L’effetto delle festività \ The festivities effect

L’effetto delle festività

Mi ci sono voluti alcuni giorni per metabolizzare tutto quello che è successo a Pasqua e altrettanto tempo per riuscire a dare un senso alle mie azioni e a quelle degli altri.

Un paio di settimane prima di Pasqua sono stata io ad accettare di partecipare al pranzo organizzato dai genitori del mio ragazzo, nonostante avrei già dovuto immaginare che non sarebbe stata una giornata leggera o facile.

Allora perché ho acconsentito, se ero in parte consapevole di quanto sarebbe potuto succedere?

Malgrado tutto sono un’ottimista, in particolare quando si tratta di festività e quindi mi sono lasciata guidare dalla mia romantica visione di piatti di porcellana e di composizioni floreali a centrotavola che avrebbero attirato la mia attenzione e allietato anche i momenti più pesanti.

Ormai sapete bene che non ho un bel rapporto con la mia famiglia, ma se c’è una cosa che sapevano davvero fare bene, erano le feste, le cene, i ritrovi e tutte quelle occasioni dove era necessario sfoggiare il meglio e presentarsi nella propria forma più strabiliante.

Nonostante non abbia mai sopportato le falsità e le incoerenze, ho sempre goduto moltissimo di quelle feste.

Prima di tutto, la casa era sempre accogliente, ordinata, piena di fiori, candele, tovaglie e piatti cromaticamente ben abbinati tra loro che creavano stimoli positivi e distrazioni piacevolissime.

Le persone ospitate, partecipi consenzienti del gioco, tendevano ad essere sempre più simpatiche e leggere del solito, annaffiandosi subito di buon vino e riempiendosi la bocca con il cibo sempre saporito e ben presentato.

Le luci erano ben bilanciate, la musica un leggero sottofondo e * bambin* erano liber* di correre per la casa, su e giù per il cortile ed eventualmente avanzare le cose che non erano di loro gradimento.

Le feste per me sono un’occasione, un momento di condensazione di tutti i miei desideri e delle mie speranze. E da quando vivo con il mio ragazzo, con lui cerco di ricreare quella magia che sapeva distrarmi e farmi sorridere anche quando le cose non erano perfettamente favolose.

Negli anni ho comprato piatti ai mercatini delle pulci, cercato candelabri, dipinto vasi, raccolto decorazioni per ogni occasione e riservato la colazione della domenica come mia festività personale per superare le fatiche della settimana.

Domenica sono partita da casa con tutte queste speranze e aspettative nel cuore, pur sapendo che non avrei ritrovato quell’atmosfera magica, ma che forse in parte avrebbero potuto avvicinarvisi.

Ed invece, non c’era niente di speciale ad attendermi, i piatti serviti in modo frettoloso ed approssimativo, le urla a tavola (ovviamente non è colpa loro se questo è il loro tono di voce), le videochiamate con i parenti quando stavo ancora ingoiando l’ultimo boccone e mi si presentava come ospite della giornata, i rimproveri al mio cane, l’assenza di argomenti di conversazione, il sentirsi completamente fuori luogo.

A metà pranzo sono fuggita in cortile ed il resto è storia.

Forse io non so spiegare il mio autismo, forse non so fare chiare richieste (non è questo il punto?), forse non so accontentarmi di ciò che ricevo, forse ho caricato di troppe aspettative la giornata, forse non mi sono corazzata abbastanza per affrontare il mondo reale. Forse.

Eppure, la mia routine, le mie tradizioni, i miei bei ricordi, la leggerezza di una giornata alla settimana, per me non sono capricci, sono appigli ai quali tenermi quando sto per crollare e non voglio rinunciarci, nemmeno per accontentare gl* altr*.


The festivities effect

It took me a few days to digest everything that happened at Easter and just as long to be able to make sense of my actions and those of others.

A couple of weeks before Easter I was the one who agreed to participate in the lunch organized by my boyfriend’s parents, although I should have already imagined that it would not be a light or easy day.

So why did I consent if I was partially conscious of what could have happened?

Despite everything, I am an optimist, particularly when it comes to the holidays and therefore I let myself be guided by my romantic vision of porcelain plates and centerpiece floral arrangements that would have caught my attention and cheered even the heaviest moments.

By now you know very well that I don’t have a good relationship with my family, but if there is one thing they really knew how to do well, it was parties, dinners, get-togethers, and all those occasions where it was necessary to show off the best and show up in their own most amazing form.

Despite never having endured falsehoods and inconsistencies, I have always enjoyed those parties very much.

First of all, the house was always cozy, tidy, full of flowers, candles, tablecloths, and chromatically well-matched plates that created positive stimuli and very pleasant distractions.

The people hosted, consenting participants in the game, tended to be more and more pleasant and lighter than usual, immediately sprinkling with good wine and filling their mouths with always tasty and well-presented food.

The lights were well balanced, the music a light background, and children were free to run around the house, up and down the courtyard, and possibly leave in their plates all those things that they didn’t like.

The holidays for me are an occasion, a moment of condensation of all my desires and hopes.

And since I’ve started living with my boyfriend, I’ve been trying to recreate that magic with him, something that could distract me and make me smile even when things aren’t perfectly fabulous.

Over the years I have bought dishes at flea markets, searched for candlesticks, painted vases, collected decorations for every occasion, and reserved Sunday breakfast as my personal holiday to overcome the hardships of the week.

On last Sunday I left home with all these hopes and expectations in my heart, even knowing that I would not have found that magical atmosphere again, but that perhaps in part they could have gotten really close to it.

And instead, there was nothing special waiting for me, the dishes served hastily and approximately, the screams at the table (obviously it’s not their fault if this is their tone of voice), the video calls with relatives when I was still swallowing the last bite, introducing me as the guest of the day, the reproaches to my dog, the absence of topics for conversation, the feeling of being completely out of place.

Halfway through lunch, I fled to the courtyard and the rest is history.

Maybe I don’t know how to explain my autism, maybe I don’t know how to make clear requests (isn’t this the point?), maybe I can’t be satisfied enough with what others do, maybe I have too many expectations, maybe I haven’t armored enough to face the real world. Maybe.

Yet, my routine, my traditions, my good memories, the lightness of a day a week, are not whims for me, they are belays to hold on to when I’m about to collapse and I don’t want to give them up, not even to please the others.

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