Diagnosi 3 – Figure e pensieri \ Diagnosis 3 – Figures and thoughts

Diagnosi 3 – Figure e pensieri

Nel terzo incontro sono stata sottoposta ad alcuni test per misurare le mie capacità emotive ed affettive. 

Non ricordo i dettagli specifici di quel giorno, probabilmente era successo qualcosa che mi aveva turbata e la mia memoria deve averne risentito, rifiutandosi di registrare i fatti in modo preciso e attento.
Ad ogni modo, mi ricordo che ho dovuto inventare e poi raccontare una storia usando alcuni oggetti casuali (e non è finita bene … la storia voglio dire! I miei finali solitamente variano dal tragico al tragicomico, quindi per me nulla di sorprendente). Nonostante l’imbarazzo nel dover raccontare una storia in quel modo particolare, la definirei un’esperienza intellettualmente molto divertente. 

La seconda parte è stata un po’ più complicata: i ricercatori mi hanno mostrato un libro illustrato, senza parole, e ho dovuto descrivere la storia che osservavo nelle figure. All’inizio ho pensato che fosse un altro test del QI, quindi ho contato i personaggi e ho guardato tutti gli orologi nelle immagini, cercando solo di ricordare il momento in cui succedevano certi avvenimenti chiave; poi notando la presenza di rane volanti, ho capito che lo sforzo immaginativo sarebbe stato davvero impegnativo anche per me, che solitamente scrivo e invento storie. L’incontro si è concluso con alcune domande sulla mia vita sociale, o forse è iniziato con quelle domande; ripeto, purtroppo non ricordo bene quel giorno.

Comunque, le domande riguardavano alcune mie preferenze sociali, come ad esempio se mi piacesse o meno uscire con gli amici, o con altre coppie e come mi sentissi a riguardo. 
Non so perché, ma ricordo che per un momento mi sentii in colpa: era come se ammettessi al mondo che non mi piaceva molto uscire e soprattutto che non mi piaceva farlo con chiunque. Ho confermato quanto trovassi fastidiose le chiacchierate superficiali, quelle in cui si parla del più e del meno, e quanto mi mancasse condividere dei contenuti più profondi e complessi. 
A pensarci bene, non credo che avrei dovuto sentirmi in colpa per questo, era un sentimento che non aveva a che fare con quella situazione, ma con le aspettative specifiche della società neurotipica. 

Alla fine effettiva dell’incontro pensai che a quel punto mi avrebbero detto qualcosa, ma ancora niente, ci sarebbe voluto un quarto e ultimo incontro per ottenere una diagnosi corretta.
Quindi mi trovai ancora così, sospesa ed in attesa, aspettando di capire perché mi sentissi costantemente persa, come se provenissi da un altro pianeta, come se parlassi una lingua diversa, e soprattutto perché non potevo evitare di sentire tutto così intensamente.


Diagnosis 3 – Figures and thoughts

In the third meeting, I was subjected to some tests to measure my emotional and affective abilities.

I don’t remember the specific details of that day, something had probably happened and somehow it affected my memory which was refusing to record the facts precisely and carefully.
Anyway, I can remember that I had to make up and then tell a story using some random objects (and it didn’t end well… the story I mean! My endings usually range from tragic to tragicomic, so I didn’t surprise me). Despite the embarrassment of having to tell a story in that particular way, I would call it a very intellectually fun experience.

The second part was a little more complicated: the researchers showed me an illustrated book, without words on it, and I had to describe the story I observed in the figures. At first, I thought it was another IQ test, so I counted the characters and looked at all the clocks in the pictures, just trying to remember when certain key events were happening; then noticing the presence of flying frogs, I realized that the imaginative effort would be really challenging even for me, someone who is able to write and invent stories. The meeting ended with some questions about my social life, or maybe it started with those questions; I repeat, unfortunately, I don’t remember that day well.

However, the questions concerned some of my social preferences, such as whether or not I liked going out with friends, or with other couples, and how I felt about it.
I don’t know why, but I remember that for a moment I felt guilty: it was as if I admitted to the world that I didn’t really like going out and above all that I didn’t like doing it with anyone. I confirmed how annoying I found superficial chats, those in which we talk about this and that, and how much I missed sharing deeper and more complex contents.
Thinking of it now, I don’t believe I should have felt guilty about it, it was a feeling that had nothing to do with that situation, but with the specific expectations of the neurotypical society.

At the actual end of the meeting I thought that at that point they would tell me something, but still nothing, it would have taken a fourth and final meeting to get a correct diagnosis.
So I found myself still suspended and waiting, waiting to understand why I was constantly lost as if I came from another planet as if I spoke a different language, and above all because I could not avoid hearing everything so intensely.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.