Io sono qui \ I am here

Io sono qui

È così facile ricordare i momenti belli e sereni, rivedere un sorriso, apprezzare un gesto gentile, mi ci aggrappo sempre con tutte le forze che ho in corpo e custodisco quelle sensazioni nella mente nascondendole in un luogo accessibile, un canale preferenziale dove poterle trasmettere senza sosta ogni qualvolta io senta il bisogno di ubriacarmi con esse.
Intanto i momenti brutti, che sono di gran lunga maggiori, hanno già scalfito il cuore, si sono da tempo infiltrati in tutto il sistema vitale ed hanno scavato gallerie segrete, così viscerali da rendere impossibile la loro completa mappatura.

Pertanto, la mente smette di cercarli, si stanca, dimentica, passa oltre, scorre velocemente le immagini dolorose e ritorna ad appigliarsi alle sfavillanti visioni dei bei ricordi, ignorando quei parassiti impietosi che continuano a diffondersi e nascondersi, creando colonie di sofferenza, sensi di colpa e tristezza pronte ad attaccare in qualsiasi momento.
Ed è proprio mentre sono assorta in quella pace illusoria, che basta un messaggio o uno squillo di una telefonata per farmi sobbalzare tutto il corpo e sentire l’esercito dei brutti ricordi attaccare ogni cellula del mio corpo e sconvolgere l’impalcatura di certezze che stavo lentamente costruendo.

Oggi, una persona molto saggia, mi ha detto che per guarire serve uno strappo. Ed ora ho capito cosa intendesse.
Non si può sperare di prendere amorevolmente queste sanguisughe una ad una, invitandole gentilmente ad andarsene. No, non è così che funziona.
Quando il dolore e soprattutto il senso di colpa sono così ancorati, si devono strappare via ed accettare la ferita che ne conseguirà.
Con il trauma non esiste una via semplice, indolore e senza conseguenze, per superare certe cose ci vuole un grande balzo, un enorme atto di fede nelle proprie capacità di guarigione e di recupero e uno sguardo d’insieme ampissimo, perché solo guardando oltre si può sperare di uscirne.
Loro sono fortissimi, pieni di forza, nutriti da anni di abnegazione e vagheggiamento; io invece sono debole, alimentata solo da gocce di felicità che fingevano di saziarmi completamente. 

Ma ora lo so. È lo strappo, è la corsa finale, è la liberazione totale quello che conta, sono la forza ed il coraggio di guardare i bei momenti per ciò che sono e ricordare quelli brutti senza paura.

Io sono qui. Loro sono passati. Loro sono il passato. 


I am here

It is so easy to remember all the beautiful and serene moments, to see a smile over and over again, to appreciate a kind gesture, I always cling to these kinds of illusions with all the strength I have in my body and I keep those feelings in my mind by hiding them in an accessible place, a preferential channel where they can be transmitted without interruptions whenever I feel the need to get drunk with them.
Meanwhile, the bad moments, which are far greater, have already scratched the heart, they have infiltrated the entire vital system and have dug secret tunnels, so visceral as to make their complete mapping impossible.

Therefore, the mind stops looking for them, gets tired, forgets, passes by, quickly runs through the painful images, and returns to cling to the glittering visions of good memories, ignoring those merciless parasites that continue to spread and hide, creating colonies of suffering, sense of guilt and sadness ready to attack at any moment.
And it is precisely while I am absorbed in that illusory peace, that a message or a ring of a phone call is enough to make my whole body jump and feel the army of bad memories attack every cell of my body and upset the scaffolding of certainties that I was slowly building.

Today, a very wise person told me that to heal you need a tear. And now I understand what she meant.
One cannot hope to lovingly take these leeches one by one, gently inviting them to leave. No, that’s not how it works.
When the pain and especially the guilt are so anchored, they have to be tear away and I must accept the wound that will follow.
With trauma, nothing is simple, painless and without consequences, to overcome certain things it takes a great jump, a huge leap of faith in one’s own healing and recovery abilities and a very broad overview because only by looking beyond it is possible to hope to get out of it.
They are very strong, full of strength, nourished by years of self-denial and longing; I, on the other hand, am weak, fed only by drops of happiness that pretended to fill me completely.

But now I know. It is the tear, it is the final race, it is total liberation what counts, it is the strength and courage to look at the good times for what they are and remember the bad ones without fear.

I am here. They have passed. They are the past.

Lo senti? \ Can you feel it?

Lo senti?

“Lo senti?”
“No, non lo sento.”
“Ne sei sicur*?”
“Sì, davvero. Io non lo sento.”

Un tuffo al cuore. Un sussulto. Senso di smarrimento.
Mi rimetto in ascolto. 
Ed è ancora lì… Io lo sento.

E non importa che si tratti di un suono, di un odore, di una cosa che vedo, che tocco o che assaggio, in ogni caso, sono sola con le mie percezioni.
Qualche rara volta capita che mi si dica: “ah, adesso lo sento anch’io!”, ma è appunto un evento infrequente, una piccola consolazione, l’eccezione che conferma la solitudine che provo ogni qualvolta io stia viaggiando nel mio mondo sensoriale. 
Con il tempo ho imparato ad accettare il fatto che certe cose le avrei sempre vissute da sola, che non avrei ottenuto le conferme che cercavo, che talune domande non avrebbero mai avuto una risposta, ma ci sono stati anche tanti momenti di sconforto che mi hanno fatto mettere in dubbio la mia stessa sanità mentale. 
Perché quando mi suggerivano di non farci caso, io non ci riuscivo? Perché non sapevo, potevo o volevo isolare quella cosa e metterla via, come se non ci fosse mai stata? E’ forse perché non sono abbastanza forte, abbastanza brava, abbastanza furba? E’ questo? 

La verità è che, purtroppo, quando un odore arriva come un’onda violenta e mi trafigge il naso, facendomi lacrimare gli occhi, non è facile “metterlo via” rapidamente. Quando una luce acceca i miei occhi e mi impedisce di guardare avanti, non è più possibile muovermi con sicurezza. Quando un sapore mi stordisce le papille gustative, stringendomi lo stomaco, non è semplice ingoiare il boccone. Quando un suono mi martella nella testa tormentando i miei pensieri, non posso eluderlo elegantemente. Quando la mia pelle percepisce una consistenza fortemente sgradevole e lo vive come un terribile attacco esterno, non posso evitare di combattere per liberarmene.  

Io lo sento. 

Sempre. Ogni giorno. Costantemente. 


Can you feel it?

“Can you feel it?”
“No, I can’t.”
“Are you sure?”
“Yes, really. I can’t feel it.”

My heart sank. A gasp. Sense of loss.
I go back to listening.
And it’s still there… I can feel it.

And it doesn’t matter whether it’s a sound, a smell, something I see, touch, or taste, in any case, I’m alone with my perceptions.
Sometimes it happens that people say to me: “Oh, now I can feel it too!”, But it is indeed an infrequent event, a small consolation, the exception that confirms the loneliness I feel whenever I am traveling in my sensory world.
Over time I learned to accept the fact that I would always experience those things alone, that I would not get the confirmations I was looking for, that some questions would never have an answer. 
And, I must accept that there were also many moments of despair that have made me question my own sanity, and probably there will still be.
Why when they told me not to notice it, I couldn’t? Why did I not want or could isolate that thing and put it away, as if it had never been there? Is it because I am not strong enough, good enough, smart enough? Is it?

Unfortunately, truth is that when a smell comes like a violent wave and pierces my nose, making my eyes water, it’s not easy just “to put it away” quickly. When a light blinds my eyes and prevents me from looking ahead, it is no longer possible to move with confidence. When a flavor stuns my taste buds, tightening my stomach, it is not easy to swallow the bite. When a sound hammers in my head and torments my thoughts, I cannot elegantly evade it. When my skin feels a highly unpleasant texture and experiences it as a terrible external attack, I can’t help but fight to get rid of it.

I can feel it. I still can.

Always. Everyday. Constantly.

Diagnosi 4 – Emozioni \ Diagnosis 4 – Emotions

Diagnosi 4 – Emozioni

Alla soglia del quarto incontro ero piena di aspettative e di speranze.
Cosa mi avrebbero chiesto? Di cosa avremmo parlato? Quali altri test avrei dovuto affrontare? Mi avrebbero già detto qualcosa?
Era impossibile conoscere in anticipo i dettagli di quel percorso, per quanto io avessi letto articoli di blog ed interviste, non avevo mai trovato risposte esaustive alle mie domande, così mi dovetti arrendere all’idea che davvero non c’era modo di potersi preparare mentalmente ed emotivamente a quel susseguirsi di esercizi e prove. 
Quella volta mi sarei dovuta solo fidare e cercare di essere il più naturale possibile.
Mi recai al quarto incontro con il cuore in gola, non so se fossero i quattro piani di scale per raggiungere i laboratori, o l’ansia dell’ignoto, ma sentivo di essere molto più agitata del solito. Mentre aspettavo di entrare nella stanza prenotata per la mia sessione, mi guardai intorno nella sala d’attesa spoglia. Alle pareti c’erano solo locandine di eventi e qualche poster informativo. Sedute poco lontano da me, vi erano una madre e sua figlia.
La bambina a dire il vero non riusciva a stare seduta, si muoveva continuamente, come se qualcosa le stesse dando fastidio; guardandola, potevo capire quello che provava: io mi muovevo nello stesso modo.
È stato difficile sentirsi chiamare capricciosa, maleducata, maschiaccio (non per il termine in sé, ma per il significato negativo che gli veniva attribuito), quando in realtà io provavo solo fastidio. Come si esprime e come si ferma il fastidio? Ancora oggi lo faccio muovendomi, mugugnando, scappando, scuotendo le mani velocemente e piagnucolando. Se non c’è modo di fermare il malessere, allora io cerco di eliminarlo, di esorcizzarlo in tutti i modi, prima che il fastidio prenda me, facendomi cadere in spaventosi meltdown. 
Finalmente mi chiamarono nella stanza adibita all’incontro, tirai un sospiro di sollievo, iniziavo a sentire su di me la seccante sensazione di impotenza della madre e la snervante incapacità di spiegarsi della figlia.

All’inizio della sessione mi chiesero di disegnare due figure: una femminile e una maschile. Mi piace disegnare, ma non sono certo Michelangelo! I miei personaggi solitamente hanno tratti fanciulleschi, sono molto magri ed hanno grande testa. Le loro braccia sono quasi sempre attaccate al corpo, e i loro occhi sono piccoli e nerissimi.
I ricercatori mi fecero delle domande relative ai miei personaggi, ad esempio ho dovuto descrivere chi fossero, le loro emozioni e cosa rappresentassero per me, un’operazione davvero molto difficile, visto che io non avevo pensato a nessuno in particolare mentre muovevo nervosamente la matita sul foglio per cercare di togliermi dall’imbarazzo del momento il più in fretta possibile. 
In secondo luogo, ho dovuto creare delle storie partendo da una serie di illustrazioni che parevano tratte da libri del Novecento e che avevano come protagoniste sempre delle ragazze dallo sgaurdo triste o preoccupato. Le immagini erano così cupe e grigie, che tutte le mie storie partivano sempre male, per poi trovare una spinta, una svolta, che portasse la protagonista a superare le sue paure. 
Già sapevo che quella parte era andata bene, perché io amo creare storie. 

Finalmente, alla fine dell’incontro, mi posero alcune domande personali che mi ricordavano quanto avevo letto nei manuali. 
Risposi senza problemi. Non provo vergogna quando un dottore o un professionista mi fa una domanda, che motivo avrei per mentire? A parte l’imbarazzo, volevo che la diagnosi fosse il più corretta possibile, quindi non mi tenni alcun segreto; per la prima volta la mia vita era al centro di una discussione senza urla e manipolazioni.  
Ad un certo punto sentii la mia voce spezzarsi, parlavo chiaramente, ma la lingua tremava e i miei occhi iniziarono a riempirsi di lacrime. 
Nonostante tutto, proseguii concentrandomi sui contenuti, dovevo dare loro tutte le informazioni necessarie. 
Alla fine dell’incontro ero esausta, ma soddisfatta. Ero un passo più vicina dal conoscere la verità. 


Diagnosis 4 – Emotions

At the threshold of the fourth meeting, I was full of expectations and hopes. What would they ask me? What were we going to talk about? What other tests would I have to face? Would they have already told me something? 
It was impossible to know the details of that path in advance, although I had read blog articles and interviews, I had never found exhaustive answers to my questions, so I had to surrender to the idea that it wasn’t possible.
So in the end, I decided I just had to trust myself and try to be as natural as possible.
I went to the fourth meeting with my heart in my throat, I don’t know if it was the four floors of stairs to reach the laboratories or the anxiety of the unknown, but I felt I was much more agitated than usual. 
While I waited to enter the room reserved for my session, I looked around the bare waiting room. On the walls, there were only event posters and some informative flyers. Seated not far from me, there were a mother and her daughter. To tell the truth, the child could not sit still, she was constantly moving, as if something was bothering her; looking at her, I could understand what she was feeling: I used to move in the same way, actually I still do.
It was difficult to be called capricious, rude, tomboy (not for the term itself, but for the negative meaning it was given), when in reality I was only feeling annoyance. How can you express painful annoyance expressed and how does it stop? Even today I do it by moving, mumbling, running away, shaking my hands quickly, and whimpering. If there is no way to stop the malaise, I try to eliminate it, to exorcise it in every way, before the annoyance takes me, making me fall into frightening meltdowns. 
Finally, they called me into the meeting room, I breathed a sigh of relief, I was beginning to feel the annoying feeling of helplessness of the mother and the unnerving inability of the daughter to explain herself. 

At the beginning of the session, they asked me to draw two figures: one female and one male. I like to draw, but I’m certainly not Michelangelo! My characters usually have boyish features, are very thin, and have a big head. Their arms are almost always attached to the body, and their eyes are small and very black.
The researchers asked me questions related to my characters, for example, I had to describe who they were, their emotions, and what they represented to me, a really difficult operation since I hadn’t thought of anyone in particular as I nervously moved the pencil on the paper to try to get rid of the embarrassment of the moment as quickly as possible. 
Secondly, I had to create stories starting from a series of illustrations that seemed taken from books of the twentieth century and which always had girls with a sad or worried look as their protagonists. The images were so dark and gray, that all my stories always started badly, only to find a push, a turning point, that would lead the protagonist to overcome her fears. I already knew that part went well because I love creating stories. 

Finally, at the end of the meeting, I was asked some personal questions that reminded me of what I had read in the manuals. 
I answered without problems. I am not ashamed when a doctor or a professional asks me a question, what reason would I have for lying? Embarrassment aside, I wanted the diagnosis to be as correct as possible, so I kept no secrets; for the first time, my life was at the center of a discussion without shouting and manipulation. 
At one point I heard my voice break, I spoke clearly, but my tongue was shaking and my eyes began to fill with tears. 
Despite everything, I continued focusing on the contents, I had to give them all the necessary information. At the end of the meeting I was exhausted, but satisfied. I was one step closer to knowing the truth.

La collina \ The hill

La collina

Domenica notte ho fatto un sogno davvero particolare, uno di quei viaggi onirici che nascondo tanti significati nascosti, lampi della profondità del mio inconscio che tentano di manifestarsi dove hanno la possibilità di essere visti e ascoltati. 
A dire il vero, quel sogno ha assunto un significato interessante solo dopo averlo analizzato con il mio psicologo; io, in qualche modo, ho tentato di reprimerlo consciamente e di rispingere sempre più giù quelle cose che cercavano di emergere prepotentemente. 

Lunedì, durante la mia seduta di terapia, ho raccontato il sogno al mio psicologo e lui è riuscito a leggere in quella storia moltissime informazioni e a riportare tante riflessioni interessanti.
Alla fine, ho dovuto confrontarmi anch’io con quelle immagini ed affrontarle per ciò che erano: un messaggio di indipendenza.

Nel sogno era notte, una notte calda ed illuminata da un’enorme luna bianca.
Io mi trovavo in un paesino tipico del centro Italia, un luogo chiaro, che si sviluppava sui pendii di una collina piuttosto scoscesa.
Mi fermai a guardare il cielo. Solitamente quando nei miei sogni guardo il cielo di notte, o vedo la luna tingersi di rosso e allora scappo in Svizzera (mah…), oppure noto delle battaglie aliene spaventose che mi angosciano fino alle viscere e anche in quel caso scappo in Svizzera (e niente, forse devo andare in Svizzera a vedere cosa c’è che mi attende). 
In questo sogno specifico, la luna non si trasformò, ma poco lontano, nel cielo nerissimo, si aprì un’esplosione enorme, uno squarcio di luce spaventoso e magnifico. 
Allora notai che con me c’erano anche i miei genitori e mio fratello. Senza indugiare tentai di avvertirli che qualunque cosa fosse quel fenomeno particolare, probabilmente ci sarebbe stato un innalzamento del mare, che avrebbe invaso ogni cosa, comprendo la pianura, le case, strabordando e superando ogni confine.
Li invitai a seguirmi, dovevamo salire la collina per salvarci, andare fino in cima e aspettare che il mare si ritirasse. Loro mi ignorarono e se andarono.
Io nonostante la paura di affrontare quella salita da sola, non scesi nemmeno di uno scalino e proseguii senza indugi. Poco dopo loro sparirono, l’acqua doveva ancora arrivare, ma la mia famiglia non c’era più. 
Mi sono svegliata poco dopo, sicura che sarei salita convinta delle mie posizioni ed idee.

Inizialmente ho pensato che quello fosse un messaggio di resa. Ero rimasta sola, non potevo contare sulla mia famiglia e dovevo prenderne atto, ma il mio terapeuta mi ha fatto capire che non era questo il vero contenuto del sogno.
Io sto cambiando, io sto affrontando un periodo forte e luminoso, e comunque vada andrò avanti nel mio percorso. La mia famiglia non mi ha mai presa sul serio, nemmeno quando ho cercato di avvertirli dei pericoli relativi alla vita quotidiana, a quelli relativi al loro lavoro e anche riguardo i nostri rapporti, ormai lacerati.
Ma loro hanno scelto di essere travolti e di non prendere consapevolezza della loro vita e del loro destino e così io non ho potuto più seguirli in quel processo di autodistruzione e ho continuato a salire la collina. Da sola. 

Mi fa piacere che nel profondo io senta questo desiderio di luce, di salvezza, di cambiamento e trasformazione.
Salire è sempre faticoso, ma non c’è soddisfazione più grande, gradino dopo gradino, passo dopo passo, conquista dopo conquista.
E non ho più paura di essere sola, questo è il mio viaggio, ma se vorrete, ci rincontreremo lungo il sentiero, o sulla cima della collina. 


The hill

Sunday night I had a very special dream, one of those oneiric journeys that carry many hidden meanings, flashes of the depth of my unconscious that try to manifest themselves where they have the opportunity to be seen and heard. 
To tell the truth, that dream took on an interesting meaning only after analyzing it with my psychologist; I, somehow, tried to consciously repress it and push down those things that were trying to forcefully emerge. 

On Monday, during my therapy session, I told the dream to my psychologist and he was able to read a lot of information in that story and bring back many interesting reflections. In the end, I too had to confront those images and face them for what they were: a message of independence. 

In the dream it was night, a warm night lit by a huge white moon. I was in a typical village in central Italy, a clear place, which developed on the slopes of a rather steep hill. 
I stopped to look at the sky. Usually, when in my dreams I look at the sky at night, I see the moon tinged with red, and then I flee to Switzerland (who knows why…), or I notice scary alien battles that anguish me to the bowels and even then I flee to Switzerland (maybe I have to go to Switzerland to see what awaits me there). 
In this specific dream, the moon did not transform, but not far away, in the very black sky, an enormous explosion opened, a terrifying and magnificent glimpse of light. 
Then I noticed that my parents and my brother were also with me. Without delay, I tried to warn them that whatever that particular phenomenon was, probably there would be a rising of the sea, which would invade everything, including the plain, the houses, overflowing and crossing every border. 
I invited them to follow me, we had to climb the hill to save us, go to the top and wait for the sea to recede. They ignored me and left.  Despite the fear of facing that climb alone, I did not even go down a step and continued without delay. Soon after they disappeared, the water was yet to come, but my family was gone. I woke up shortly after, sure that I would have climbed convinced of my decision and ideas.

I initially thought that was a surrender message. I was left alone, I could not count on my family and I had to acknowledge it but my therapist made me understand that this was not the real content of the dream. 
I am changing, I am facing a strong and bright period, and whatever happens, I will go forward on my path. 
My family never took me seriously, not even when I tried to warn them of the dangers related to daily life, to those related to their work and also to our relationships, now torn apart, but they chose to be overwhelmed and not become aware of their life and their destiny and so I could no longer follow them in that process of self-destruction and continued to climb the hill. Alone. 

I am pleased that deep down I feel this desire for light, for salvation, for change and transformation. 
Climbing is always tiring, but there is no greater satisfaction, step by step, step by step, conquest after conquest. 
I am not afraid of being alone, not anymore, this is my journey, but if you want, we will meet again along the path, or on the top of the hill.

Diagnosi 3 – Figure e pensieri \ Diagnosis 3 – Figures and thoughts

Diagnosi 3 – Figure e pensieri

Nel terzo incontro sono stata sottoposta ad alcuni test per misurare le mie capacità emotive ed affettive. 

Non ricordo i dettagli specifici di quel giorno, probabilmente era successo qualcosa che mi aveva turbata e la mia memoria deve averne risentito, rifiutandosi di registrare i fatti in modo preciso e attento.
Ad ogni modo, mi ricordo che ho dovuto inventare e poi raccontare una storia usando alcuni oggetti casuali (e non è finita bene … la storia voglio dire! I miei finali solitamente variano dal tragico al tragicomico, quindi per me nulla di sorprendente). Nonostante l’imbarazzo nel dover raccontare una storia in quel modo particolare, la definirei un’esperienza intellettualmente molto divertente. 

La seconda parte è stata un po’ più complicata: i ricercatori mi hanno mostrato un libro illustrato, senza parole, e ho dovuto descrivere la storia che osservavo nelle figure. All’inizio ho pensato che fosse un altro test del QI, quindi ho contato i personaggi e ho guardato tutti gli orologi nelle immagini, cercando solo di ricordare il momento in cui succedevano certi avvenimenti chiave; poi notando la presenza di rane volanti, ho capito che lo sforzo immaginativo sarebbe stato davvero impegnativo anche per me, che solitamente scrivo e invento storie. L’incontro si è concluso con alcune domande sulla mia vita sociale, o forse è iniziato con quelle domande; ripeto, purtroppo non ricordo bene quel giorno.

Comunque, le domande riguardavano alcune mie preferenze sociali, come ad esempio se mi piacesse o meno uscire con gli amici, o con altre coppie e come mi sentissi a riguardo. 
Non so perché, ma ricordo che per un momento mi sentii in colpa: era come se ammettessi al mondo che non mi piaceva molto uscire e soprattutto che non mi piaceva farlo con chiunque. Ho confermato quanto trovassi fastidiose le chiacchierate superficiali, quelle in cui si parla del più e del meno, e quanto mi mancasse condividere dei contenuti più profondi e complessi. 
A pensarci bene, non credo che avrei dovuto sentirmi in colpa per questo, era un sentimento che non aveva a che fare con quella situazione, ma con le aspettative specifiche della società neurotipica. 

Alla fine effettiva dell’incontro pensai che a quel punto mi avrebbero detto qualcosa, ma ancora niente, ci sarebbe voluto un quarto e ultimo incontro per ottenere una diagnosi corretta.
Quindi mi trovai ancora così, sospesa ed in attesa, aspettando di capire perché mi sentissi costantemente persa, come se provenissi da un altro pianeta, come se parlassi una lingua diversa, e soprattutto perché non potevo evitare di sentire tutto così intensamente.


Diagnosis 3 – Figures and thoughts

In the third meeting, I was subjected to some tests to measure my emotional and affective abilities.

I don’t remember the specific details of that day, something had probably happened and somehow it affected my memory which was refusing to record the facts precisely and carefully.
Anyway, I can remember that I had to make up and then tell a story using some random objects (and it didn’t end well… the story I mean! My endings usually range from tragic to tragicomic, so I didn’t surprise me). Despite the embarrassment of having to tell a story in that particular way, I would call it a very intellectually fun experience.

The second part was a little more complicated: the researchers showed me an illustrated book, without words on it, and I had to describe the story I observed in the figures. At first, I thought it was another IQ test, so I counted the characters and looked at all the clocks in the pictures, just trying to remember when certain key events were happening; then noticing the presence of flying frogs, I realized that the imaginative effort would be really challenging even for me, someone who is able to write and invent stories. The meeting ended with some questions about my social life, or maybe it started with those questions; I repeat, unfortunately, I don’t remember that day well.

However, the questions concerned some of my social preferences, such as whether or not I liked going out with friends, or with other couples, and how I felt about it.
I don’t know why, but I remember that for a moment I felt guilty: it was as if I admitted to the world that I didn’t really like going out and above all that I didn’t like doing it with anyone. I confirmed how annoying I found superficial chats, those in which we talk about this and that, and how much I missed sharing deeper and more complex contents.
Thinking of it now, I don’t believe I should have felt guilty about it, it was a feeling that had nothing to do with that situation, but with the specific expectations of the neurotypical society.

At the actual end of the meeting I thought that at that point they would tell me something, but still nothing, it would have taken a fourth and final meeting to get a correct diagnosis.
So I found myself still suspended and waiting, waiting to understand why I was constantly lost as if I came from another planet as if I spoke a different language, and above all because I could not avoid hearing everything so intensely.

L’incompreso \ Misunderstood

L’incompreso

Preseguirò il racconto della mia diagnosi tra pochi giorni. Oggi ho voluto riportare qui sul blog un post che ho pubblicato sul mio account Instagram. Si tratta di una nuova consapevolezza che sento di dover condividere con il mondo. 

Non sopportavo proprio quando mia madre mi chiamava “L’incompresa”, nonostante io fossi ancora troppo piccola per cogliere appieno il riferimento, sapevo che si trattava del protagonista di un film italiano, dove appunto c’era un bambino definito “L’incompreso” (Misunderstood in inglese).
Ho letto la trama del film solo pochi anni fa, e sinceramente trovo ironico che mia madre usasse proprio quella pellicola per deridermi. Le cose erano due: o lei non aveva mai visto tutto il film, o evidentemente non l’aveva capito.
Non vi racconto qui la trama, nel caso vogliate vederlo, ma vi invito a cercarla nell’eventualità che vi foste incuriosit* a riguardo.
Fatto sta che, fino a quando anch’io non ho letto la trama, mi sono sempre sentita offesa, denigrata, e umiliata da quel termine che mi tormentava e mi faceva soffrire ogni volta che mi veniva affibbiato
Eppure, nonostante nel mio caso venisse utilizzato con cattive intenzioni, crescendo ho visto solo ipocrisia e incoerenza in quel tipo di umiliazione.
L’incomprensione non è certo un sentimento che nasce da dentro, è più che altro una visione che ti travolge da fuori. Questa azione presuppone che vi sia qualcun* che vi dovrebbe comprendere, ma che per colpa sua o vostra, non lo fa.
E se anche io fossi stata colpevole di incapacità comunicativa, necessitavo di un confronto dall’esito negativo per potermi sentire incompresa.
Solo ora so che è vero: io ero incompresa, e a differenza di allora non me ne vergogno, non sento sulle mie spalle il carico di quella parola, non sono più vittima della situazione e non provo più nemmeno dispiacere.

Io ero incompresa, eppure comprendevo tutto.

Ed è in questa sciocca analisi, incontenibile come un fiume in piena che distrugge gli argini che lo dovrebbero reprimere, che ritrovo un altro po’ di pace. 


Misunderstood

I will continue the story of my diagnosis in a few days. Today I wanted to post here, something that I published on my Instagram account. This is a new awareness that I feel I have to share with the world.

I couldn’t stand it when my mother called me “L’incompresa” (the Misunderstood), although I was still too young to fully grasp the reference, I knew that it was about the main character of an Italian film, where there was a child called “Misunderstood” (L’incompreso in Italian).
I read the plot of the film only a few years ago, and I honestly find it ironic that my mother used that film to mock me. There were two things: either she had never seen the whole film, or evidently, she hadn’t understood it.
I am not going to tell you the plot here, in case you want to see it, but I invite you to look for it if you are curious about it.
The fact is, that until I haven’t read the plot myself, I have always felt offended, denigrated, and humiliated by that term that tormented me and made me suffer every time it was given to me.
Yet, although in my case it was used with bad intentions, growing up I saw only hypocrisy and inconsistency in that kind of humiliation.
Misunderstanding is certainly not a feeling that comes from within, it is more a vision that overwhelms you from the outside.
This action presupposes that there is someone who should understand you, but that through its or your fault, it does not.
And even if I was guilty of communication failure, I needed a comparison with a negative outcome to be able to feel misunderstood.
Only now I know that it was true: I was misunderstood, and unlike then, now I am not ashamed, I do not feel the burden of that word on my shoulders, I am no longer a victim of the situation and I don’t even feel sorry for myself.

I was misunderstood, yet I understood everything.

And it is in this silly analysis, as irrepressible as a raging river that destroys the banks that should repress it, that I find another bit of peace.

Diagnosi 2 – Sotto la lente \ Diagnosis 2 – Under the lens

Diagnosi 2 – Sotto la lente

Ottenere una diagnosi non sarebbe stato così facile come avevo inizialmente pensato ed ancora oggi penso che se non si fossero combinati una serie di fattori fondamentali, probabilmente non sarei nemmeno riuscita ad ottenerla.
Punto 1, la diagnosi si paga. Nonostante io abbia fatto questo percorso tramite un centro di ricerca universitario, ho sostenuto una spesa non indifferente. 
Fortunatamente ero nel mezzo di un periodo lavorativo molto positivo e mi sono potuta permettere di investire parte dei miei risparmi nella ricerca di risposte che avrei pensato di ottenere al prezzo di un ticket ambulatoriale.
Punto 2, il centro era abbastanza vicino a casa mia.
Con non poca fatica abbiamo organizzato gli incontri una volta in settimana così che io potessi inserire questo viaggio all’interno della mia settimana lavorativa senza sconvolgerla. 
Punto 3, il testimone.
Ad un certo punto mi è stato chiesto se la mia famiglia o qualcuno di a me molto vicino potesse completare una serie di questionari e se alla fine del processo avrebbe potuto presenziare con me in aula.
Due anni fa, come ora, vivevo con il mio ragazzo e non parlavo più con la mia famiglia da ormai molti anni. Anche in questo caso sono stata molto fortunata perché lui si è prestato a rispondere ai test e partecipare alla seduta finale.
Punto 4, serve tanta energia e pazienza.
Probabilmente se avessi iniziato questo percorso nel pieno della mia depressione, nel 2014, non penso ce l’avrei fatta. Per partecipare agli incontri e rispondere alle domande serve tanta energia e talvolta anche tanta pazienza.

Comunque, a fine estate 2018, per via di una strana convergenza di energie cosmiche, sono riuscita ad organizzare l’inizio del mio percorso diagnostico. 
Ovviamente mi sono presentata al primo incontro piena di aspettative – anche perché avevo immaginato quel momento nella mia mente più e più volte – ed invece è stato tutto molto più strano e faticoso del previsto.
Prima di tutto, ho dovuto firmare molti documenti e accettare di essere filmata per tutto il tempo ai fini della ricerca che il centro stava conducendo e ovviamente per la mia stessa diagnosi.
In secondo luogo, ci sarebbero voluti almeno 5 incontri per ottenere delle vere risposte.
Non che mi dispiacesse andare in quel luogo, in fondo avevo aspettato tanto e gli anni trascorsi a ricercare autonomamente avevano acceso in me una grande curiosità e passione nei confronti della neurodiversità, ma per lo stesso motivo avrei preferito avere le mie conferme il prima possibile. 
Una volta completata tutta la burocrazia, durante il primo incontro, ho parlato molto con due ricercatori della mia infanzia e di quelle che pensavo fossero le mie peculiarità. Nelle loro domande ho riconosciuto le caratteristiche delle quali avevo letto durante le mie indagini e per questo non è stato difficile riuscire a descrivere i miei tratti utilizzando un linguaggio relativo all’Asperger. Infine, quello stesso giorno, ho dovuto completare molti questionari e di nuovo ho ritrovato le domande alle quali avevo tentato di rispondere con i test online. 

Il secondo incontro sinceramente è stato molto più intenso: ho trascorso ore ed ore a fare uno speciale test del quoziente intellettivo. 
È stata davvero una prova molto difficile e complessa; in poche ore abbiamo toccato tutti gli argomenti e messo alla prova diversi aspetti dell’intelligenza umana. C’erano davvero tutti i tipi di domande, dall’aritmetica all’intelligenza spaziale, dalla comprensione della lingua alla memoria e così via. Alla fine della sessione ero completamente distrutta, non riuscivo nemmeno a ricordare il mio nome! Alcune domande mi sono apparse molto semplice, mentre altre erano davvero impossibili!  Non potevo credere quanto fosse difficile spiegare il significato di alcune parole ed analogie, era come se sapessi bene cosa significassero, ma non potevo spiegarlo ad altri, perché per me si manifestavano come immagini nella mia mente e a volte non è facile estrapolare cose astratte per renderle concrete. È stato molto frustrante, ma probabilmente è il motivo per cui nella mia vita mi sono sentita spesso dire: “Dai per favore! Spiegati! Non riesco a capire di cosa hai bisogno”. In qualche modo è stato tremendamente illuminante.


Diagnosis 2 – Under the lens

Obtaining a diagnosis would not have been as easy as I initially thought and even today I think that if a number of fundamental factors had not been combined, I probably would not have even been able to obtain it.
Point 1, the diagnosis has to be paid for. Although I made this journey through a university research center, I incurred a considerable expense.
Fortunately, I was in the middle of a very positive working period and I was able to afford to invest part of my savings in finding answers that I would have thought I would get at the price of a public health ticket.
Point 2, the center was quite close to my house.
With little effort, we organized the meetings once a week so that I could include this trip within my working schedule without upsetting it.
Point 3, the witness.
At a certain point, I was asked if my family or someone very close to me could complete a series of questionnaires and if at the end of the process they could be present with me in the meeting room.
Two years ago, as now, I was living with my boyfriend and had not spoken to my family for many years. Also in this case I was very lucky because he lent himself to answer the tests and participate in the final session.
Point 4, you need a lot of energy and patience.
Probably if I had started this path in the height of my depression, in 2014, I don’t think I would have made it. To attend the meetings and answer the questions you need a lot of energy and sometimes a lot of patience.

However, at the end of summer 2018, due to a strange convergence of cosmic energies, I was able to organize the beginning of my diagnostic path.
Obviously, I showed up at the first meeting full of expectations – also because I had imagined that moment in my mind over and over again – and instead, it was all a lot more strange and tiring than expected.
First of all, I had to sign a lot of documents and agree to be filmed all the time for the purposes of the research the center was conducting and of course for my own diagnosis.
Secondly, it would take at least 5 meetings to get real answers.
Not that I minded going to that place, after all, I had waited a long time and the years spent researching independently had ignited in me a great curiosity and passion towards neurodiversity, but for the same reason, I would have preferred to have my confirmations as soon as possible.
Once all the paperwork was completed, during the first meeting, I talked a lot with two researchers about my childhood and what I thought were my peculiarities. In their questions, I recognized the characteristics I had read about during my investigations and for this reason, it was not difficult to be able to describe my features using a language related to Asperger’s. Finally, that same day, I had to complete many questionnaires and again I found the same questions I had previously tried to answer with online tests.

The second meeting was honestly much more intense: I spent hours and hours doing a special IQ test.
It was indeed a very difficult and complex test; in a few hours, we dealt with all the kind of topics and tested various aspects of human intelligence. There were really all sorts of questions, from arithmetic to spatial intelligence, from understanding language to memory, and so on.
At the end of the session I was completely destroyed, I couldn’t even remember my name! Some questions seemed very simple to me, while others were really impossible! I could not believe how difficult it was to explain the meaning of some words and analogies, it was as if I knew well what they meant, but I could not explain it to others, because for me they manifested as images in my mind and sometimes it is not easy to extrapolate abstract things to make them concrete. It was very frustrating, but it’s probably why I’ve often heard people say to me: “Come on please! Explain yourself! I can’t understand what you need.” Somehow it was tremendously enlightening.

Diagnosi – Essere o non essere definita? \ Diagnosis – To be or not to be defined?

Diagnosi – Essere o non essere definita?

Per tutta la vita sono sempre stata considerata una persona strana, goffa, solitaria, stravagante, insolente e socialmente “poco abile”. In parte queste definizioni potevano anche essere giuste, ma io ho sempre sentito che in me c’era qualcosa di diverso, una spinta a dovermi comportare in un certo modo per proteggermi, aiutarmi e salvarmi da tutto ciò che non riuscivo a capire e concepire.
D’altra parte, sono sempre stata una studentessa brillante, un’amica fedele ed una sognatrice ad occhi aperti professionista, e questo mi bastava per sentirmi al mio posto all’interno del mondo per come lo vivevo io. Ma c’erano altri aspetti di me che mi sentivo di dover forzare per essere benvoluta ed accettata e che alla fine sono crollati come un castello di carte del quale non avevo alcun controllo. Io non ero la regina del ballo, anche quando volevo esserlo con tutte le mie forze e non ero nemmeno l’anima della festa, ma soprattutto non ero assolutamente così superficiale come fingevo di essere.

Per molti anni mi sono chiesta se tutta questa confusione riguardasse qualcosa di reale o se fossi semplicemente un gran pasticcio.
Mi ci è voluto un po’ di tempo per raccogliere tutti i dati, per ricordare la mia infanzia, per comprendere i miei fallimenti e le mie vittorie, ma alla fine, ho potuto finalmente vedere che c’era uno schema in tutti i miei comportamenti, e questo schema riguardava essere costantemente ansiosa e dubbiosa, sovra stimolata da input esterni ed interni, incapace di leggere le intenzioni delle altre persone.
Allora perché pur essendo ambiziosa, la migliore della classe, super efficiente al lavoro, con una grande memoria e attenzione ai dettagli, non riuscivo mantenere un lavoro o creare la mia vita lavorativa da sola? Perché non avevo tanti amici? Perché non riuscivo a farmi capire dagli altri?

Così, per tanti anni, ho navigo tra le acque scure dell’incertezza, dubitando di ogni mio passo e di ogni mia decisione, finché un giorno, uno show televisivo mi ha fatto vedere qualcosa che mi ha cambiato la vita: me stessa.
A quanto pare la TV serve a qualcosa!
Tutto è accaduto perché sono sempre stata una grande fan di Lauren Graham. I suoi personaggi erano tutto quello che io avrei voluto essere: agili, divertenti, pieni di vita, cordiali, avvolgenti, trascinanti. Quindi, dopo la fine di ‘Una mamma per amica’, ho aspettato che ritornasse sullo schermo con un nuovo progetto e quando ho sentito parlare di ‘Parenthood’ ho deciso di seguirlo immediatamente.
Il collegamento non è stato immediato, ma a forza di guardare e osservare ho avuto un’illuminazione: perché Max, suo nipote nella serie, mi stava ricordando qualcuno? Ero io quella persona?
È così che ho sentito nominare il termine Asperger per la prima volta, nel 2014. 
Anche oggi, nel 2020, non si parla abbastanza e in modo completo di autismo, ma allora era ancora più raro. 
Quindi non biasimo certo i miei genitori per non aver sospettato nulla e così nemmeno i miei medici o i miei insegnanti. 
Comunque, da quel giorno iniziai a leggere tutto il possibile a riguardo e con decisione e coraggio cercai dei test online per iniziare a farmi un’idea sui miei sospetti.  
Ricevetti un punteggio alto, molto alto. La risposta fu “non sei neurotipico, sei sicuramente neurodiverso”. 
Quando feci questi primi test, nel 2014, avevo molti problemi di lavoro e la mia testa era completamente focalizzata nella ricerca di qualcosa che finalmente potesse aiutarmi a “fare carriera”, quindi esplorai ulteriormente la possibilità che quel test fosse davvero indicativo di qualcosa (o forse avevo troppa paura di scoperchiare il vaso di Pandora). 
Per ora salto il racconto delle mie peripezie lavorative, che riprenderò più avanti, e vado alla fine del 2015, quando rifeci il test e ottenni un risultato superiore al precedente.  
Sapevo bene che si trattava di un test online, quindi non riuscivo a fidarmi completamente di quelle spiegazioni sommarie, ma comunque percepivo che qualcosa di vero doveva esserci e quello sarebbe stato il punto di partenza per un ulteriore indagine. 
L’anno successivo, durante una seduta, parlai timidamente dell’argomento con il mio medico e lui mi rispose candidamente: “Beh, siamo tutti un po’ autistici, quindi non preoccuparti. Una persona autistica si comporterebbe come Temple Gradin e tu non sei così. Mi sembri perfettamente normale!”
Lui era un medico, ed io no, così pensai che probabilmente avesse ragione, dopotutto, avevo vissuto la mia vita in modo abbastanza autonomo ed avevo fatto ricorso a tutte le mie forze per fare cose anche sopra la media. 
Certo, ero molto timida, strana, solitaria, in crisi nell’affrontare i compiti più semplici, ma non lo erano tutti? In qualche modo mi ero laureata, avevo un lavoro, un ragazzo molto paziente e un cane. Una 30enne quasi regolare.
Eppure, quando fui costretta a lasciare l’ennesimo lavoro, tra l’altro un lavoro che mi piaceva, per motivazioni che riguardavano come sempre i rapporti umani, sono scoppiata. 
A quanto pare, per la quarta volta, ero troppo: manipolabile, naïve, onesta, credulona, orientata ai dettagli, impaziente, precisa… 
Ormai nelle mie mani iniziavano ad esserci troppe informazioni senza risposta: i test online, i problemi al lavoro, l’esagerata percezione sensoriale e quella parolina che mi pulsava nella testa… autismo. 
Ci ho messo tanto tempo a prendere una decisione, ma a fine luglio 2018, stremata dalla mia stessa curiosità e voglia di capire, ho rifatto il test e dopo aver ottenuto il punteggio più alto di sempre, ho contatto il Centro Diagnosi Asperger più vicino.

To be continued… 


Diagnosis – To be or not to be defined?

All my life I have always been considered a strange, clumsy, lonely, extravagant, insolent, and socially “unskilled” person. In part, these definitions could also be correct, but I have always felt that there was something different in me, a drive to have to behave in a certain way to protect myself, help me and save myself from everything I could not understand and conceive.
On the other hand, I have always been a brilliant student, a faithful friend, and a professional daydreamer, and this was enough for me to feel at my place in the world I lived in. But there were other aspects of me that I felt I had to force to be liked and accepted and that eventually collapsed like a house of cards that I had no control over. I was not the prom queen, even when I really wanted to be one and I was not even the life of the party, but above all, I was absolutely not as superficial as I pretended to be.

For many years I have wondered if all this confusion was about something real or if I was just a big mess.
It took me some time to collect all the data, to remember my childhood, to understand my failures and victories, but in the end, I could finally see that there was a pattern in all my behaviors, and this pattern involved being constantly anxious and doubtful, over-stimulated by external and internal inputs, unable to read other people’s intentions.
So why despite being ambitious, best in class, super-efficient at work, with a great memory and attention to detail, what was the reason why I couldn’t keep a job or create a working life on my own? Why didn’t I have many friends? Why it was impossible for me to make others understand my thoughts?

So, for many years, I navigated through the dark waters of uncertainty, doubting my every step and every decision, until one day, a TV show showed me something that changed my life: myself.
Apparently, the TV is good for something!
It all happened because I’ve always been a huge Lauren Graham fan. Her characters were everything I wanted to be: agile, funny, full of life, friendly, enveloping, enthralling. So, after ‘Gilmore Girls’ ended, I waited for her to come back to the screen with a new project and when I heard about ‘Parenthood’ I decided to follow it immediately.
The connection was not immediate, but by dint of looking and observing I had an illumination: why was Max, her nephew in the series, reminding me of someone? Was I that person?
This is how I first heard of the term Asperger’s in 2014.
Even today, in 2020, there is not enough and comprehensive talk of autism, but then it was even rarer.
So I certainly don’t blame my parents for not suspecting anything and neither my doctors nor teachers.
However, from that day on I began to read everything possible about it, and with determination and courage, I looked for online tests to begin to get an idea of my suspicions.
And immediately I got a high, very high score. The answer was “you are not neurotypical, you are definitely neurodiverse”.
When I took these first tests, in 2014, I had a lot of work problems and my head was completely focused on finding something that could finally help me “make a career”, so I stopped exploring further the possibility that that test was indeed indicative of something (or maybe I was too afraid to open Pandora’s box).
For now, I skip the story of my work life, which I will resume later, and go to the end of 2015, when I took the test again and obtained a higher result than the previous one.
I was well aware that it was an online test, so I couldn’t completely trust those summary explanations, but still, I sensed that there must be some truth in it and that would be the starting point for further investigation.
The next year, in a session, I spoke shyly about the subject with my doctor and he replied candidly: “Well, we’re all a little bit autistic, so don’t worry. An autistic person would behave like Temple Gradin and you’re not behaving like that. You look perfectly normal to me! “
He was a doctor, and I was not, so I thought he was probably right, after all, I had lived my life quite independently and had used all my strength to do things even above average.
Of course, I was very shy, strange, lonely, struggling to tackle the simplest tasks, but who wasn’t? Somehow I had graduated, had a job, a very patient boy, and a dog. An almost regular 30-year-old.
Yet, when I was forced to leave another job, among other things a job that I liked, for reasons that, as always, concerned human relationships, I broke out.
Apparently, for the fourth time, I was too much: manipulable, naïve, honest, gullible, detail-oriented, impatient, precise …
By now, there was too much unanswered information in my hands: online tests, problems at work, exaggerated sensory perception, and that little word that throbbed in my head … autism.
It took me a long time to make a decision, but at the end of July 2018, exhausted by my own curiosity and desire to understand, I took the test again and after obtaining the highest score ever, I contacted the closest Asperger Diagnosis Center.

To be continued …

Autie in Wonderland – una sognatrice alla scoperta del suo autismo delle Meraviglie

Ho vissuto tutta la mia vita con la paura e il timore di non avere gli strumenti per fare parte di questo mondo. Per 33 anni ho sopportato colpe che non avevo e accuse che non mi riguardavano, ho sottovalutato me stessa e la mia unicità, nascondendomi dietro a mille maschere per proteggermi ed uniformarmi agli atteggiamenti altrui.

Nel 2014, nel mezzo dell’ennesima crisi esistenziale, ho iniziato la mia ricerca e con le mie forze sono arrivata ad una conclusione per la cui conferma ho dovuto aspettare altri 4 anni.

Io sono autistica, sono una donna nello spettro autistico, sono neurodiversa, sono atipica.

Dopo quasi due anni da quella rivelazione, ho deciso di aprire questo spazio per raccontare la mia esperienza e per condividere questo viaggio di scoperta e analisi all’interno del mondo ancora poco conosciuto dell’autismo femmile.

Se volete esplorare questo mondo con me, siete * benvenut*


Questo è un blog apolitico e non verranno tollerate discriminazioni verso qualsiasi categoria.


Autie in Wonderland – a dreamer discovering her autistic Wonderland

I have lived my whole life with fear and dread of not having the tools to be part of this world. 

For 33 years I have endured guilt and accusations that did not concern me, I underestimated myself and my uniqueness, hiding behind a thousand masks to protect myself and conform to the attitudes of others.

In 2014, in the midst of yet another existential crisis, I started my research and with my strength, I came to a conclusion for which I had to wait another 4 years for confirmation.

I am autistic, I am a woman on the autism spectrum, I am neurodiverse, I am atypical.

After almost two years from that revelation, I decided to open this space to tell my experience and to share this journey of discovery and analysis within the still little known world of female autism. 

If you want to explore this world with me, you are more than welcome. 


This is a non-political blog and discrimination against any category will not be tolerated.