la mia felicità e non credo che potrei essere più lontana dal raggiungerla in queste condizioni.

Giovedì vedrò il mio terapeuta e ricominceremo da qui, da queste ossessioni che mi stanno distruggendo e dalla mia totale incapacità di volermi bene e concedermi le cose che potrebbero rendermi felice e farmi stare bene!

Non so quanto tempo ci vorrà, non so da dove prende origine tutto questo (o forse sì), non so quante altre crisi ci saranno e non so se ne sarò mai davvero capace, ma io vorrei davvero imparare a volermi bene. 


Love yourself

Today I realized that my life must absolutely change, starting from me and all the things that I impose on myself or of which I deprive myself.

Of course, on the surface, they seem for the most part valid advice and suggestions necessary to maintain a high level of health and excel in study and work, but looking more deeply, I realized that those are not propositive recommendations, but above all orders to be carried out with rigor and consistency every day.

For example, on Mondays I have to eat certain things, I absolutely have to do the work schedules for the whole week, respect the physical activity according to the schedule I have created and rearrange the notes of the training course.

Everything would seem perfect, functioning, efficient, every minute well filled, every instinct immediately suppressed, and the feelings of guilt ready to sting me as warnings to make me follow my own instructions.

But when will I have time to love myself? When will I do the things I love to do just for the pleasure of doing them?

When will I feel the need to let go of these tensions and these self-imposed duties to “feel good”?

Am I fine? Do I really feel better thanks to my system?

Do I smile? Am I serene? Satisfied? Rested?

No, no, and no.

In order not to waste the precious time I watch TV series while doing gymnastics or tidying up, I eat while listening to documentaries that interest me, I underline the books during my half-hour of daily sunshine, I take a shower reviewing the speeches I should do, I walk listening to music that can inspire new ideas and practice Tai Chi now only as a preparation for the weekly classes.

I dare you not to have a meltdown in this prison!

But how did I get down to this? What exactly am I chasing? What would I like to prove to myself, or rather, to others?

If there was something I should want, that should be my happiness and I don’t think I could be further from achieving it in these conditions.

On Thursday I will see my therapist and we will start from here, from these obsessions that are destroying me and from my total inability to love myself and give me the things that could make me happy and make me feel good!

I don’t know how long it will take, I don’t know where all this comes from (or maybe I do), I don’t know how many other crises there will be and I don’t know if I’ll ever really be able to, but I would really like to learn how to love myself.

L’effetto delle festività \ The festivities effect

L’effetto delle festività

Mi ci sono voluti alcuni giorni per metabolizzare tutto quello che è successo a Pasqua e altrettanto tempo per riuscire a dare un senso alle mie azioni e a quelle degli altri.

Un paio di settimane prima di Pasqua sono stata io ad accettare di partecipare al pranzo organizzato dai genitori del mio ragazzo, nonostante avrei già dovuto immaginare che non sarebbe stata una giornata leggera o facile.

Allora perché ho acconsentito, se ero in parte consapevole di quanto sarebbe potuto succedere?

Malgrado tutto sono un’ottimista, in particolare quando si tratta di festività e quindi mi sono lasciata guidare dalla mia romantica visione di piatti di porcellana e di composizioni floreali a centrotavola che avrebbero attirato la mia attenzione e allietato anche i momenti più pesanti.

Ormai sapete bene che non ho un bel rapporto con la mia famiglia, ma se c’è una cosa che sapevano davvero fare bene, erano le feste, le cene, i ritrovi e tutte quelle occasioni dove era necessario sfoggiare il meglio e presentarsi nella propria forma più strabiliante.

Nonostante non abbia mai sopportato le falsità e le incoerenze, ho sempre goduto moltissimo di quelle feste.

Prima di tutto, la casa era sempre accogliente, ordinata, piena di fiori, candele, tovaglie e piatti cromaticamente ben abbinati tra loro che creavano stimoli positivi e distrazioni piacevolissime.

Le persone ospitate, partecipi consenzienti del gioco, tendevano ad essere sempre più simpatiche e leggere del solito, annaffiandosi subito di buon vino e riempiendosi la bocca con il cibo sempre saporito e ben presentato.

Le luci erano ben bilanciate, la musica un leggero sottofondo e * bambin* erano liber* di correre per la casa, su e giù per il cortile ed eventualmente avanzare le cose che non erano di loro gradimento.

Le feste per me sono un’occasione, un momento di condensazione di tutti i miei desideri e delle mie speranze. E da quando vivo con il mio ragazzo, con lui cerco di ricreare quella magia che sapeva distrarmi e farmi sorridere anche quando le cose non erano perfettamente favolose.

Negli anni ho comprato piatti ai mercatini delle pulci, cercato candelabri, dipinto vasi, raccolto decorazioni per ogni occasione e riservato la colazione della domenica come mia festività personale per superare le fatiche della settimana.

Domenica sono partita da casa con tutte queste speranze e aspettative nel cuore, pur sapendo che non avrei ritrovato quell’atmosfera magica, ma che forse in parte avrebbero potuto avvicinarvisi.

Ed invece, non c’era niente di speciale ad attendermi, i piatti serviti in modo frettoloso ed approssimativo, le urla a tavola (ovviamente non è colpa loro se questo è il loro tono di voce), le videochiamate con i parenti quando stavo ancora ingoiando l’ultimo boccone e mi si presentava come ospite della giornata, i rimproveri al mio cane, l’assenza di argomenti di conversazione, il sentirsi completamente fuori luogo.

A metà pranzo sono fuggita in cortile ed il resto è storia.

Forse io non so spiegare il mio autismo, forse non so fare chiare richieste (non è questo il punto?), forse non so accontentarmi di ciò che ricevo, forse ho caricato di troppe aspettative la giornata, forse non mi sono corazzata abbastanza per affrontare il mondo reale. Forse.

Eppure, la mia routine, le mie tradizioni, i miei bei ricordi, la leggerezza di una giornata alla settimana, per me non sono capricci, sono appigli ai quali tenermi quando sto per crollare e non voglio rinunciarci, nemmeno per accontentare gl* altr*.


The festivities effect

It took me a few days to digest everything that happened at Easter and just as long to be able to make sense of my actions and those of others.

A couple of weeks before Easter I was the one who agreed to participate in the lunch organized by my boyfriend’s parents, although I should have already imagined that it would not be a light or easy day.

So why did I consent if I was partially conscious of what could have happened?

Despite everything, I am an optimist, particularly when it comes to the holidays and therefore I let myself be guided by my romantic vision of porcelain plates and centerpiece floral arrangements that would have caught my attention and cheered even the heaviest moments.

By now you know very well that I don’t have a good relationship with my family, but if there is one thing they really knew how to do well, it was parties, dinners, get-togethers, and all those occasions where it was necessary to show off the best and show up in their own most amazing form.

Despite never having endured falsehoods and inconsistencies, I have always enjoyed those parties very much.

First of all, the house was always cozy, tidy, full of flowers, candles, tablecloths, and chromatically well-matched plates that created positive stimuli and very pleasant distractions.

The people hosted, consenting participants in the game, tended to be more and more pleasant and lighter than usual, immediately sprinkling with good wine and filling their mouths with always tasty and well-presented food.

The lights were well balanced, the music a light background, and children were free to run around the house, up and down the courtyard, and possibly leave in their plates all those things that they didn’t like.

The holidays for me are an occasion, a moment of condensation of all my desires and hopes.

And since I’ve started living with my boyfriend, I’ve been trying to recreate that magic with him, something that could distract me and make me smile even when things aren’t perfectly fabulous.

Over the years I have bought dishes at flea markets, searched for candlesticks, painted vases, collected decorations for every occasion, and reserved Sunday breakfast as my personal holiday to overcome the hardships of the week.

On last Sunday I left home with all these hopes and expectations in my heart, even knowing that I would not have found that magical atmosphere again, but that perhaps in part they could have gotten really close to it.

And instead, there was nothing special waiting for me, the dishes served hastily and approximately, the screams at the table (obviously it’s not their fault if this is their tone of voice), the video calls with relatives when I was still swallowing the last bite, introducing me as the guest of the day, the reproaches to my dog, the absence of topics for conversation, the feeling of being completely out of place.

Halfway through lunch, I fled to the courtyard and the rest is history.

Maybe I don’t know how to explain my autism, maybe I don’t know how to make clear requests (isn’t this the point?), maybe I can’t be satisfied enough with what others do, maybe I have too many expectations, maybe I haven’t armored enough to face the real world. Maybe.

Yet, my routine, my traditions, my good memories, the lightness of a day a week, are not whims for me, they are belays to hold on to when I’m about to collapse and I don’t want to give them up, not even to please the others.

Sola, nel lato buio della mia luna \ Alone, on the dark side of my moon

Sola, nel lato buio della mia luna

Ora vi farò ridere (o forse no), ma mi ci sono voluti due anni di terapia per convincermi di una cosa apparentemente banale: il mondo non ragiona come me.

E non parlo di dettagli nel funzionamento, sicuramente influenzato da mille fattori tra i quali l’autismo, ma dal modo generale di pensare e di approcciarsi alla vita.

Ho avuto questa grande illuminazione quando parlando con una persona conosciuta, questa mi ha velatamente fatto capire che io avrei: “una vita facile” per via del mio lavoro “leggero” e della mia intelligenza “sprecata”.

A me non sarebbe mai venuto in mente un ragionamento del genere solo osservando la parte visibile della vita di una persona, proprio perché penso che la verità sia nascosta sul lato più buio della nostra luna (citazione musicale…), quello che tendenzialmente non condividiamo con chiunque e che raccoglie tutte le nostre parti più profonde.

All’inizio della conversazione ho pensato che quella persona mi stesse prendendo in giro; come poteva supporre che la mia vita fosse facile? Me lo leggeva in faccia? Non vedeva le cicatrici fisiche ed interiori? Non capiva che quel lavoro “leggero” (sì, magari…) è stata una necessità, oltre che un piacere? Non osservava che dietro alle mie pause c’era una stanchezza immensa e pesantissima?

Così ho iniziato a pensare che se non ero io a nascondere bene il mio mondo interiore, allora erano gli altri che semplicemente non lo capivano e non lo notavano.

La soluzione più ovvia alla fine era anche la più semplice e mi sono arresa a questa solitudine, sapendo che probabilmente avrei trovato la mia stessa sensibilità e spirito di osservazione solo tra pochissime persone e che avrei dovuto smettere di contarci come se fosse qualcosa di dovuto in ogni relazione interpersonale.

Forse avrei potuto capirlo già da bambina, quando mi dicevano che ero una “sapientona”, che “non sono tutti come te”, che “il mondo non gira intorno a te”. O per lo meno lo avrei dovuto realizzare quando ho iniziato a rimanere sempre più sola e quando non trovavo l’incastro giusto per inserirmi nei gruppi.

Probabilmente fermarsi all’apparenza è più facile e permette un maggiore distacco dalle situazioni, forse è quella la chiave che apre la porta alle persone e le aiuta a voltare le spalle alle altre nel momento del bisogno.

E se dal punto di vista emotivo posso capire che ci sia anche una necessità di auto preservarsi, dall’altra ho fatto fatica ad ammettere a me stessa che non dovrò né potrò aspettarmi da chiunque quel livello di profondità e intensità che metto in tutte le cose che osservo e che faccio.

D’altronde nemmeno io sono immune a questa tendenza di voler maggiormente mostrare il mio lato di luce e nascondere quello più profondo e forse oscuro.


Alone, on the dark side of my moon

I’ll make you laugh (or maybe not), but it took me two years of therapy to convince me of a seemingly trivial thing: the world doesn’t think like me.

And I’m not talking about details in functioning, certainly influenced by a thousand factors including autism, but by the general way of thinking and approaching life.

I had this great enlightenment when talking to a known person, this one covertly made me understand that I would have: “an easy life” because of my “light” work and my “wasted” intelligence.

Such reasoning would never have occurred to me just by observing the visible part of a person’s life, precisely because I think the truth is hidden on the darker side of our moon (musical quote…), which tends not to be shared with anyone and that gathers all our deepest parts.

At the beginning of the conversation I thought that person was making fun of me; how could she suppose my life was easy? Did she see it in my face? Didn’t she see the physical and inner scars? Didn’t she understand that that “light” job (which is not…) was a necessity, as well as a pleasure? Didn’t she observe that behind my pauses there was immense and very heavy fatigue?

So I started thinking that if it wasn’t me who was hiding my inner world well, then it was others who simply didn’t understand it and didn’t notice it.

The most obvious solution, in the end, was also the simplest one and I surrendered to this loneliness, knowing that I would probably find my same sensitivity and powers of observation only among very few people and that I would have to stop counting it as if it were something due in any interpersonal relationship.

Maybe I could have understood it already as a child when they told me that I was a “know-it-all”, that “they are not all like you”, that “the world does not revolve around you”. Or at least I should have realized it when I started to be more and more alone and when I couldn’t find the right fit into the groups.

Apparently do not look beyond appearances is easier and allows a greater detachment from situations, perhaps that is the key that opens the door to people and helps them to turn their backs on others in times of need.

And if from an emotional point of view I can understand that there is also a need for self-preservation, but on the other hand, I have struggled to admit to myself that I should not and cannot expect from anyone that level of depth and intensity that I put into all things that I observe and that I do.

Besides, not even I am immune to this tendency to want to show my luminous side more and hide the deeper and perhaps dark one.

Un anno dopo \ A year later

Un anno dopo

Ormai è passato un anno dall’inizio del primo lunghissimo lockdown italiano.
Da allora è stato tutto un susseguirsi di aperture e chiusure, di miglioramenti e peggioramenti, di paure e incertezze, di domande senza riposta e di tormenti per un futuro che non sappiamo se potrà svolgersi o se rimarrà congelato ancora per qualche tempo.
La mia salute mentale in questo anno ha avuto un tracollo che mai avrei potuto immaginare e nonostante la fortuna di avere la possibilità di fare due sedute di terapia al mese (che comunque dovrò ridurre per via la mia situazione lavorativa), ancora sento di peggiorare un pochino giorno dopo giorno, maturando pensieri di sconfitta ed abbandono che era da tempo che non sentivo.
Vorrei ribadire che con queste parole non nego la gravità della situazione, ma che sto semplicemente esponendo quanto questo periodo ha inciso sulla mia vita e sulla mia salute.
Ad esempio, ho rinunciato per vari motivi (a volte obbligati) alle cure di medicina complementare che stavo seguendo per la mia malattia autoimmune, ho rimandato esami di controllo e ho lasciato perdere i viaggi fuori regione (e ora comune) sempre per le stesse questioni.
Il mio lavoro si è ridotto notevolmente e nonostante i primi timidi aiuti ricevuti, ormai sono mesi che sopravvivo solo grazie ai soldi messi da parte e al sostegno del mio ragazzo e questo certo non mi aiuta a stare meglio o a fare progetti per il futuro.
Tutte le iniziative in programma per promuovere il libro sono state rimandate di mesi, e alcune probabilmente avrà anche poco senso farle in quella fase avanzata della promozione.
Comunque, a parte tutti i risvolti economici e lavorativi, quello che mi fa più soffrire è aver regredito e praticamente distrutto molti dei progressi che avevo fatto negli ultimi anni in termini di salute fisica e mentale.
Tutte le vecchie cattive abitudini si sono ripresentate, e con loro la depressione, l’angoscia esistenziale, il senso di impotenza e fallimento, la paura di non saper vivere come si dovrebbe vivere.
Non ho scritto queste parole per sminuire la gravità della situazione, ma per normalizzare sensazioni che tengo nascoste da troppo tempo e che mi stanno mangiando viva. Io sto male.
E so che c’è chi sta più male di me, che c’è chi non lavora affatto, che c’è chi ha perso molte persone vicine e che ha dovuto rinunciare alla possibilità di realizzare i suoi progetti più o tanto quanto me, ma dovevo dirlo ad alta voce, dovevo scriverlo, dovevo stamparmelo bene in testa.
Solo così, ammettendo la verità, ho la speranza di poter ricominciare a guarire e stare bene.


A year later

A year has now passed since the beginning of the first very long Italian lockdown. Since then it has been a succession of openings and closings, of improvements and worsening, of fears and uncertainties, of unanswered questions and torments for a future that we do not know if it will take place or if it will remain frozen for some time. My mental health this year has had a collapse that I never could have imagined and despite the good fortune of having the opportunity to do two therapy sessions a month (which in any case I will have to reduce due to my work situation), I still feel I am getting worse a little day after day, developing thoughts of defeat and abandonment that I had not felt for a long time.
I would like to reiterate that with these words I do not deny the gravity of the situation, but that I am simply explaining how much this period has affected my life and my health.
For example, I have given up for various (sometimes obligatory) reasons the complementary medicine treatments that I was following for my autoimmune disease, I postponed control exams and I gave up traveling outside the region (and now municipality) always for the same issues.
My work has been significantly reduced and despite the first timid aids received, it has been months now that I survive only thanks to the money I saved and the support of my boyfriend and that certainly does not help me to get better or to make plans for the future.
All the initiatives planned to promote the book have been postponed for months, and some of them won’t even make sense in that advanced phase of the promotion. However, apart from all the economic and work implications, what makes me suffer most is having regressed and practically destroyed many of the advances I had made in recent years in terms of physical and mental health.
All the old bad habits have come back and with them the depression, the existential anguish, the sense of helplessness and failure, the fear of not knowing how to live as one should live.
I did not write these words to diminish the gravity of the situation, but to normalize feelings that I have kept hidden for too long and that are eating me alive. I’m feeling so much pain.
And I know that some are worse off than me, that some do not work at all, that some have lost many close people and who have had to give up the possibility of realizing their projects as much as me or even more, but I had to say it out loud, I had to write it, I had to print it well in my head.
Only in this way, admitting the truth, I have the hope of being able to recover and be well again.

Pagare il prezzo \ Paying the price

Pagare il prezzo

Tempo fa una persona senza peli sulla lingua mi disse che avrei pagato caro il prezzo della mia impopolarità, del mio volermi sentire diversa e della mia caparbietà nel mantenere alto il mio senso dell’onore e dell’etica. Quando udii queste parole, pensai che non importava quanto facesse male, io per niente al mondo avrei potuto o voluto rinunciare ai miei principi, anche perché erano una delle poche cose che nessuna “maschera” avrebbe mai potuto togliermi.

E così è stato.

Ho guardato le persone osservarmi con curiosità e talvolta con disprezzo, passarmi accanto, ammirarmi ed ignorarmi, cercare inutilmente di capirmi, di darmi un senso, per poi andare avanti senza porre alcuna domanda. Nonostante questo, io non ho mai desistito ed ho mantenuto i miei principi, portandoli sempre avanti, anche attraverso mille pianti, tanti meltdowns ed infiniti “perché?”.

Ma quella persona aveva ragione, prima o poi avrei pagato il prezzo, e così è stato. Quando ho lasciato il lavoro in ufficio per fare qualcosa di autonomo, mi sono resa conto di quanto contasse avere una rete di sostegno e con ammirazione guardavo a coloro che avevano tanti amici e conoscenti a supportarli. Quando è uscito il libro è stato devastante. Solo allora ho capito davvero quanto mi sia costata la mia personalità, la mia rettitudine e il mio seppur minimo amore per me stessa.

Ma vi dirò una cosa: non me ne pento, non ce la faccio, non saprei come altro vivere. Non posso vendere me stessa al miglior offerente per un like, per una condivisione o per un acquisto. Sarò sempre quella strana, isolata, sola, quella impopolare e antipatica (questo parere non lo condivido), ma è ciò che sono e non posso fingere altrimenti, fa parte di me e di tutte le cose faccio e che condivido con il mondo.

Tutt* paghiamo un prezzo per poter essere noi stess, e chi pensa di essere amat da tutt*, cercando di conquistare il mondo con riverenza e adorazione per chiunque, inconsapevolmente sta pagando quello più alto.


Paying the price

Some time ago an outspoken person told me that I would pay dearly for my unpopularity, my wanting to feel different and my stubbornness in keeping my sense of honor and ethics high. When I heard these words, I thought that no matter how much it hurt, I for nothing in the world could or would have renounced my principles, also because they were one of the few things that no “mask” could ever take away from me.

And so it has been.

I watched people observe me with curiosity and sometimes with contempt, pass me by, admire and ignore me, try in vain to understand me, to make sense of me, and then move on without asking any questions. Despite this, I have never given up and have kept my principles, always carrying them forward, even through a thousand tears, many meltdowns, and endless “why?”

But that person was right, sooner or later I would have paid the price, and I have. When I left my office job to do something on my own, I realized how important it was to have a support network and looked with admiration to those who had so many friends and acquaintances to support them. When the book came out it was devastating. Only then did I really understand how much my personality, my righteousness, and my even minimal love for myself have cost me.

But I’ll tell you one thing: I don’t regret it, I can’t do it, I don’t know how else to live. I can’t sell myself to the highest bidder for a like, a share, or a purchase. I will always be the strange, isolated, lonely one, the unpopular and unpleasant one (I do not share this opinion), but it is who I am and I cannot pretend otherwise, it is part of me and of all the things I do and that I share with the world.

We all pay a price to be ourselves, and those who think they are loved by all, trying to conquer the world with reverence and adoration for everyone, are unwittingly paying the highest price.