Diagnosi 4 – Emozioni \ Diagnosis 4 – Emotions

Diagnosi 4 – Emozioni

Alla soglia del quarto incontro ero piena di aspettative e di speranze.
Cosa mi avrebbero chiesto? Di cosa avremmo parlato? Quali altri test avrei dovuto affrontare? Mi avrebbero già detto qualcosa?
Era impossibile conoscere in anticipo i dettagli di quel percorso, per quanto io avessi letto articoli di blog ed interviste, non avevo mai trovato risposte esaustive alle mie domande, così mi dovetti arrendere all’idea che davvero non c’era modo di potersi preparare mentalmente ed emotivamente a quel susseguirsi di esercizi e prove. 
Quella volta mi sarei dovuta solo fidare e cercare di essere il più naturale possibile.
Mi recai al quarto incontro con il cuore in gola, non so se fossero i quattro piani di scale per raggiungere i laboratori, o l’ansia dell’ignoto, ma sentivo di essere molto più agitata del solito. Mentre aspettavo di entrare nella stanza prenotata per la mia sessione, mi guardai intorno nella sala d’attesa spoglia. Alle pareti c’erano solo locandine di eventi e qualche poster informativo. Sedute poco lontano da me, vi erano una madre e sua figlia.
La bambina a dire il vero non riusciva a stare seduta, si muoveva continuamente, come se qualcosa le stesse dando fastidio; guardandola, potevo capire quello che provava: io mi muovevo nello stesso modo.
È stato difficile sentirsi chiamare capricciosa, maleducata, maschiaccio (non per il termine in sé, ma per il significato negativo che gli veniva attribuito), quando in realtà io provavo solo fastidio. Come si esprime e come si ferma il fastidio? Ancora oggi lo faccio muovendomi, mugugnando, scappando, scuotendo le mani velocemente e piagnucolando. Se non c’è modo di fermare il malessere, allora io cerco di eliminarlo, di esorcizzarlo in tutti i modi, prima che il fastidio prenda me, facendomi cadere in spaventosi meltdown. 
Finalmente mi chiamarono nella stanza adibita all’incontro, tirai un sospiro di sollievo, iniziavo a sentire su di me la seccante sensazione di impotenza della madre e la snervante incapacità di spiegarsi della figlia.

All’inizio della sessione mi chiesero di disegnare due figure: una femminile e una maschile. Mi piace disegnare, ma non sono certo Michelangelo! I miei personaggi solitamente hanno tratti fanciulleschi, sono molto magri ed hanno grande testa. Le loro braccia sono quasi sempre attaccate al corpo, e i loro occhi sono piccoli e nerissimi.
I ricercatori mi fecero delle domande relative ai miei personaggi, ad esempio ho dovuto descrivere chi fossero, le loro emozioni e cosa rappresentassero per me, un’operazione davvero molto difficile, visto che io non avevo pensato a nessuno in particolare mentre muovevo nervosamente la matita sul foglio per cercare di togliermi dall’imbarazzo del momento il più in fretta possibile. 
In secondo luogo, ho dovuto creare delle storie partendo da una serie di illustrazioni che parevano tratte da libri del Novecento e che avevano come protagoniste sempre delle ragazze dallo sgaurdo triste o preoccupato. Le immagini erano così cupe e grigie, che tutte le mie storie partivano sempre male, per poi trovare una spinta, una svolta, che portasse la protagonista a superare le sue paure. 
Già sapevo che quella parte era andata bene, perché io amo creare storie. 

Finalmente, alla fine dell’incontro, mi posero alcune domande personali che mi ricordavano quanto avevo letto nei manuali. 
Risposi senza problemi. Non provo vergogna quando un dottore o un professionista mi fa una domanda, che motivo avrei per mentire? A parte l’imbarazzo, volevo che la diagnosi fosse il più corretta possibile, quindi non mi tenni alcun segreto; per la prima volta la mia vita era al centro di una discussione senza urla e manipolazioni.  
Ad un certo punto sentii la mia voce spezzarsi, parlavo chiaramente, ma la lingua tremava e i miei occhi iniziarono a riempirsi di lacrime. 
Nonostante tutto, proseguii concentrandomi sui contenuti, dovevo dare loro tutte le informazioni necessarie. 
Alla fine dell’incontro ero esausta, ma soddisfatta. Ero un passo più vicina dal conoscere la verità. 


Diagnosis 4 – Emotions

At the threshold of the fourth meeting, I was full of expectations and hopes. What would they ask me? What were we going to talk about? What other tests would I have to face? Would they have already told me something? 
It was impossible to know the details of that path in advance, although I had read blog articles and interviews, I had never found exhaustive answers to my questions, so I had to surrender to the idea that it wasn’t possible.
So in the end, I decided I just had to trust myself and try to be as natural as possible.
I went to the fourth meeting with my heart in my throat, I don’t know if it was the four floors of stairs to reach the laboratories or the anxiety of the unknown, but I felt I was much more agitated than usual. 
While I waited to enter the room reserved for my session, I looked around the bare waiting room. On the walls, there were only event posters and some informative flyers. Seated not far from me, there were a mother and her daughter. To tell the truth, the child could not sit still, she was constantly moving, as if something was bothering her; looking at her, I could understand what she was feeling: I used to move in the same way, actually I still do.
It was difficult to be called capricious, rude, tomboy (not for the term itself, but for the negative meaning it was given), when in reality I was only feeling annoyance. How can you express painful annoyance expressed and how does it stop? Even today I do it by moving, mumbling, running away, shaking my hands quickly, and whimpering. If there is no way to stop the malaise, I try to eliminate it, to exorcise it in every way, before the annoyance takes me, making me fall into frightening meltdowns. 
Finally, they called me into the meeting room, I breathed a sigh of relief, I was beginning to feel the annoying feeling of helplessness of the mother and the unnerving inability of the daughter to explain herself. 

At the beginning of the session, they asked me to draw two figures: one female and one male. I like to draw, but I’m certainly not Michelangelo! My characters usually have boyish features, are very thin, and have a big head. Their arms are almost always attached to the body, and their eyes are small and very black.
The researchers asked me questions related to my characters, for example, I had to describe who they were, their emotions, and what they represented to me, a really difficult operation since I hadn’t thought of anyone in particular as I nervously moved the pencil on the paper to try to get rid of the embarrassment of the moment as quickly as possible. 
Secondly, I had to create stories starting from a series of illustrations that seemed taken from books of the twentieth century and which always had girls with a sad or worried look as their protagonists. The images were so dark and gray, that all my stories always started badly, only to find a push, a turning point, that would lead the protagonist to overcome her fears. I already knew that part went well because I love creating stories. 

Finally, at the end of the meeting, I was asked some personal questions that reminded me of what I had read in the manuals. 
I answered without problems. I am not ashamed when a doctor or a professional asks me a question, what reason would I have for lying? Embarrassment aside, I wanted the diagnosis to be as correct as possible, so I kept no secrets; for the first time, my life was at the center of a discussion without shouting and manipulation. 
At one point I heard my voice break, I spoke clearly, but my tongue was shaking and my eyes began to fill with tears. 
Despite everything, I continued focusing on the contents, I had to give them all the necessary information. At the end of the meeting I was exhausted, but satisfied. I was one step closer to knowing the truth.

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