Vivere ad un altro ritmo \ Takiwatanga

Vivere ad un altro ritmo

Per tutta la vita ho pensato che esistesse solo un certo ritmo da dover seguire, quello che aveva deciso la società, quello che dicono segua il sole, la luna, le stagioni e il ciclo circadiano dell’essere umano: ci si alza quindi presto la mattina, si lavora per almeno otto ore, si mangia a mezzogiorno, si cena alle otto e si va a dormire alle undici, si gioca dopo pranzo, si fanno i compiti nel pomeriggio, si fatica dal lunedì al venerdì e ci si riposa il sabato e la domenica, si concentra l’attenzione nella mattinata e poi nel pomeriggio, la sera si guarda la TV, le attività fisiche si svolgono alla sera e le buone idee si sviluppano al mattino. 

Sinceramente solo a pensarci mi viene il mal di testa!

Io non sono mai riuscita a muovermi a tempo con questo tipo di vita, non ho mai avuto la forza mentale e fisica per sottostare a delle indicazioni così misurate e precise, non sono mai stata in grado di dilatare il mio incedere veloce o di accelerare i miei momenti di introspezione.

Alle scuole elementari la mia attenzione durava per poche decine di minuti, poi mi annoiavo e sentivo il bisogno di evadere e camminare lungo i corridoi cupi e vuoti, magari toccando le giacche də compagnə o gli esperimenti di scienze lasciati incustoditi tra i luoghi di passaggio.

Per rimanere concentrata necessitavo di continui stimoli, di grande considerazione da parte delle insegnanti (sì, erano tutte donne) e di attività parallele come le arti, per esprimere il mio mondo interiore attraverso colori, scrittura, musica e tanto altro. 

Purtroppo, quando questo non era possibile creavo situazioni caotiche, scappavo, parlavo, disegnavo e ovviamente prendevo molti castighi, tanto che con il passare del tempo ho imparato ad interiorizzare questi bisogni, rifugiandomi nel mio mondo fantastico dove tutto era possibile. 

Queste necessità e funzionamenti non sono cambiate in età adulta, anzi, probabilmente si sono consolidate sempre più, creando frustrazione e senso di fallimento ovunque andassi e qualsiasi attività svolgessi. 

Al lavoro ero in grado di portare a termine quasi tutte le consegne richieste in poche ore, trascorrendo così il restante tempo in balia di una soglia d’attenzione ridotta al minimo che avrebbe necessitato di una pausa fisica e mentale per potersi perlomeno ricaricare almeno un pochino. 

E questo accade ancora oggi, ma grazie al lavoro autonomo riesco ad organizzarmi come meglio credo, riducendo al minimo quei momenti di sofferenza e impotenza (purtroppo il lavoro autonomo mi tormenta per le complicatissime questioni burocratiche).

Persino quando faccio qualcosa che amo, il ritmo diventa fondamentale!

Io adoro leggere, ma dopo un quarto d’ora di piena attenzione devo cambiare libro o persino attività al fine di ritrovare respiro e lucidità. In un pomeriggio potrei fare una decina di cose legate ad un interesse speciale, ma tutte diverse e scandite in modo particolare.

Mi rendo conto che questa necessità dev’essere risultata piuttosto antipatica quando da piccola facevo cambiare gioco al mio vicino (l’unico amico che avevo) milioni di volte in un solo pomeriggio, o quando al lavoro saltavo da una consegna all’altra per evitare di annebbiare la mia mente, o ancora quando preferisco guardare un film in TV perché ci sono le pubblicità, anziché godermi la visione ininterrotta su DVD. 

La cosa che ovviamente più mi dispiace è che negli anni questa mia caratteristica sia stata confusa per pigrizia, diseducazione, supponenza, svogliatezza e tanto altro.

Io so di poter dare il massimo in quasi tutte le situazioni, ma dovrei poterlo fare al mio ritmo, come se ballassi una danza segreta, apparentemente fuori tempo, sgraziata, senza alcun senso, ma che per me costituisce un rituale di salvezza e felicità. 


Takiwatanga

All my life I thought that there was only a certain rhythm to follow, the one that society had decided, the one, they say, it follows the sun, the moon, the seasons and the circadian cycle of the human being: so you get up soon the morning, you work for at least eight hours, eat at noon, have dinner at eight and go to sleep at eleven, play after lunch, do your homework in the afternoon, work hard Monday to Friday and rest on Saturday and Sundays, attention is concentrated in the morning and then in the afternoon, in the evening you watch TV, physical activities take place in the evening and good ideas develop in the morning. 

Honestly, just thinking about it gives me a headache! 

I have never been able to move my life around this schedule, I have never had the mental and physical strength to submit to such measured and precise indications, I have never been able to dilate my fast pace or accelerate my moments of introspection.

In elementary school my attention lasted for a few minutes, then I was bored and felt the need to escape and walk along the dark and empty corridors, perhaps touching my classmates’ jackets or science experiments left unattended between places of passage.

To stay focused I needed constant stimulation, great consideration from the teachers, and parallel activities such as the arts, to express my inner world through colors, writing, music, and much more.

Unfortunately, when this was not possible, I used to create chaotic situations, ran away, spoke loudly, drew, and obviously took many punishments, so many that over time I learned to internalize these needs, taking refuge in my fantasy world where everything was possible. 

These needs and functioning have not changed in adulthood, on the contrary, they have probably consolidated more and more, creating frustration and a sense of failure wherever I went and any activity I did. 

At work I was able to complete almost all the tasks required in a few hours, thus spending the remaining time at the mercy of a minimal attention span that would have required a physical and mental break to be able to at least recharge at least a little. 

And this still happens today, but thanks to self-employment I manage to organize myself as I think best, minimizing those moments of suffering and helplessness (unfortunately self-employment torments me for the very complicated bureaucratic issues).

Even when I do something I love, the rhythm becomes essential! 

I love to read, but after a quarter of an hour of full attention, I have to change books or even activities to regain mental peace and clarity. 

In an afternoon I could do a dozen things related to my special interest, but all different and rhythmically marked in a particular way.

I realize that this need must have been rather unpleasant when as a child I made my neighbor (my only friend) change our game millions of times in a single afternoon, or when I jumped from one task to another at work to avoid clouding my mind, or when I prefer to watch a movie on TV because there are commercials, rather than enjoying the uninterrupted vision on DVD.

The thing I obviously regret most is that over the years this characteristic of mine has been confused for laziness, miseducation, arrogance, listlessness, and much more.

I know I can give my best in almost all situations, but I should be able to do it at my own pace, as if I were dancing a secret dance, apparently out of time, clumsy, without any sense, but which for me constitutes a ritual of salvation and happiness.

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