Il lamento della Festa della Mamma \ The lament for Mother’s Day

Il lamento della Festa della Mamma

Domani sarà nuovamente la seconda domenica di maggio.

Per moltə di voi non vorrà dire niente di speciale, per altrə sarà una giornata di festeggiamenti gioiosi, ma per me sarà sicuramente un momento difficile che mi avvolge in un drappo bagnato e freddo di sofferenza e frustrazione. 

Purtroppo, anche se anche avessi desiderato dimenticarmene, sarebbe stato davvero impossibile! 

Da più di una settimana non si sente parlare d’altro in radio, in Tv, nelle vetrine dei negozi, sui volantini pubblicitari e persino tra la gente che cammina a distanza portando sottobraccio grandi mazzi di fiori e piccoli pacchettini colorati.

“Buona Festa della Mamma” dicono le voci che sembrano rincorrermi da ogni direzione, sottolineando ancora e ancora quanta gratitudine e riconoscenza si debba nei confronti della propria madre. 

A chi deve vendere qualche regalino in fondo non importa che rapporto una persona possa avere con sua madre: se sia viva, morta, esistente, inesistente, fuggita, andata, presente, troppo presente… 

E così, come ogni seconda settimana di maggio da quindici anni a questa parte, respiro, chiudo gli occhi, passo oltre e mando avanti con il fast forward tutte le immagini che iniziano a passarmi per la mente e le sensazioni troppo pesanti da affrontare ed ingoiare. 

Dicono che l’amore della mamma sia unico, puro ed incondizionato e per questo mi chiedo se quello non fosse davvero il suo modo di amarmi, forse l’unico che conosceva e che conosce ancora, un alternarsi di amore ed odio che non mi dava mai il tempo di rilassarmi, di sentirmi al sicuro o semplicemente capace di razionalizzare quei comportamenti totalmente incoerenti.

Un minuto eravamo migliori amiche e andavamo allegramente a fare spese insieme, il minuto dopo ero antipatica, ingrata e saccente. 

Un momento eravamo alleate contro quel mondo infame che ce l’aveva sempre con lei e un momento dopo ero io stessa il nemico che la rendeva nervosa e insofferente.  

Qualche volta ero quella intelligente e simpatica, ma per la maggior parte del tempo ero quella che si doveva curare, che non sapeva consolarla e aiutarla, che non si ergeva sua paladina e non le risolveva i problemi esistenziali.

Per tutta la vita ho pensato che fosse questo il vero amore, l’amore incondizionato del quale tanto sentivo parlare a scuola, a catechesi, nei film che guardavo per istruirmi sulle emozioni umane, ma la verità è che non sapevo affatto distinguere tra amore ed odio e di conseguenza li mescolavo continuamente in entrata ed uscita. 

Per un tempo lunghissimo e straziante ho pensato di essere io quella sbagliata, cattiva, disgraziata e senza spina dorsale, ma poi ho capito che non ero io quella che amava ed odiava alternativamente: era sé stessa.

E questo sentimento confuso è ancora presente nei messaggi telegrafici che mi manda durante le festività, nei puntini di sospensione per chiudere lasciando aperta la conversazione, nelle pretese di riconciliazione senza alcuna ammissione di colpa o di responsabilità e nella convinzione che la distanza sia migliore rispetto a qualsiasi confronto. 

Questa era la visione di vita che hanno sempre condiviso i miei genitori, quella con la quale sono cresciuta e che mi ha impedito di vivere tante emozioni ed esperienze. 

Un cumulo di incongruenze che mi hanno mandata in tilt, mettendo in crisi il mio sistema di osservazione e catalogazione della realtà, ma che mi è servito per capire che niente sarebbe stato facile come lo raccontavano quei film che io pensavo fossero i miei maestri di vita. 

Domani è domenica, e poi tutto passerà.

Almeno per un altro anno. 


The lament for Mother’s Day

Tomorrow will be the second Sunday of May, again.

For many of you, it will not mean anything special, for others it will be a day of joyful celebration, but for me, it will surely be a difficult moment that envelops me in a wet and cold cloth of suffering and frustration.

Unfortunately, even if I had wanted to forget it, it would have been really impossible!

For more than a week we have not heard of anything else on the radio, on TV, in shop windows, on advertising flyers, and even among people walking at a distance carrying large bouquets of flowers and small colorful packages under their arms.

“Happy Mother’s Day,” says the voice that seems to run after me from every direction, underlining again and again how much gratitude and love we owe to our own mother.

After all, whoever has to sell a gift does not care what relationship a person may have with its mother: whether she is alive, dead, existing, non-existent, fled, gone, present, too present …

And so, like every second week of May for fifteen years now, I breathe, close my eyes, step over and fast forward all the images that begin to pass through my mind and the sensations that are too heavy to face and swallow. 

They say that mother’s love is unique, pure, and unconditional and for this reason, I wonder if that was not really her way of loving me, perhaps the only one she knew and still knows, an alternation of love and hate that did not give me time to relax, to feel safe or simply able to rationalize those totally incoherent behaviors. 

One minute we were best friends and happily going shopping together, the next minute I was unpleasant, ungrateful, and know-it-all. One moment we were allies against that infamous world that was always angry with her and a moment later I was myself the enemy that made her nervous and impatient. 

Sometimes I was the smart and nice one, but most of the time I was the one who had to be treated, who didn’t know how to console and help her, who didn’t stand up as her champion and didn’t solve her existential problems. 

For most of my life, I thought this was true love, the unconditional love that I heard so much about in school, in catechesis, in the films I watched to educate myself on human emotions, but the truth is that I didn’t know at all to distinguish between love and hate and consequently I constantly mixed them inward and outward.

For a very long and heartbreaking time, I thought I was the wrong, bad, wretched, and spineless one, but then I realized that I wasn’t the one who she loved and hated alternately: it was herself.

And this confused feeling is still present in the telegraphic messages she sends me during the holidays, in those three dots leaving the conversation open, in the claims of reconciliation without any admission of guilt or responsibility, and in the belief that the distance is better than any confrontation. 

This was the vision of life that my parents have always shared, the one with which I grew up and which prevented me from living so many emotions and experiences. 

A heap of inconsistencies which sent me into a tailspin, putting my system of observation and cataloging of reality in crisis, but which helped me to understand that nothing would be as easy as those films that I thought were my masters of life.

Tomorrow is Sunday, and then everything will pass, at least for another year.

Il ramoscello \ The twig

Il ramoscello

Quanto vorrei non essere sempre così sensibile a tutto quello che mi dicono e che mi fanno, quanto vorrei avere uno scudo che rimandi con forza uguale e contraria ogni colpo al suo mittente, quanto vorrei essere fatta di una superficie liscia ed impermeabile per farmi scivolare tutto addosso e guardarlo cadere verso terra come se non mi riguardasse.
Quanto lo vorrei…
Ed invece sono ruvida e porosa e le cose non solo si aggrappano ad ogni cellula del mio corpo, ma si assorbono fino a penetrarmi dentro le ossa, piegandomi e spezzandomi come un ramoscello secco, il quale avendo perso la sua linfa vitale non riesce più a rimanere flessibile ed elastico.
Eppure, io vorrei essere di un’altra pasta, vorrei potermi tirare indietro per rispingermi avanti, proprio come ho imparato nelle arti marziali. Vorrei cedere, ma solo per raccogliere le forze e rimandare al mio opponente tutte le cose che mi ha buttato addosso e che evidentemente riguardano più il suo essere che il mio.
Vorrei, vorrei, vorrei… anni di sogni e di tentativi e alla fine sono ancora qui a piangere ed a seccarmi ulteriormente, a sentirmi impotente come un ramoscello in mezzo ad una giungla di mangrovie.

Quando passerà? Quando crescerò? Quando sarò più forte?
Quando ci sarà quel momento magico nel quale potrò dire: ce l’ho fatta!
Ma soprattutto esiste davvero?

La sofferenza non fortifica, e alla lunga ti schiaccia impietosamente.
Se il terreno non cambia, la luce non migliora e l’acqua non lo nutre, il ramoscello non si fortificherà mai.
Inizio a pensare che senza modificare i fattori esterni, difficilmente riuscirò a salvare la poca linfa rimasta e che sono arrivata ad un punto nel quale sento la mancanza di una protezione, di un supporto, di un sostegno che mi regga fino a quando le cose non miglioreranno.
D’altra parte, è anche vero che io non sono un ramoscello e che come essere senziente, non posso più lasciare che la mia sensibilità sia un’arma che mi io punti continuamente puntata contro.
Perché sono sicura che se io riuscissi a girarla nell’altra direzione, allora diventerebbe uno strumento di difesa, uno scudo invisibile e potentissimo, un impermeabile perfetto.
Uno specchio nel quale si possano riflettere tutte le cattiverie e le ingiustizie, per essere finalmente rimandate indietro ai loro legittimi proprietari.


The twig

I wish I weren’t always so sensitive to everything they tell me and to what they do to me, how much I would like to have a shield that sends each blowback with equal and opposite force to its sender, how much I would like to be made of a smooth and impermeable surface to let everything slip on away and watch it fall to the ground as if it didn’t concern me.
How much I would like that…
And instead, I’m rough and porous and things not only cling to every cell in my body, but they absorb themselves until they penetrate my bones, bending and breaking like a dry twig, which has lost its lifeblood, is no longer able to remain flexible and elastic.
Yet, I would like to be of another kind, I wish I could pull back to push myself forward, just like I learned in martial arts.
I would like to give up, but only to gather strength and send back to my opponents all the things that they threw at me and which obviously concern their being more than mine.
I wish, I wish, I wish… years of dreams and attempts and in the end, I’m still here crying and bothering myself further, feeling helpless as a twig in the middle of a mangrove jungle.

When will it pass? When will I grow up? When will I be stronger?
When there will be that magical moment in which I will be able to say: I did it!
But above all does it really exist?

Suffering does not strengthen, and in the long run, it crushes you mercilessly.
If the soil does not change, the light does not improve and the water does not nourish it, the twig will never strengthen.
I begin to think that without changing the external factors, I will hardly be able to save the little sap left and that I have reached a point where I feel the lack of protection, support, a defense that will hold me up until things won’t improve.
On the other hand, it is also true that I am not a twig and that as a sentient being, I can no longer let my sensitivity be a weapon that I continually point at me.
Because I’m sure that if I managed to turn it in the other direction, then it would become a defense tool, an invisible and very powerful shield, a perfect raincoat.
A mirror in which all evil and injustices can be reflected and sent back to their rightful owners.

Volersi bene \ Love yourself

Volersi bene

Oggi mi sono resa conto che la mia vita deve assolutamente cambiare, partendo da me e da tutte le cose che mi impongo o delle quali mi privo.

Certo all’apparenza sembrano per la maggior parte validi consigli e suggerimenti necessari per mantenere alto il livello di salute ed eccellere nello studio e nel lavoro, ma guardando meglio in profondità, ho capito che quelle non sono raccomandazioni propositive, ma soprattutto ordini da eseguire con rigore e costanza ogni giorno. 

Ad esempio, il lunedì devo forzatamente mangiare determinate cose, devo fare assolutamente i programmi lavorativi per tutta la settimana, rispettare l’attività fisica secondo la tabella di marcia che ho creato e riordinare gli appunti del corso di formazione. 

Sembrerebbe tutto perfetto, funzionante, efficiente, ogni minuto ben riempito, ogni istinto immediatamente soppresso ed i sensi di colpa pronti a pungermi come moniti per farmi seguire le mie stesse disposizioni.

Ma quando avrò tempo per volermi bene? Quando farò le cose che amo fare solo per il piacere di farle? 

Quando sentirò il bisogno di lasciare andare queste tensioni e questi doveri che mi sono auto imposta per “stare bene”?

Sto bene? Mi sento davvero meglio grazie al mio sistema?

Sorrido? Sono serena? Appagata? Tranquilla? 

No, no, e no.

Per non perdere tempo prezioso guardo le serie TV mentre faccio ginnastica o riordino, mangio mentre ascolto i documentari che mi interessano, sottolineo i libri durante la mia mezzora di sole giornaliera, faccio la doccia ripassando i discorsi che dovrei fare, cammino ascoltando musica che possa ispirare nuove idee e pratico Tai Chi ormai solo come preparazione per le lezioni settimanali. 

Sfido io a non scoppiare in questa prigione!

Ma come ho fatto a ridurmi così? Cosa sto inseguendo esattamente? Cosa vorrei dimostrare a me stessa, o meglio, aglə altrə?

Se ci fosse qualcosa che dovrei volere, quella dovrebbe essere la mia felicità e non credo che potrei essere più lontana dal raggiungerla in queste condizioni.

Giovedì vedrò il mio terapeuta e ricominceremo da qui, da queste ossessioni che mi stanno distruggendo e dalla mia totale incapacità di volermi bene e concedermi le cose che potrebbero rendermi felice e farmi stare bene!

Non so quanto tempo ci vorrà, non so da dove prende origine tutto questo (o forse sì), non so quante altre crisi ci saranno e non so se ne sarò mai davvero capace, ma io vorrei davvero imparare a volermi bene. 


Love yourself

Today I realized that my life must absolutely change, starting from me and all the things that I impose on myself or of which I deprive myself.

Of course, on the surface, they seem for the most part valid advice and suggestions necessary to maintain a high level of health and excel in study and work, but looking more deeply, I realized that those are not propositive recommendations, but above all orders to be carried out with rigor and consistency every day.

For example, on Mondays I have to eat certain things, I absolutely have to do the work schedules for the whole week, respect the physical activity according to the schedule I have created and rearrange the notes of the training course.

Everything would seem perfect, functioning, efficient, every minute well filled, every instinct immediately suppressed, and the feelings of guilt ready to sting me as warnings to make me follow my own instructions.

But when will I have time to love myself? When will I do the things I love to do just for the pleasure of doing them?

When will I feel the need to let go of these tensions and these self-imposed duties to “feel good”?

Am I fine? Do I really feel better thanks to my system?

Do I smile? Am I serene? Satisfied? Rested?

No, no, and no.

In order not to waste the precious time I watch TV series while doing gymnastics or tidying up, I eat while listening to documentaries that interest me, I underline the books during my half-hour of daily sunshine, I take a shower reviewing the speeches I should do, I walk listening to music that can inspire new ideas and practice Tai Chi now only as a preparation for the weekly classes.

I dare you not to have a meltdown in this prison!

But how did I get down to this? What exactly am I chasing? What would I like to prove to myself, or rather, to others?

If there was something I should want, that should be my happiness and I don’t think I could be further from achieving it in these conditions.

On Thursday I will see my therapist and we will start from here, from these obsessions that are destroying me and from my total inability to love myself and give me the things that could make me happy and make me feel good!

I don’t know how long it will take, I don’t know where all this comes from (or maybe I do), I don’t know how many other crises there will be and I don’t know if I’ll ever really be able to, but I would really like to learn how to love myself.

L’effetto delle festività \ The festivities effect

L’effetto delle festività

Mi ci sono voluti alcuni giorni per metabolizzare tutto quello che è successo a Pasqua e altrettanto tempo per riuscire a dare un senso alle mie azioni e a quelle degli altri.

Un paio di settimane prima di Pasqua sono stata io ad accettare di partecipare al pranzo organizzato dai genitori del mio ragazzo, nonostante avrei già dovuto immaginare che non sarebbe stata una giornata leggera o facile.

Allora perché ho acconsentito, se ero in parte consapevole di quanto sarebbe potuto succedere?

Malgrado tutto sono un’ottimista, in particolare quando si tratta di festività e quindi mi sono lasciata guidare dalla mia romantica visione di piatti di porcellana e di composizioni floreali a centrotavola che avrebbero attirato la mia attenzione e allietato anche i momenti più pesanti.

Ormai sapete bene che non ho un bel rapporto con la mia famiglia, ma se c’è una cosa che sapevano davvero fare bene, erano le feste, le cene, i ritrovi e tutte quelle occasioni dove era necessario sfoggiare il meglio e presentarsi nella propria forma più strabiliante.

Nonostante non abbia mai sopportato le falsità e le incoerenze, ho sempre goduto moltissimo di quelle feste.

Prima di tutto, la casa era sempre accogliente, ordinata, piena di fiori, candele, tovaglie e piatti cromaticamente ben abbinati tra loro che creavano stimoli positivi e distrazioni piacevolissime.

Le persone ospitate, partecipi consenzienti del gioco, tendevano ad essere sempre più simpatiche e leggere del solito, annaffiandosi subito di buon vino e riempiendosi la bocca con il cibo sempre saporito e ben presentato.

Le luci erano ben bilanciate, la musica un leggero sottofondo e * bambin* erano liber* di correre per la casa, su e giù per il cortile ed eventualmente avanzare le cose che non erano di loro gradimento.

Le feste per me sono un’occasione, un momento di condensazione di tutti i miei desideri e delle mie speranze. E da quando vivo con il mio ragazzo, con lui cerco di ricreare quella magia che sapeva distrarmi e farmi sorridere anche quando le cose non erano perfettamente favolose.

Negli anni ho comprato piatti ai mercatini delle pulci, cercato candelabri, dipinto vasi, raccolto decorazioni per ogni occasione e riservato la colazione della domenica come mia festività personale per superare le fatiche della settimana.

Domenica sono partita da casa con tutte queste speranze e aspettative nel cuore, pur sapendo che non avrei ritrovato quell’atmosfera magica, ma che forse in parte avrebbero potuto avvicinarvisi.

Ed invece, non c’era niente di speciale ad attendermi, i piatti serviti in modo frettoloso ed approssimativo, le urla a tavola (ovviamente non è colpa loro se questo è il loro tono di voce), le videochiamate con i parenti quando stavo ancora ingoiando l’ultimo boccone e mi si presentava come ospite della giornata, i rimproveri al mio cane, l’assenza di argomenti di conversazione, il sentirsi completamente fuori luogo.

A metà pranzo sono fuggita in cortile ed il resto è storia.

Forse io non so spiegare il mio autismo, forse non so fare chiare richieste (non è questo il punto?), forse non so accontentarmi di ciò che ricevo, forse ho caricato di troppe aspettative la giornata, forse non mi sono corazzata abbastanza per affrontare il mondo reale. Forse.

Eppure, la mia routine, le mie tradizioni, i miei bei ricordi, la leggerezza di una giornata alla settimana, per me non sono capricci, sono appigli ai quali tenermi quando sto per crollare e non voglio rinunciarci, nemmeno per accontentare gl* altr*.


The festivities effect

It took me a few days to digest everything that happened at Easter and just as long to be able to make sense of my actions and those of others.

A couple of weeks before Easter I was the one who agreed to participate in the lunch organized by my boyfriend’s parents, although I should have already imagined that it would not be a light or easy day.

So why did I consent if I was partially conscious of what could have happened?

Despite everything, I am an optimist, particularly when it comes to the holidays and therefore I let myself be guided by my romantic vision of porcelain plates and centerpiece floral arrangements that would have caught my attention and cheered even the heaviest moments.

By now you know very well that I don’t have a good relationship with my family, but if there is one thing they really knew how to do well, it was parties, dinners, get-togethers, and all those occasions where it was necessary to show off the best and show up in their own most amazing form.

Despite never having endured falsehoods and inconsistencies, I have always enjoyed those parties very much.

First of all, the house was always cozy, tidy, full of flowers, candles, tablecloths, and chromatically well-matched plates that created positive stimuli and very pleasant distractions.

The people hosted, consenting participants in the game, tended to be more and more pleasant and lighter than usual, immediately sprinkling with good wine and filling their mouths with always tasty and well-presented food.

The lights were well balanced, the music a light background, and children were free to run around the house, up and down the courtyard, and possibly leave in their plates all those things that they didn’t like.

The holidays for me are an occasion, a moment of condensation of all my desires and hopes.

And since I’ve started living with my boyfriend, I’ve been trying to recreate that magic with him, something that could distract me and make me smile even when things aren’t perfectly fabulous.

Over the years I have bought dishes at flea markets, searched for candlesticks, painted vases, collected decorations for every occasion, and reserved Sunday breakfast as my personal holiday to overcome the hardships of the week.

On last Sunday I left home with all these hopes and expectations in my heart, even knowing that I would not have found that magical atmosphere again, but that perhaps in part they could have gotten really close to it.

And instead, there was nothing special waiting for me, the dishes served hastily and approximately, the screams at the table (obviously it’s not their fault if this is their tone of voice), the video calls with relatives when I was still swallowing the last bite, introducing me as the guest of the day, the reproaches to my dog, the absence of topics for conversation, the feeling of being completely out of place.

Halfway through lunch, I fled to the courtyard and the rest is history.

Maybe I don’t know how to explain my autism, maybe I don’t know how to make clear requests (isn’t this the point?), maybe I can’t be satisfied enough with what others do, maybe I have too many expectations, maybe I haven’t armored enough to face the real world. Maybe.

Yet, my routine, my traditions, my good memories, the lightness of a day a week, are not whims for me, they are belays to hold on to when I’m about to collapse and I don’t want to give them up, not even to please the others.

Sola, nel lato buio della mia luna \ Alone, on the dark side of my moon

Sola, nel lato buio della mia luna

Ora vi farò ridere (o forse no), ma mi ci sono voluti due anni di terapia per convincermi di una cosa apparentemente banale: il mondo non ragiona come me.

E non parlo di dettagli nel funzionamento, sicuramente influenzato da mille fattori tra i quali l’autismo, ma dal modo generale di pensare e di approcciarsi alla vita.

Ho avuto questa grande illuminazione quando parlando con una persona conosciuta, questa mi ha velatamente fatto capire che io avrei: “una vita facile” per via del mio lavoro “leggero” e della mia intelligenza “sprecata”.

A me non sarebbe mai venuto in mente un ragionamento del genere solo osservando la parte visibile della vita di una persona, proprio perché penso che la verità sia nascosta sul lato più buio della nostra luna (citazione musicale…), quello che tendenzialmente non condividiamo con chiunque e che raccoglie tutte le nostre parti più profonde.

All’inizio della conversazione ho pensato che quella persona mi stesse prendendo in giro; come poteva supporre che la mia vita fosse facile? Me lo leggeva in faccia? Non vedeva le cicatrici fisiche ed interiori? Non capiva che quel lavoro “leggero” (sì, magari…) è stata una necessità, oltre che un piacere? Non osservava che dietro alle mie pause c’era una stanchezza immensa e pesantissima?

Così ho iniziato a pensare che se non ero io a nascondere bene il mio mondo interiore, allora erano gli altri che semplicemente non lo capivano e non lo notavano.

La soluzione più ovvia alla fine era anche la più semplice e mi sono arresa a questa solitudine, sapendo che probabilmente avrei trovato la mia stessa sensibilità e spirito di osservazione solo tra pochissime persone e che avrei dovuto smettere di contarci come se fosse qualcosa di dovuto in ogni relazione interpersonale.

Forse avrei potuto capirlo già da bambina, quando mi dicevano che ero una “sapientona”, che “non sono tutti come te”, che “il mondo non gira intorno a te”. O per lo meno lo avrei dovuto realizzare quando ho iniziato a rimanere sempre più sola e quando non trovavo l’incastro giusto per inserirmi nei gruppi.

Probabilmente fermarsi all’apparenza è più facile e permette un maggiore distacco dalle situazioni, forse è quella la chiave che apre la porta alle persone e le aiuta a voltare le spalle alle altre nel momento del bisogno.

E se dal punto di vista emotivo posso capire che ci sia anche una necessità di auto preservarsi, dall’altra ho fatto fatica ad ammettere a me stessa che non dovrò né potrò aspettarmi da chiunque quel livello di profondità e intensità che metto in tutte le cose che osservo e che faccio.

D’altronde nemmeno io sono immune a questa tendenza di voler maggiormente mostrare il mio lato di luce e nascondere quello più profondo e forse oscuro.


Alone, on the dark side of my moon

I’ll make you laugh (or maybe not), but it took me two years of therapy to convince me of a seemingly trivial thing: the world doesn’t think like me.

And I’m not talking about details in functioning, certainly influenced by a thousand factors including autism, but by the general way of thinking and approaching life.

I had this great enlightenment when talking to a known person, this one covertly made me understand that I would have: “an easy life” because of my “light” work and my “wasted” intelligence.

Such reasoning would never have occurred to me just by observing the visible part of a person’s life, precisely because I think the truth is hidden on the darker side of our moon (musical quote…), which tends not to be shared with anyone and that gathers all our deepest parts.

At the beginning of the conversation I thought that person was making fun of me; how could she suppose my life was easy? Did she see it in my face? Didn’t she see the physical and inner scars? Didn’t she understand that that “light” job (which is not…) was a necessity, as well as a pleasure? Didn’t she observe that behind my pauses there was immense and very heavy fatigue?

So I started thinking that if it wasn’t me who was hiding my inner world well, then it was others who simply didn’t understand it and didn’t notice it.

The most obvious solution, in the end, was also the simplest one and I surrendered to this loneliness, knowing that I would probably find my same sensitivity and powers of observation only among very few people and that I would have to stop counting it as if it were something due in any interpersonal relationship.

Maybe I could have understood it already as a child when they told me that I was a “know-it-all”, that “they are not all like you”, that “the world does not revolve around you”. Or at least I should have realized it when I started to be more and more alone and when I couldn’t find the right fit into the groups.

Apparently do not look beyond appearances is easier and allows a greater detachment from situations, perhaps that is the key that opens the door to people and helps them to turn their backs on others in times of need.

And if from an emotional point of view I can understand that there is also a need for self-preservation, but on the other hand, I have struggled to admit to myself that I should not and cannot expect from anyone that level of depth and intensity that I put into all things that I observe and that I do.

Besides, not even I am immune to this tendency to want to show my luminous side more and hide the deeper and perhaps dark one.

Un anno dopo \ A year later

Un anno dopo

Ormai è passato un anno dall’inizio del primo lunghissimo lockdown italiano.
Da allora è stato tutto un susseguirsi di aperture e chiusure, di miglioramenti e peggioramenti, di paure e incertezze, di domande senza riposta e di tormenti per un futuro che non sappiamo se potrà svolgersi o se rimarrà congelato ancora per qualche tempo.
La mia salute mentale in questo anno ha avuto un tracollo che mai avrei potuto immaginare e nonostante la fortuna di avere la possibilità di fare due sedute di terapia al mese (che comunque dovrò ridurre per via la mia situazione lavorativa), ancora sento di peggiorare un pochino giorno dopo giorno, maturando pensieri di sconfitta ed abbandono che era da tempo che non sentivo.
Vorrei ribadire che con queste parole non nego la gravità della situazione, ma che sto semplicemente esponendo quanto questo periodo ha inciso sulla mia vita e sulla mia salute.
Ad esempio, ho rinunciato per vari motivi (a volte obbligati) alle cure di medicina complementare che stavo seguendo per la mia malattia autoimmune, ho rimandato esami di controllo e ho lasciato perdere i viaggi fuori regione (e ora comune) sempre per le stesse questioni.
Il mio lavoro si è ridotto notevolmente e nonostante i primi timidi aiuti ricevuti, ormai sono mesi che sopravvivo solo grazie ai soldi messi da parte e al sostegno del mio ragazzo e questo certo non mi aiuta a stare meglio o a fare progetti per il futuro.
Tutte le iniziative in programma per promuovere il libro sono state rimandate di mesi, e alcune probabilmente avrà anche poco senso farle in quella fase avanzata della promozione.
Comunque, a parte tutti i risvolti economici e lavorativi, quello che mi fa più soffrire è aver regredito e praticamente distrutto molti dei progressi che avevo fatto negli ultimi anni in termini di salute fisica e mentale.
Tutte le vecchie cattive abitudini si sono ripresentate, e con loro la depressione, l’angoscia esistenziale, il senso di impotenza e fallimento, la paura di non saper vivere come si dovrebbe vivere.
Non ho scritto queste parole per sminuire la gravità della situazione, ma per normalizzare sensazioni che tengo nascoste da troppo tempo e che mi stanno mangiando viva. Io sto male.
E so che c’è chi sta più male di me, che c’è chi non lavora affatto, che c’è chi ha perso molte persone vicine e che ha dovuto rinunciare alla possibilità di realizzare i suoi progetti più o tanto quanto me, ma dovevo dirlo ad alta voce, dovevo scriverlo, dovevo stamparmelo bene in testa.
Solo così, ammettendo la verità, ho la speranza di poter ricominciare a guarire e stare bene.


A year later

A year has now passed since the beginning of the first very long Italian lockdown. Since then it has been a succession of openings and closings, of improvements and worsening, of fears and uncertainties, of unanswered questions and torments for a future that we do not know if it will take place or if it will remain frozen for some time. My mental health this year has had a collapse that I never could have imagined and despite the good fortune of having the opportunity to do two therapy sessions a month (which in any case I will have to reduce due to my work situation), I still feel I am getting worse a little day after day, developing thoughts of defeat and abandonment that I had not felt for a long time.
I would like to reiterate that with these words I do not deny the gravity of the situation, but that I am simply explaining how much this period has affected my life and my health.
For example, I have given up for various (sometimes obligatory) reasons the complementary medicine treatments that I was following for my autoimmune disease, I postponed control exams and I gave up traveling outside the region (and now municipality) always for the same issues.
My work has been significantly reduced and despite the first timid aids received, it has been months now that I survive only thanks to the money I saved and the support of my boyfriend and that certainly does not help me to get better or to make plans for the future.
All the initiatives planned to promote the book have been postponed for months, and some of them won’t even make sense in that advanced phase of the promotion. However, apart from all the economic and work implications, what makes me suffer most is having regressed and practically destroyed many of the advances I had made in recent years in terms of physical and mental health.
All the old bad habits have come back and with them the depression, the existential anguish, the sense of helplessness and failure, the fear of not knowing how to live as one should live.
I did not write these words to diminish the gravity of the situation, but to normalize feelings that I have kept hidden for too long and that are eating me alive. I’m feeling so much pain.
And I know that some are worse off than me, that some do not work at all, that some have lost many close people and who have had to give up the possibility of realizing their projects as much as me or even more, but I had to say it out loud, I had to write it, I had to print it well in my head.
Only in this way, admitting the truth, I have the hope of being able to recover and be well again.

Pagare il prezzo \ Paying the price

Pagare il prezzo

Tempo fa una persona senza peli sulla lingua mi disse che avrei pagato caro il prezzo della mia impopolarità, del mio volermi sentire diversa e della mia caparbietà nel mantenere alto il mio senso dell’onore e dell’etica. Quando udii queste parole, pensai che non importava quanto facesse male, io per niente al mondo avrei potuto o voluto rinunciare ai miei principi, anche perché erano una delle poche cose che nessuna “maschera” avrebbe mai potuto togliermi.

E così è stato.

Ho guardato le persone osservarmi con curiosità e talvolta con disprezzo, passarmi accanto, ammirarmi ed ignorarmi, cercare inutilmente di capirmi, di darmi un senso, per poi andare avanti senza porre alcuna domanda. Nonostante questo, io non ho mai desistito ed ho mantenuto i miei principi, portandoli sempre avanti, anche attraverso mille pianti, tanti meltdowns ed infiniti “perché?”.

Ma quella persona aveva ragione, prima o poi avrei pagato il prezzo, e così è stato. Quando ho lasciato il lavoro in ufficio per fare qualcosa di autonomo, mi sono resa conto di quanto contasse avere una rete di sostegno e con ammirazione guardavo a coloro che avevano tanti amici e conoscenti a supportarli. Quando è uscito il libro è stato devastante. Solo allora ho capito davvero quanto mi sia costata la mia personalità, la mia rettitudine e il mio seppur minimo amore per me stessa.

Ma vi dirò una cosa: non me ne pento, non ce la faccio, non saprei come altro vivere. Non posso vendere me stessa al miglior offerente per un like, per una condivisione o per un acquisto. Sarò sempre quella strana, isolata, sola, quella impopolare e antipatica (questo parere non lo condivido), ma è ciò che sono e non posso fingere altrimenti, fa parte di me e di tutte le cose faccio e che condivido con il mondo.

Tutt* paghiamo un prezzo per poter essere noi stess, e chi pensa di essere amat da tutt*, cercando di conquistare il mondo con riverenza e adorazione per chiunque, inconsapevolmente sta pagando quello più alto.


Paying the price

Some time ago an outspoken person told me that I would pay dearly for my unpopularity, my wanting to feel different and my stubbornness in keeping my sense of honor and ethics high. When I heard these words, I thought that no matter how much it hurt, I for nothing in the world could or would have renounced my principles, also because they were one of the few things that no “mask” could ever take away from me.

And so it has been.

I watched people observe me with curiosity and sometimes with contempt, pass me by, admire and ignore me, try in vain to understand me, to make sense of me, and then move on without asking any questions. Despite this, I have never given up and have kept my principles, always carrying them forward, even through a thousand tears, many meltdowns, and endless “why?”

But that person was right, sooner or later I would have paid the price, and I have. When I left my office job to do something on my own, I realized how important it was to have a support network and looked with admiration to those who had so many friends and acquaintances to support them. When the book came out it was devastating. Only then did I really understand how much my personality, my righteousness, and my even minimal love for myself have cost me.

But I’ll tell you one thing: I don’t regret it, I can’t do it, I don’t know how else to live. I can’t sell myself to the highest bidder for a like, a share, or a purchase. I will always be the strange, isolated, lonely one, the unpopular and unpleasant one (I do not share this opinion), but it is who I am and I cannot pretend otherwise, it is part of me and of all the things I do and that I share with the world.

We all pay a price to be ourselves, and those who think they are loved by all, trying to conquer the world with reverence and adoration for everyone, are unwittingly paying the highest price.

Piantare la bandiera \ Planting my flag

Piantare la bandiera

Ieri ho riletto dei passaggi di una dispensa riguardante un corso di formazione che ho frequentato qualche tempo fa e che ora spero di riprendere in primavera. In questo testo si parlava dell’importanza di prendere coscienza di sé stess* e della capacità di sapersi conquistare il proprio posto nel mondo.

Per descrivere questo passaggio, gl* insegnant* hanno usato l’immagine di una persona che pianta una bandiera con il suo sigillo e che lo fa con forza e determinazione, quasi rompendo il terreno sottostante, definendo in questo modo una chiara presa di coscienza.

Così oggi ho pensato di disegnare quella sensazione per cercare di appropriarmene e questo è quello che ne è uscito: una figura piuttosto esile, che pare più aggrapparsi alla sua bandiera che piantarla, come se fosse la sua immagine di sé a sostenere la sua persona e la sua forza fisica e mentale.

Io non arrivo mai alle cose dalla stessa strada che percorrono gl* altr, solitamente faccio dei giri molto più lunghi e complicati, soffermandomi spesso, cambiando idea, perdendomi, a volte disperandomi, per poi ritrovarmi esattamente dove sono tutt quant*, talvolta arrivando persino prima di loro. Eppure, a volte mi pare che mi manchino la bussola, la mappa e la bandiera stessa. E penso a come potrò mai fare a conquistare il mio posto nel mondo senza questi oggetti fondamentali e una chiara consapevolezza.

Consciamente ripeto a me stessa di esserci vicina e faccio le cose giuste (o almeno credo), ma poi inconsciamente sono ancora estremamente insicura, impaurita, fragile e mi sento sgretolare come quella terra che invece dovrei conquistare e dominare. Forse non è così importante se la bandiera è stata piantata con forza o se si sposterà al primo alito di vento… forse non conta nemmeno se io mi stia tenendo ad essa mentre sento di cedere… forse…

Un giorno arriverà anche il momento di piantare la bandiera, ma per ora penso che mi limiterò a portarla con me, nei miei viaggi alla ricerca di me stessa e della mia natura più autentica, così ci sosterremo a vicenda e ci ricorderemo che meritiamo più di un cumulo di terra da qualche parte.


Planting my flag

Yesterday I reread some passages from a paper regarding a training course I attended some time ago and which I now hope to resume in the spring. This text talked about the importance of becoming aware of oneself and the ability to know how to conquer one’s place in the world.

To describe this passage, the teachers have used the image of a person who plants a flag in the terrain and who does it with strength and determination, almost breaking the ground below, thus defining a clear awareness.

So today I thought of drawing that feeling to try to appropriate it and this is what came out of it: a rather slender figure, who seems more to cling to her flag than to plant it, as if it were her image of herself to support her person and her physical and mental strength, and not the contrary.

I never get to things from the same road that others travel, usually, I take much longer and more complicated laps, pausing often, changing my mind, getting lost, sometimes despairing, only to find myself exactly where all landed, sometimes arriving even before them. Yet, sometimes it seems to me that I miss the compass, the map, and the flag itself. And I think about how I will ever be able to conquer my place in the world without these fundamental objects and clear awareness.

Consciously I repeat to myself that I am close to it and I do the right things (or at least I think), but then subconsciously I am still extremely insecure, afraid, fragile and I feel crumbling like that land that I should instead conquer and dominate. Maybe it doesn’t matter if the flag has been planted forcefully or if it will move at the first breath of wind… maybe it doesn’t even matter if I’m holding on to it while I feel like giving in… maybe …

One day the time will come to plant the flag, but for now, I think I’ll just take it with me, on my travels in search of myself and my most authentic nature, so that we will support each other and remember that we deserve more than a mound of earth somewhere.

Causa ed effetto \ Cause and effect

Causa ed effetto

Oggi ripensavo a quanto per me non sia mai stato immediato il legame tra una certa azione e la sua diretta conseguenza.
Ad esempio, come dovrei rispondere ad un’offesa? Dovrei rispondere? Dovrei ignorare l’offesa? E quanto deve essere forte la mia risposta? Più dell’offesa per bloccare eventuali risposte, uguale, o più lieve per dimostrare la mia superiorità?
In ambito di relazioni sociali per me queste questioni sono di fondamentale importanza e più mi trovo ad interagire con le persone e più mi rendo conto che mi manca una vera competenza in questo ambito.
Potrei ricercare le cause di questo deficit nel mio passato, nel modo in cui ho visto comportarsi gli adulti della mia vita e nel loro modo di trattare me, ma sicuramente c’è anche una componente legata all’autismo (ovviamente parlo del mio caso).
Questa smania di voler prendere le misure per tutto, mi ha spesso negato l’opportunità di rispondere di getto e misurare le reazioni che si sarebbero scatenate dall’altra parte per permettermi di costruire delle capacità in ambito sociale che mi sarebbero sicuramente potute tornare utili.
Inoltre, l’incapacità di distinguere l’ironia da un discorso serio, mi ha più volte scoraggiata dal tentare di creare quelle dinamiche di causa effetto che ora vorrei tanto conoscere e padroneggiare.
Negli ultimi tempi ho dovuto bloccare molte persone sull’account che uso per lavoro. Questo perché non riuscivo mai a cogliere in alcune domande sulla mia vita lavorativa, un interesse di tutt’altra natura, che si palesava improvvisamente in modo irrispettoso e violento.
Purtroppo questo mi è sempre successo anche nella vita reale e se in questo ambito potevo contare su qualche indicazione più sensoriale, ora, nel mondo virtuale, mi trovo davvero a navigare in acque per me totalmente sconosciute.
Mi impegnerò di più per capire quale sia il confine tra educazione, gentilezza e rispetto per me stessa e fino a quando sia lecito permettere a qualcuno di fare delle domande lavorative che nascondono interessi personali.
Un passo alla volta recupererò tutto, perché purtroppo il mondo non diventerà più onesto e giusto per accontentare questo mio sogno.


Cause and effect

Today I was thinking about how, for me, the link between a certain action and its direct consequence has never been clear.
For example, how should I respond to an offense? Should I answer at all? Should I ignore the offense? And how strong must my response be? More than the offense to block any answers, equal, or milder to demonstrate my superiority?
In the field of social relations for me, these questions are of fundamental importance and the more I interact with people, the more I realize that I miss a real competence in this area.
I could research the causes of this deficit in my past, in the way observed the adults in my life behave and in the way they treated me, but surely there is also a component linked to autism (obviously I’m talking about my case).
This craving of measuring for everything has often denied me the opportunity to respond immediately and understand the reactions that would have been triggered by the other side to allow me to build skills in the social field.
Furthermore, the inability to distinguish irony from serious discourse has often discouraged me from trying to create those dynamics of cause and effect that now I would love to know and master.
Recently, I have had to block many people on the account I use for work.
This is because I was never able to grasp inside some questions about my working life, an interest of a completely different nature, which suddenly manifested itself in a disrespectful and violent way.
Unfortunately, this has always happened to me also in real life and if there I could count on some more sensory indication, now, in the virtual world, I really find myself navigating in waters totally unknown to me.
I will try harder to understand what is the boundary between education, kindness, and respect for myself and how much is permissible to allow someone to ask work questions that hide personal interests.
One step at a time I will recover everything because unfortunately, the world will not become honest and fair to satisfy my dream.

Una passeggiata in città \ A walk downtown

Una passeggiata in città

Avete mai avuto la sensazione di essere risucchiati in un vortice di immagini, colori, rumori ed odori, mentre camminate cercando di controllare i vostri pensieri incessanti?

Ieri, in pieno giorno, sono andata in città e ho notato che le persone si stavano muovendo di nuovo dopo un lungo periodo di pausa e che anche i loro spiriti parevano essersi risvegliati sotto il timido calore dei raggi di sole di febbraio.

Improvvisamente ero passata dall’immobilità del freddo inverno, o per lo meno del mio, ad una vivacità tipica della primavera che ha anticipato nel mio cuore delle sensazioni che non aspettavo di rivivere così presto.

Non fraintendetemi, io adoro osservare la vita e la sua frenesia, ma spesso la mia osservazione di questo movimento mi risucchia in un vortice così intenso da farmi girare la testa o addirittura farmi cedere all’ansia e al panico.

Ieri ho sperimentato di nuovo quella sensazione di moto centripeto che pare sempre portare tutto quello che sento fino allo stomaco, causandomi talvolta un antipatico senso di nausea e capogiro.

Quello che per un secondo pare un’istantanea colorata e gioiosa si trasforma così in qualcosa di distorto ed incomprensibile, perdendo forma e significato e lasciandomi smarrita al centro di una dinamica che io stessa ho creato.

Quanto vorrei poter camminare per le strade della città senza provare questa esperienza, quanto vorrei potermi elevare ad di sopra del mondo dei sensi ed osservare senza farmi assorbire dal contesto. Come vorrei distrarre la mia mente e sentirmi al sicuro senza più ansie o preoccupazioni.

Sarebbe davvero bello, almeno una volta, provare un po’ di sana indifferenza e lasciarmi cullare dalla corrente senza esserne sopraffatta. Sì, sarebbe davvero bellissimo.


A walk downtown

Have you ever had the feeling of being sucked into a whirlwind of images, colors, noises, and smells as you walk trying to control your incessant thoughts?

Yesterday, in broad daylight, I went downtown and noticed that people were moving again after a long pause and that their spirits also seemed to have awakened under the timid heat of the February sunshine.

Suddenly I had gone from the stillness of the cold winter, or at least mine, to a vivacity typical of spring that anticipated in my heart the sensations I didn’t expect to relive so soon.

Don’t get me wrong, I love to observe life and its frenzy, but often my observation of this movement sucks me into a vortex so intense that it makes me dizzy or even give in to anxiety and panic.

Yesterday I experienced again that sensation of centripetal motion that always seems to carry everything I feel up to the stomach, sometimes causing me an unpleasant sense of nausea and dizziness.

What for a second seems like a colorful and joyful snapshot is thus transformed into something distorted and incomprehensible, losing shape and meaning and leaving me lost in the center of a dynamic that I myself created.

How much I wish I could walk the streets without experiencing these circumstances, how much I wish I could rise above the world of the senses and observe without being absorbed by the context. How I would like to distract my mind and feel safe with no more anxieties or worries.

It would be really nice, at least once, to feel a little healthy indifference and let myself be lulled by the current without being overwhelmed. Yes, that would be really beautiful.