Hai voluto la bicicletta? \ Be careful what you wish for!

Hai voluto la bicicletta?

Pochi giorni fa mi sono recata in diverse librerie per chiedere di tenere il mio libro a disposizione dei clienti con la formula della conto-visione, che permette ai commercianti di ordinare alcune copie di qualsiasi testo senza alcun rischio. Purtroppo, questo tipo di soluzione, seppur apparentemente vincente, ha un grande difetto: richiede una solida e sicura interazione sociale, così, nella maggior parte dei casi, è stato il mio ragazzo a fare per me questa domanda alle librerie, mentre io restavo fuori dalla porta, tremante e dubbiosa, spaventata dalla mia stessa opera e dalla mia stessa voce. 

Avevo scelto di affidarmi ad una casa editrice abbastanza strutturata proprio per evitare di dovermi esporre in questo modo, ma purtroppo mi hanno fatto capire che glə autorə emergenti non hanno le stesse possibilità deglə altrə e che difficilmente finiscono davvero sugli scaffali. 

Ciononostante, ho notato che con un po’ di insistenza e di faccia tosta, non è impossibile spuntarla e farsi conoscere anche nei luoghi più inaspettati. Certo se io avessi avuto questa prontezza di spirito, allora mi sarei già lanciata alla conquista del mondo, ma quel tipo di atteggiamento non fa parte del mio essere e non mi mette a mio agio. 

Quando mi chiedono di fare delle foto di persona mentre tengo in mano il libro sento che vorrei scomparire ed ogni intervista online (per ora ancora poche) è una prova di forza e coraggio.  

Qualcuno potrebbe dire che me la sono cercata, che avrei dovuto immaginare con più realismo quello che sarebbe successo una volta pubblicato il libro, ma io ho sempre pensato che il potere delle parole mi avrebbe salvata e che se avessi usato le mie armi, non avrei mai perso la strada. 

Purtroppo, nel mondo dell’editoria (come in tanti altri), la capacità di sapersi vendere è fondamentale: ogni giorno ci sono telefonate, proposte, contatti di ogni genere. 

Ho dovuto imparare a chiedere aiuto e favori e ad insistere leggermente per sollecitare supporto prima promesso e poi mai mantenuto e questo è un territorio completamente nuovo per me, una strada lastricata di imprevisti e ostacoli, per i quali non ero minimamente attrezzata. 

Così ogni giorno cerco di farmi carico dello stress e dell’ansia che sento salire allo stomaco e provo a pensare che servirà a qualcosa di buono, ma la verità è che sto iniziando a sentirmi sempre più stanca e fuori luogo, vittima del mio stesso mascheramento selvaggio che mi ha portata al centro dell’arena completamente disarmata. 

Non ho con me la carica che possono dare una famiglia solida e forti radici, non ho ali radiose che fanno volare l’autostima verso nuove avventure, o la spinta per catapultarmi oltre le paure e i traumi che ancora mi appaiono come muri invalicabili dentro i quali sono ancora prigioniera. 

Non so cosa succederà nei prossimi mesi, se mai riuscirò a gestire questa avventura con più calma e decisione, ma sento che il timore più grande che mi lega e mi soffoca, è proprio quello di non sentirmi mai libera di poter essere me stessa al cento per cento.


Be caraful what you wish for!

A few days ago I went to several bookstores to ask to keep my book available to customers with the account-viewing formula, which allows merchants to order a few copies of any text without any risk. Unfortunately, this type of solution, although apparently successful, has a big flaw: it requires a solid and strong social interaction, so, in most cases, it was my boyfriend who asked this question for me to the bookstores, while I was waiting outside, trembling and doubtful, frightened by my own work and my own voice. 

I had chosen to rely on a fairly structured publishing house precisely to avoid having to expose myself in this way, but unfortunately, they made me understand that emerging authors do not have the same opportunities as others and that they hardly really end up on the shelves. 

Nonetheless, I have noticed that with a bit of insistence and audacity, it is not impossible to win and make yourself known even in the most unexpected places. Of course, if I had had this readiness of spirit, then I would have already set out to conquer the world, but that kind of attitude is not part of my being and does not put me at ease. 

When they ask me to take pictures of myself while I hold the book in my hand, I feel that I would like to disappear and every online interview (still few for now) is a test of strength and courage. 

Some might say that I got exactly what I wanted, that I should have imagined with more realism what would happen once the book was published, but I always thought that the power of words would save me and that if I had used my weapons, I would not have never lost my way.

Unfortunately, in the publishing world (as in many others), the ability to know how to sell is fundamental: every day there are phone calls, proposals, contacts of all kinds. I had to learn to ask for help and favors and to slightly insist on soliciting support that was first promised and then never kept and this is completely new territory for me, a road paved with unexpected events and obstacles, for which I was not in the least equipped. 

So every day I try to take on the stress and anxiety that I feel rising in my stomach and I try to think that it will do something good, but the truth is that I am starting to feel more and more tired and out of place, a victim of my own wild making that took me to the center of the arena completely unarmed. 

I do not have with me the charge that a solid family and strong roots can give, I do not have radiant wings that make self-esteem fly towards new adventures, or the drive to catapult myself beyond the fears and traumas that still appear to me as impassable walls within which I’m still a prisoner. 

I do not know what will happen in the next few months if I will ever be able to manage this adventure with more calm and determination, but I feel that the greatest fear that binds me and suffocates me is precisely that of never feeling free to be myself at one hundred percent.

La brava ragazza \ The good girl

La brava ragazza

Questa notte ho fatto un sogno strano, qualcosa non avevo mai sperimentato nonostante io sogni continuamente e riesca a ricordare quasi sempre i contenuti e i dettagli dei miei viaggi onirici.

Nel mio sogno mi trovavo in un aeroporto e mi apprestavo a partire per un viaggio con tutta la mia famiglia (già questa potrebbe sembrare una cosa strana). Io avrò avuto 25 anni, quindi una decina in meno rispetto ad ora, ed indossavo un vestitino estivo di colore blu con dei puntini bianchi che mi arrivava appena sotto al ginocchio; la mia pelle era abbronzata e distesa, fresca come una pesca ed i capelli sciolti e schiariti dal sole. 

In un attimo sono uscita da quella me stessa e mi sono vista da fuori: ero la me attuale che guardava la sé più piccola.

Senza pensarci troppo, sono andata ad abbracciare la mia versione giovane e le ho detto: “Sei proprio una brava ragazza”.

In un attimo tutto si è fermato e le mie sensazioni si sono scisse dandomi contemporaneamente due letture diverse dello stesso momento.

La giovane me, incredula e confusa, con le braccia ferme lunghe il corpo, non è riuscita realizzare quanto le stesse succedendo e solo poco dopo si è allontanata seguendo il resto della famiglia verso il loro viaggio.

Ma io, la mia versione attuale, ho sentito una sensazione che non avevo mai provato prima. Un amore così intenso, vero e gentile che mi ha riempito il cuore e commossa fino a farmi tremare per la tanta maturità e comprensione, che penso mai avessi consciamente concesso a me stessa. 

Un’emozione meravigliosa, forse tra le più belle che io abbia mai provato nella mia vita, un sentimento che mi mancava e che ho cercato tanto a lungo tra le braccia e le parole d’altri.

L’amore della famiglia, l’amore genuino, l’amore senza pretese, il voler bene.

L’amore incondizionato. 


The good girl

Last night I had a strange dream, something I had never experienced although I constantly dream and that I can almost always remember the contents and details of my night travels.

In my dream, I was in an airport and I was preparing to leave for a trip with my whole family (this might already seem a strange thing). 

I must have been 25 years old, about ten years younger than now, and I was wearing a blue summer dress with white dots that came just below the knee; my skin was tanned and relaxed, fresh as a peach and, my hair loose and bleached by the sun.

In a moment I came out of that version of myself and saw myself from the outside: I was the current me looking at my younger self.

Without thinking too much, I hugged my younger version and said to her: “You’re such a good girl.”

In a moment everything stopped and my sensations split, giving me two different readings of the same moment at the same time.

The young me, incredulous and confused, with her arms still long her body, was unable to realize what was happening to her and, only shortly after she walked away following the rest of the family on their journey.

But I, my current version, felt a sensation I had never experienced before. 

A love so intense, true, and kind that it filled my heart and moved me to the point of making me tremble because of such maturity and understanding, which I think I never consciously granted to myself.

A wonderful emotion, perhaps among the most beautiful I have ever experienced in my life, a feeling that I missed and that I have searched for so long in the arms and words of others.

The love of the family, the genuine love, the unpretentious love, the caring.

Unconditional love.

Il lamento della Festa della Mamma \ The lament for Mother’s Day

Il lamento della Festa della Mamma

Domani sarà nuovamente la seconda domenica di maggio.

Per moltə di voi non vorrà dire niente di speciale, per altrə sarà una giornata di festeggiamenti gioiosi, ma per me sarà sicuramente un momento difficile che mi avvolge in un drappo bagnato e freddo di sofferenza e frustrazione. 

Purtroppo, anche se anche avessi desiderato dimenticarmene, sarebbe stato davvero impossibile! 

Da più di una settimana non si sente parlare d’altro in radio, in Tv, nelle vetrine dei negozi, sui volantini pubblicitari e persino tra la gente che cammina a distanza portando sottobraccio grandi mazzi di fiori e piccoli pacchettini colorati.

“Buona Festa della Mamma” dicono le voci che sembrano rincorrermi da ogni direzione, sottolineando ancora e ancora quanta gratitudine e riconoscenza si debba nei confronti della propria madre. 

A chi deve vendere qualche regalino in fondo non importa che rapporto una persona possa avere con sua madre: se sia viva, morta, esistente, inesistente, fuggita, andata, presente, troppo presente… 

E così, come ogni seconda settimana di maggio da quindici anni a questa parte, respiro, chiudo gli occhi, passo oltre e mando avanti con il fast forward tutte le immagini che iniziano a passarmi per la mente e le sensazioni troppo pesanti da affrontare ed ingoiare. 

Dicono che l’amore della mamma sia unico, puro ed incondizionato e per questo mi chiedo se quello non fosse davvero il suo modo di amarmi, forse l’unico che conosceva e che conosce ancora, un alternarsi di amore ed odio che non mi dava mai il tempo di rilassarmi, di sentirmi al sicuro o semplicemente capace di razionalizzare quei comportamenti totalmente incoerenti.

Un minuto eravamo migliori amiche e andavamo allegramente a fare spese insieme, il minuto dopo ero antipatica, ingrata e saccente. 

Un momento eravamo alleate contro quel mondo infame che ce l’aveva sempre con lei e un momento dopo ero io stessa il nemico che la rendeva nervosa e insofferente.  

Qualche volta ero quella intelligente e simpatica, ma per la maggior parte del tempo ero quella che si doveva curare, che non sapeva consolarla e aiutarla, che non si ergeva sua paladina e non le risolveva i problemi esistenziali.

Per tutta la vita ho pensato che fosse questo il vero amore, l’amore incondizionato del quale tanto sentivo parlare a scuola, a catechesi, nei film che guardavo per istruirmi sulle emozioni umane, ma la verità è che non sapevo affatto distinguere tra amore ed odio e di conseguenza li mescolavo continuamente in entrata ed uscita. 

Per un tempo lunghissimo e straziante ho pensato di essere io quella sbagliata, cattiva, disgraziata e senza spina dorsale, ma poi ho capito che non ero io quella che amava ed odiava alternativamente: era sé stessa.

E questo sentimento confuso è ancora presente nei messaggi telegrafici che mi manda durante le festività, nei puntini di sospensione per chiudere lasciando aperta la conversazione, nelle pretese di riconciliazione senza alcuna ammissione di colpa o di responsabilità e nella convinzione che la distanza sia migliore rispetto a qualsiasi confronto. 

Questa era la visione di vita che hanno sempre condiviso i miei genitori, quella con la quale sono cresciuta e che mi ha impedito di vivere tante emozioni ed esperienze. 

Un cumulo di incongruenze che mi hanno mandata in tilt, mettendo in crisi il mio sistema di osservazione e catalogazione della realtà, ma che mi è servito per capire che niente sarebbe stato facile come lo raccontavano quei film che io pensavo fossero i miei maestri di vita. 

Domani è domenica, e poi tutto passerà.

Almeno per un altro anno. 


The lament for Mother’s Day

Tomorrow will be the second Sunday of May, again.

For many of you, it will not mean anything special, for others it will be a day of joyful celebration, but for me, it will surely be a difficult moment that envelops me in a wet and cold cloth of suffering and frustration.

Unfortunately, even if I had wanted to forget it, it would have been really impossible!

For more than a week we have not heard of anything else on the radio, on TV, in shop windows, on advertising flyers, and even among people walking at a distance carrying large bouquets of flowers and small colorful packages under their arms.

“Happy Mother’s Day,” says the voice that seems to run after me from every direction, underlining again and again how much gratitude and love we owe to our own mother.

After all, whoever has to sell a gift does not care what relationship a person may have with its mother: whether she is alive, dead, existing, non-existent, fled, gone, present, too present …

And so, like every second week of May for fifteen years now, I breathe, close my eyes, step over and fast forward all the images that begin to pass through my mind and the sensations that are too heavy to face and swallow. 

They say that mother’s love is unique, pure, and unconditional and for this reason, I wonder if that was not really her way of loving me, perhaps the only one she knew and still knows, an alternation of love and hate that did not give me time to relax, to feel safe or simply able to rationalize those totally incoherent behaviors. 

One minute we were best friends and happily going shopping together, the next minute I was unpleasant, ungrateful, and know-it-all. One moment we were allies against that infamous world that was always angry with her and a moment later I was myself the enemy that made her nervous and impatient. 

Sometimes I was the smart and nice one, but most of the time I was the one who had to be treated, who didn’t know how to console and help her, who didn’t stand up as her champion and didn’t solve her existential problems. 

For most of my life, I thought this was true love, the unconditional love that I heard so much about in school, in catechesis, in the films I watched to educate myself on human emotions, but the truth is that I didn’t know at all to distinguish between love and hate and consequently I constantly mixed them inward and outward.

For a very long and heartbreaking time, I thought I was the wrong, bad, wretched, and spineless one, but then I realized that I wasn’t the one who she loved and hated alternately: it was herself.

And this confused feeling is still present in the telegraphic messages she sends me during the holidays, in those three dots leaving the conversation open, in the claims of reconciliation without any admission of guilt or responsibility, and in the belief that the distance is better than any confrontation. 

This was the vision of life that my parents have always shared, the one with which I grew up and which prevented me from living so many emotions and experiences. 

A heap of inconsistencies which sent me into a tailspin, putting my system of observation and cataloging of reality in crisis, but which helped me to understand that nothing would be as easy as those films that I thought were my masters of life.

Tomorrow is Sunday, and then everything will pass, at least for another year.

Il ramoscello \ The twig

Il ramoscello

Quanto vorrei non essere sempre così sensibile a tutto quello che mi dicono e che mi fanno, quanto vorrei avere uno scudo che rimandi con forza uguale e contraria ogni colpo al suo mittente, quanto vorrei essere fatta di una superficie liscia ed impermeabile per farmi scivolare tutto addosso e guardarlo cadere verso terra come se non mi riguardasse.
Quanto lo vorrei…
Ed invece sono ruvida e porosa e le cose non solo si aggrappano ad ogni cellula del mio corpo, ma si assorbono fino a penetrarmi dentro le ossa, piegandomi e spezzandomi come un ramoscello secco, il quale avendo perso la sua linfa vitale non riesce più a rimanere flessibile ed elastico.
Eppure, io vorrei essere di un’altra pasta, vorrei potermi tirare indietro per rispingermi avanti, proprio come ho imparato nelle arti marziali. Vorrei cedere, ma solo per raccogliere le forze e rimandare al mio opponente tutte le cose che mi ha buttato addosso e che evidentemente riguardano più il suo essere che il mio.
Vorrei, vorrei, vorrei… anni di sogni e di tentativi e alla fine sono ancora qui a piangere ed a seccarmi ulteriormente, a sentirmi impotente come un ramoscello in mezzo ad una giungla di mangrovie.

Quando passerà? Quando crescerò? Quando sarò più forte?
Quando ci sarà quel momento magico nel quale potrò dire: ce l’ho fatta!
Ma soprattutto esiste davvero?

La sofferenza non fortifica, e alla lunga ti schiaccia impietosamente.
Se il terreno non cambia, la luce non migliora e l’acqua non lo nutre, il ramoscello non si fortificherà mai.
Inizio a pensare che senza modificare i fattori esterni, difficilmente riuscirò a salvare la poca linfa rimasta e che sono arrivata ad un punto nel quale sento la mancanza di una protezione, di un supporto, di un sostegno che mi regga fino a quando le cose non miglioreranno.
D’altra parte, è anche vero che io non sono un ramoscello e che come essere senziente, non posso più lasciare che la mia sensibilità sia un’arma che mi io punti continuamente puntata contro.
Perché sono sicura che se io riuscissi a girarla nell’altra direzione, allora diventerebbe uno strumento di difesa, uno scudo invisibile e potentissimo, un impermeabile perfetto.
Uno specchio nel quale si possano riflettere tutte le cattiverie e le ingiustizie, per essere finalmente rimandate indietro ai loro legittimi proprietari.


The twig

I wish I weren’t always so sensitive to everything they tell me and to what they do to me, how much I would like to have a shield that sends each blowback with equal and opposite force to its sender, how much I would like to be made of a smooth and impermeable surface to let everything slip on away and watch it fall to the ground as if it didn’t concern me.
How much I would like that…
And instead, I’m rough and porous and things not only cling to every cell in my body, but they absorb themselves until they penetrate my bones, bending and breaking like a dry twig, which has lost its lifeblood, is no longer able to remain flexible and elastic.
Yet, I would like to be of another kind, I wish I could pull back to push myself forward, just like I learned in martial arts.
I would like to give up, but only to gather strength and send back to my opponents all the things that they threw at me and which obviously concern their being more than mine.
I wish, I wish, I wish… years of dreams and attempts and in the end, I’m still here crying and bothering myself further, feeling helpless as a twig in the middle of a mangrove jungle.

When will it pass? When will I grow up? When will I be stronger?
When there will be that magical moment in which I will be able to say: I did it!
But above all does it really exist?

Suffering does not strengthen, and in the long run, it crushes you mercilessly.
If the soil does not change, the light does not improve and the water does not nourish it, the twig will never strengthen.
I begin to think that without changing the external factors, I will hardly be able to save the little sap left and that I have reached a point where I feel the lack of protection, support, a defense that will hold me up until things won’t improve.
On the other hand, it is also true that I am not a twig and that as a sentient being, I can no longer let my sensitivity be a weapon that I continually point at me.
Because I’m sure that if I managed to turn it in the other direction, then it would become a defense tool, an invisible and very powerful shield, a perfect raincoat.
A mirror in which all evil and injustices can be reflected and sent back to their rightful owners.

Volersi bene \ Love yourself

Volersi bene

Oggi mi sono resa conto che la mia vita deve assolutamente cambiare, partendo da me e da tutte le cose che mi impongo o delle quali mi privo.

Certo all’apparenza sembrano per la maggior parte validi consigli e suggerimenti necessari per mantenere alto il livello di salute ed eccellere nello studio e nel lavoro, ma guardando meglio in profondità, ho capito che quelle non sono raccomandazioni propositive, ma soprattutto ordini da eseguire con rigore e costanza ogni giorno. 

Ad esempio, il lunedì devo forzatamente mangiare determinate cose, devo fare assolutamente i programmi lavorativi per tutta la settimana, rispettare l’attività fisica secondo la tabella di marcia che ho creato e riordinare gli appunti del corso di formazione. 

Sembrerebbe tutto perfetto, funzionante, efficiente, ogni minuto ben riempito, ogni istinto immediatamente soppresso ed i sensi di colpa pronti a pungermi come moniti per farmi seguire le mie stesse disposizioni.

Ma quando avrò tempo per volermi bene? Quando farò le cose che amo fare solo per il piacere di farle? 

Quando sentirò il bisogno di lasciare andare queste tensioni e questi doveri che mi sono auto imposta per “stare bene”?

Sto bene? Mi sento davvero meglio grazie al mio sistema?

Sorrido? Sono serena? Appagata? Tranquilla? 

No, no, e no.

Per non perdere tempo prezioso guardo le serie TV mentre faccio ginnastica o riordino, mangio mentre ascolto i documentari che mi interessano, sottolineo i libri durante la mia mezzora di sole giornaliera, faccio la doccia ripassando i discorsi che dovrei fare, cammino ascoltando musica che possa ispirare nuove idee e pratico Tai Chi ormai solo come preparazione per le lezioni settimanali. 

Sfido io a non scoppiare in questa prigione!

Ma come ho fatto a ridurmi così? Cosa sto inseguendo esattamente? Cosa vorrei dimostrare a me stessa, o meglio, aglə altrə?

Se ci fosse qualcosa che dovrei volere, quella dovrebbe essere la mia felicità e non credo che potrei essere più lontana dal raggiungerla in queste condizioni.

Giovedì vedrò il mio terapeuta e ricominceremo da qui, da queste ossessioni che mi stanno distruggendo e dalla mia totale incapacità di volermi bene e concedermi le cose che potrebbero rendermi felice e farmi stare bene!

Non so quanto tempo ci vorrà, non so da dove prende origine tutto questo (o forse sì), non so quante altre crisi ci saranno e non so se ne sarò mai davvero capace, ma io vorrei davvero imparare a volermi bene. 


Love yourself

Today I realized that my life must absolutely change, starting from me and all the things that I impose on myself or of which I deprive myself.

Of course, on the surface, they seem for the most part valid advice and suggestions necessary to maintain a high level of health and excel in study and work, but looking more deeply, I realized that those are not propositive recommendations, but above all orders to be carried out with rigor and consistency every day.

For example, on Mondays I have to eat certain things, I absolutely have to do the work schedules for the whole week, respect the physical activity according to the schedule I have created and rearrange the notes of the training course.

Everything would seem perfect, functioning, efficient, every minute well filled, every instinct immediately suppressed, and the feelings of guilt ready to sting me as warnings to make me follow my own instructions.

But when will I have time to love myself? When will I do the things I love to do just for the pleasure of doing them?

When will I feel the need to let go of these tensions and these self-imposed duties to “feel good”?

Am I fine? Do I really feel better thanks to my system?

Do I smile? Am I serene? Satisfied? Rested?

No, no, and no.

In order not to waste the precious time I watch TV series while doing gymnastics or tidying up, I eat while listening to documentaries that interest me, I underline the books during my half-hour of daily sunshine, I take a shower reviewing the speeches I should do, I walk listening to music that can inspire new ideas and practice Tai Chi now only as a preparation for the weekly classes.

I dare you not to have a meltdown in this prison!

But how did I get down to this? What exactly am I chasing? What would I like to prove to myself, or rather, to others?

If there was something I should want, that should be my happiness and I don’t think I could be further from achieving it in these conditions.

On Thursday I will see my therapist and we will start from here, from these obsessions that are destroying me and from my total inability to love myself and give me the things that could make me happy and make me feel good!

I don’t know how long it will take, I don’t know where all this comes from (or maybe I do), I don’t know how many other crises there will be and I don’t know if I’ll ever really be able to, but I would really like to learn how to love myself.

L’effetto delle festività \ The festivities effect

L’effetto delle festività

Mi ci sono voluti alcuni giorni per metabolizzare tutto quello che è successo a Pasqua e altrettanto tempo per riuscire a dare un senso alle mie azioni e a quelle degli altri.

Un paio di settimane prima di Pasqua sono stata io ad accettare di partecipare al pranzo organizzato dai genitori del mio ragazzo, nonostante avrei già dovuto immaginare che non sarebbe stata una giornata leggera o facile.

Allora perché ho acconsentito, se ero in parte consapevole di quanto sarebbe potuto succedere?

Malgrado tutto sono un’ottimista, in particolare quando si tratta di festività e quindi mi sono lasciata guidare dalla mia romantica visione di piatti di porcellana e di composizioni floreali a centrotavola che avrebbero attirato la mia attenzione e allietato anche i momenti più pesanti.

Ormai sapete bene che non ho un bel rapporto con la mia famiglia, ma se c’è una cosa che sapevano davvero fare bene, erano le feste, le cene, i ritrovi e tutte quelle occasioni dove era necessario sfoggiare il meglio e presentarsi nella propria forma più strabiliante.

Nonostante non abbia mai sopportato le falsità e le incoerenze, ho sempre goduto moltissimo di quelle feste.

Prima di tutto, la casa era sempre accogliente, ordinata, piena di fiori, candele, tovaglie e piatti cromaticamente ben abbinati tra loro che creavano stimoli positivi e distrazioni piacevolissime.

Le persone ospitate, partecipi consenzienti del gioco, tendevano ad essere sempre più simpatiche e leggere del solito, annaffiandosi subito di buon vino e riempiendosi la bocca con il cibo sempre saporito e ben presentato.

Le luci erano ben bilanciate, la musica un leggero sottofondo e * bambin* erano liber* di correre per la casa, su e giù per il cortile ed eventualmente avanzare le cose che non erano di loro gradimento.

Le feste per me sono un’occasione, un momento di condensazione di tutti i miei desideri e delle mie speranze. E da quando vivo con il mio ragazzo, con lui cerco di ricreare quella magia che sapeva distrarmi e farmi sorridere anche quando le cose non erano perfettamente favolose.

Negli anni ho comprato piatti ai mercatini delle pulci, cercato candelabri, dipinto vasi, raccolto decorazioni per ogni occasione e riservato la colazione della domenica come mia festività personale per superare le fatiche della settimana.

Domenica sono partita da casa con tutte queste speranze e aspettative nel cuore, pur sapendo che non avrei ritrovato quell’atmosfera magica, ma che forse in parte avrebbero potuto avvicinarvisi.

Ed invece, non c’era niente di speciale ad attendermi, i piatti serviti in modo frettoloso ed approssimativo, le urla a tavola (ovviamente non è colpa loro se questo è il loro tono di voce), le videochiamate con i parenti quando stavo ancora ingoiando l’ultimo boccone e mi si presentava come ospite della giornata, i rimproveri al mio cane, l’assenza di argomenti di conversazione, il sentirsi completamente fuori luogo.

A metà pranzo sono fuggita in cortile ed il resto è storia.

Forse io non so spiegare il mio autismo, forse non so fare chiare richieste (non è questo il punto?), forse non so accontentarmi di ciò che ricevo, forse ho caricato di troppe aspettative la giornata, forse non mi sono corazzata abbastanza per affrontare il mondo reale. Forse.

Eppure, la mia routine, le mie tradizioni, i miei bei ricordi, la leggerezza di una giornata alla settimana, per me non sono capricci, sono appigli ai quali tenermi quando sto per crollare e non voglio rinunciarci, nemmeno per accontentare gl* altr*.


The festivities effect

It took me a few days to digest everything that happened at Easter and just as long to be able to make sense of my actions and those of others.

A couple of weeks before Easter I was the one who agreed to participate in the lunch organized by my boyfriend’s parents, although I should have already imagined that it would not be a light or easy day.

So why did I consent if I was partially conscious of what could have happened?

Despite everything, I am an optimist, particularly when it comes to the holidays and therefore I let myself be guided by my romantic vision of porcelain plates and centerpiece floral arrangements that would have caught my attention and cheered even the heaviest moments.

By now you know very well that I don’t have a good relationship with my family, but if there is one thing they really knew how to do well, it was parties, dinners, get-togethers, and all those occasions where it was necessary to show off the best and show up in their own most amazing form.

Despite never having endured falsehoods and inconsistencies, I have always enjoyed those parties very much.

First of all, the house was always cozy, tidy, full of flowers, candles, tablecloths, and chromatically well-matched plates that created positive stimuli and very pleasant distractions.

The people hosted, consenting participants in the game, tended to be more and more pleasant and lighter than usual, immediately sprinkling with good wine and filling their mouths with always tasty and well-presented food.

The lights were well balanced, the music a light background, and children were free to run around the house, up and down the courtyard, and possibly leave in their plates all those things that they didn’t like.

The holidays for me are an occasion, a moment of condensation of all my desires and hopes.

And since I’ve started living with my boyfriend, I’ve been trying to recreate that magic with him, something that could distract me and make me smile even when things aren’t perfectly fabulous.

Over the years I have bought dishes at flea markets, searched for candlesticks, painted vases, collected decorations for every occasion, and reserved Sunday breakfast as my personal holiday to overcome the hardships of the week.

On last Sunday I left home with all these hopes and expectations in my heart, even knowing that I would not have found that magical atmosphere again, but that perhaps in part they could have gotten really close to it.

And instead, there was nothing special waiting for me, the dishes served hastily and approximately, the screams at the table (obviously it’s not their fault if this is their tone of voice), the video calls with relatives when I was still swallowing the last bite, introducing me as the guest of the day, the reproaches to my dog, the absence of topics for conversation, the feeling of being completely out of place.

Halfway through lunch, I fled to the courtyard and the rest is history.

Maybe I don’t know how to explain my autism, maybe I don’t know how to make clear requests (isn’t this the point?), maybe I can’t be satisfied enough with what others do, maybe I have too many expectations, maybe I haven’t armored enough to face the real world. Maybe.

Yet, my routine, my traditions, my good memories, the lightness of a day a week, are not whims for me, they are belays to hold on to when I’m about to collapse and I don’t want to give them up, not even to please the others.

Sola, nel lato buio della mia luna \ Alone, on the dark side of my moon

Sola, nel lato buio della mia luna

Ora vi farò ridere (o forse no), ma mi ci sono voluti due anni di terapia per convincermi di una cosa apparentemente banale: il mondo non ragiona come me.

E non parlo di dettagli nel funzionamento, sicuramente influenzato da mille fattori tra i quali l’autismo, ma dal modo generale di pensare e di approcciarsi alla vita.

Ho avuto questa grande illuminazione quando parlando con una persona conosciuta, questa mi ha velatamente fatto capire che io avrei: “una vita facile” per via del mio lavoro “leggero” e della mia intelligenza “sprecata”.

A me non sarebbe mai venuto in mente un ragionamento del genere solo osservando la parte visibile della vita di una persona, proprio perché penso che la verità sia nascosta sul lato più buio della nostra luna (citazione musicale…), quello che tendenzialmente non condividiamo con chiunque e che raccoglie tutte le nostre parti più profonde.

All’inizio della conversazione ho pensato che quella persona mi stesse prendendo in giro; come poteva supporre che la mia vita fosse facile? Me lo leggeva in faccia? Non vedeva le cicatrici fisiche ed interiori? Non capiva che quel lavoro “leggero” (sì, magari…) è stata una necessità, oltre che un piacere? Non osservava che dietro alle mie pause c’era una stanchezza immensa e pesantissima?

Così ho iniziato a pensare che se non ero io a nascondere bene il mio mondo interiore, allora erano gli altri che semplicemente non lo capivano e non lo notavano.

La soluzione più ovvia alla fine era anche la più semplice e mi sono arresa a questa solitudine, sapendo che probabilmente avrei trovato la mia stessa sensibilità e spirito di osservazione solo tra pochissime persone e che avrei dovuto smettere di contarci come se fosse qualcosa di dovuto in ogni relazione interpersonale.

Forse avrei potuto capirlo già da bambina, quando mi dicevano che ero una “sapientona”, che “non sono tutti come te”, che “il mondo non gira intorno a te”. O per lo meno lo avrei dovuto realizzare quando ho iniziato a rimanere sempre più sola e quando non trovavo l’incastro giusto per inserirmi nei gruppi.

Probabilmente fermarsi all’apparenza è più facile e permette un maggiore distacco dalle situazioni, forse è quella la chiave che apre la porta alle persone e le aiuta a voltare le spalle alle altre nel momento del bisogno.

E se dal punto di vista emotivo posso capire che ci sia anche una necessità di auto preservarsi, dall’altra ho fatto fatica ad ammettere a me stessa che non dovrò né potrò aspettarmi da chiunque quel livello di profondità e intensità che metto in tutte le cose che osservo e che faccio.

D’altronde nemmeno io sono immune a questa tendenza di voler maggiormente mostrare il mio lato di luce e nascondere quello più profondo e forse oscuro.


Alone, on the dark side of my moon

I’ll make you laugh (or maybe not), but it took me two years of therapy to convince me of a seemingly trivial thing: the world doesn’t think like me.

And I’m not talking about details in functioning, certainly influenced by a thousand factors including autism, but by the general way of thinking and approaching life.

I had this great enlightenment when talking to a known person, this one covertly made me understand that I would have: “an easy life” because of my “light” work and my “wasted” intelligence.

Such reasoning would never have occurred to me just by observing the visible part of a person’s life, precisely because I think the truth is hidden on the darker side of our moon (musical quote…), which tends not to be shared with anyone and that gathers all our deepest parts.

At the beginning of the conversation I thought that person was making fun of me; how could she suppose my life was easy? Did she see it in my face? Didn’t she see the physical and inner scars? Didn’t she understand that that “light” job (which is not…) was a necessity, as well as a pleasure? Didn’t she observe that behind my pauses there was immense and very heavy fatigue?

So I started thinking that if it wasn’t me who was hiding my inner world well, then it was others who simply didn’t understand it and didn’t notice it.

The most obvious solution, in the end, was also the simplest one and I surrendered to this loneliness, knowing that I would probably find my same sensitivity and powers of observation only among very few people and that I would have to stop counting it as if it were something due in any interpersonal relationship.

Maybe I could have understood it already as a child when they told me that I was a “know-it-all”, that “they are not all like you”, that “the world does not revolve around you”. Or at least I should have realized it when I started to be more and more alone and when I couldn’t find the right fit into the groups.

Apparently do not look beyond appearances is easier and allows a greater detachment from situations, perhaps that is the key that opens the door to people and helps them to turn their backs on others in times of need.

And if from an emotional point of view I can understand that there is also a need for self-preservation, but on the other hand, I have struggled to admit to myself that I should not and cannot expect from anyone that level of depth and intensity that I put into all things that I observe and that I do.

Besides, not even I am immune to this tendency to want to show my luminous side more and hide the deeper and perhaps dark one.

Un anno dopo \ A year later

Un anno dopo

Ormai è passato un anno dall’inizio del primo lunghissimo lockdown italiano.
Da allora è stato tutto un susseguirsi di aperture e chiusure, di miglioramenti e peggioramenti, di paure e incertezze, di domande senza riposta e di tormenti per un futuro che non sappiamo se potrà svolgersi o se rimarrà congelato ancora per qualche tempo.
La mia salute mentale in questo anno ha avuto un tracollo che mai avrei potuto immaginare e nonostante la fortuna di avere la possibilità di fare due sedute di terapia al mese (che comunque dovrò ridurre per via la mia situazione lavorativa), ancora sento di peggiorare un pochino giorno dopo giorno, maturando pensieri di sconfitta ed abbandono che era da tempo che non sentivo.
Vorrei ribadire che con queste parole non nego la gravità della situazione, ma che sto semplicemente esponendo quanto questo periodo ha inciso sulla mia vita e sulla mia salute.
Ad esempio, ho rinunciato per vari motivi (a volte obbligati) alle cure di medicina complementare che stavo seguendo per la mia malattia autoimmune, ho rimandato esami di controllo e ho lasciato perdere i viaggi fuori regione (e ora comune) sempre per le stesse questioni.
Il mio lavoro si è ridotto notevolmente e nonostante i primi timidi aiuti ricevuti, ormai sono mesi che sopravvivo solo grazie ai soldi messi da parte e al sostegno del mio ragazzo e questo certo non mi aiuta a stare meglio o a fare progetti per il futuro.
Tutte le iniziative in programma per promuovere il libro sono state rimandate di mesi, e alcune probabilmente avrà anche poco senso farle in quella fase avanzata della promozione.
Comunque, a parte tutti i risvolti economici e lavorativi, quello che mi fa più soffrire è aver regredito e praticamente distrutto molti dei progressi che avevo fatto negli ultimi anni in termini di salute fisica e mentale.
Tutte le vecchie cattive abitudini si sono ripresentate, e con loro la depressione, l’angoscia esistenziale, il senso di impotenza e fallimento, la paura di non saper vivere come si dovrebbe vivere.
Non ho scritto queste parole per sminuire la gravità della situazione, ma per normalizzare sensazioni che tengo nascoste da troppo tempo e che mi stanno mangiando viva. Io sto male.
E so che c’è chi sta più male di me, che c’è chi non lavora affatto, che c’è chi ha perso molte persone vicine e che ha dovuto rinunciare alla possibilità di realizzare i suoi progetti più o tanto quanto me, ma dovevo dirlo ad alta voce, dovevo scriverlo, dovevo stamparmelo bene in testa.
Solo così, ammettendo la verità, ho la speranza di poter ricominciare a guarire e stare bene.


A year later

A year has now passed since the beginning of the first very long Italian lockdown. Since then it has been a succession of openings and closings, of improvements and worsening, of fears and uncertainties, of unanswered questions and torments for a future that we do not know if it will take place or if it will remain frozen for some time. My mental health this year has had a collapse that I never could have imagined and despite the good fortune of having the opportunity to do two therapy sessions a month (which in any case I will have to reduce due to my work situation), I still feel I am getting worse a little day after day, developing thoughts of defeat and abandonment that I had not felt for a long time.
I would like to reiterate that with these words I do not deny the gravity of the situation, but that I am simply explaining how much this period has affected my life and my health.
For example, I have given up for various (sometimes obligatory) reasons the complementary medicine treatments that I was following for my autoimmune disease, I postponed control exams and I gave up traveling outside the region (and now municipality) always for the same issues.
My work has been significantly reduced and despite the first timid aids received, it has been months now that I survive only thanks to the money I saved and the support of my boyfriend and that certainly does not help me to get better or to make plans for the future.
All the initiatives planned to promote the book have been postponed for months, and some of them won’t even make sense in that advanced phase of the promotion. However, apart from all the economic and work implications, what makes me suffer most is having regressed and practically destroyed many of the advances I had made in recent years in terms of physical and mental health.
All the old bad habits have come back and with them the depression, the existential anguish, the sense of helplessness and failure, the fear of not knowing how to live as one should live.
I did not write these words to diminish the gravity of the situation, but to normalize feelings that I have kept hidden for too long and that are eating me alive. I’m feeling so much pain.
And I know that some are worse off than me, that some do not work at all, that some have lost many close people and who have had to give up the possibility of realizing their projects as much as me or even more, but I had to say it out loud, I had to write it, I had to print it well in my head.
Only in this way, admitting the truth, I have the hope of being able to recover and be well again.

Pagare il prezzo \ Paying the price

Pagare il prezzo

Tempo fa una persona senza peli sulla lingua mi disse che avrei pagato caro il prezzo della mia impopolarità, del mio volermi sentire diversa e della mia caparbietà nel mantenere alto il mio senso dell’onore e dell’etica. Quando udii queste parole, pensai che non importava quanto facesse male, io per niente al mondo avrei potuto o voluto rinunciare ai miei principi, anche perché erano una delle poche cose che nessuna “maschera” avrebbe mai potuto togliermi.

E così è stato.

Ho guardato le persone osservarmi con curiosità e talvolta con disprezzo, passarmi accanto, ammirarmi ed ignorarmi, cercare inutilmente di capirmi, di darmi un senso, per poi andare avanti senza porre alcuna domanda. Nonostante questo, io non ho mai desistito ed ho mantenuto i miei principi, portandoli sempre avanti, anche attraverso mille pianti, tanti meltdowns ed infiniti “perché?”.

Ma quella persona aveva ragione, prima o poi avrei pagato il prezzo, e così è stato. Quando ho lasciato il lavoro in ufficio per fare qualcosa di autonomo, mi sono resa conto di quanto contasse avere una rete di sostegno e con ammirazione guardavo a coloro che avevano tanti amici e conoscenti a supportarli. Quando è uscito il libro è stato devastante. Solo allora ho capito davvero quanto mi sia costata la mia personalità, la mia rettitudine e il mio seppur minimo amore per me stessa.

Ma vi dirò una cosa: non me ne pento, non ce la faccio, non saprei come altro vivere. Non posso vendere me stessa al miglior offerente per un like, per una condivisione o per un acquisto. Sarò sempre quella strana, isolata, sola, quella impopolare e antipatica (questo parere non lo condivido), ma è ciò che sono e non posso fingere altrimenti, fa parte di me e di tutte le cose faccio e che condivido con il mondo.

Tutt* paghiamo un prezzo per poter essere noi stess, e chi pensa di essere amat da tutt*, cercando di conquistare il mondo con riverenza e adorazione per chiunque, inconsapevolmente sta pagando quello più alto.


Paying the price

Some time ago an outspoken person told me that I would pay dearly for my unpopularity, my wanting to feel different and my stubbornness in keeping my sense of honor and ethics high. When I heard these words, I thought that no matter how much it hurt, I for nothing in the world could or would have renounced my principles, also because they were one of the few things that no “mask” could ever take away from me.

And so it has been.

I watched people observe me with curiosity and sometimes with contempt, pass me by, admire and ignore me, try in vain to understand me, to make sense of me, and then move on without asking any questions. Despite this, I have never given up and have kept my principles, always carrying them forward, even through a thousand tears, many meltdowns, and endless “why?”

But that person was right, sooner or later I would have paid the price, and I have. When I left my office job to do something on my own, I realized how important it was to have a support network and looked with admiration to those who had so many friends and acquaintances to support them. When the book came out it was devastating. Only then did I really understand how much my personality, my righteousness, and my even minimal love for myself have cost me.

But I’ll tell you one thing: I don’t regret it, I can’t do it, I don’t know how else to live. I can’t sell myself to the highest bidder for a like, a share, or a purchase. I will always be the strange, isolated, lonely one, the unpopular and unpleasant one (I do not share this opinion), but it is who I am and I cannot pretend otherwise, it is part of me and of all the things I do and that I share with the world.

We all pay a price to be ourselves, and those who think they are loved by all, trying to conquer the world with reverence and adoration for everyone, are unwittingly paying the highest price.

Un posto sicuro \ A safe place

Un posto sicuro

Se dovessi pensare ad un posto dove ti senti al sicuro, quale sarebbe?

Per me è sempre stato tra le pagine di carta di un libro, meglio se grosso, così da potermi creare un tetto spesso tra le dita e mille idee in testa per tenermi occupata.

Non ci sono difetti sensoriali nella carta. Per me è perfetta in tutto, persino nella sua precisione ? analitica nel tagliarmi ogni volta che sbaglio l’approccio alla pagina.
La carta nuova profuma di fresco, è una sensazione che mi innalza e che mi fa pensare sempre ai nuovi inizi.
I libri della biblioteca invece sanno di storia. Il loro profumo mi pare acido, deciso, ma anche avvolgente, mi ricorda il tabacco ed il caffè, con un misto di casa della nonna. Questi odori vissuti mi portano più verso l’interno, facendomi riflettere sul passato e sulla storia di chi ha prima scritto e poi di chi ha successivamente toccato quel libro.

Carta lucida, carta riciclata, gialla, bianchissima, fina, ruvida… non importa. Potrei passarci sopra le dita per ore e sentire con piacere quel suono sottile e quasi impercettibile delle pagine che si girano e che poi si appoggiano l’una sopra l’altra.
Qualche volta mi è persino capitato di mangiare della carta, o meglio, di masticarla. E devo dire che non è male, anche se decisamente preferisco la cioccolata.

E poi, le parole. Segni che solo a guardarli mi incantano completamente. Quante volte ho preso in mano libri in lingue che nemmeno capivo solo per seguire il movimento di quelle righette, ondine, sbaffetti e tracce di messaggi apparentemente indecifrabili?

Qui, tra i libri, è tutto perfetto, sicuro e libero.


A safe place

If you had to think of a place where you feel safe, what would it be?

For me, it has always been between the paper pages of a book, preferably a big one, so that I can create a thick roof between my fingers and a thousand ideas in my head to keep me busy.

There are no sensory flaws in the paper. It is perfect in everything, even in its precision analytic in cutting myself every time I make a mistake in approaching the page. The new paper smells fresh, it is a sensation that lifts me up and always makes me think about new beginnings, while the books in the library have a history of their own. Their scent seems acidic, decisive, but also enveloping, reminds me of tobacco and coffee, with a mixture of grandmother’s house.
These lived smells bring me more inward, making me reflect on the past and on the history of those who wrote the book and then of those who subsequently touched it.

Glossy paper, recycled paper, yellow, very white, fine, rough… it doesn’t matter. I could run my fingers over it for hours and hear with pleasure that subtle and almost imperceptible sound of the pages turning and then resting on top of each other. Sometimes I even happened to eat paper, or rather, to chew it. And I have to say it’s not bad, although I definitely prefer chocolate.

And then, the words. Signs that just looking at them enchant me completely. How many times have I picked up books in languages that I didn’t even understand just to follow the movement of those lines, undines, smudges, and traces of apparently indecipherable messages?

Here, among the books, everything is perfect, safe, and free.