Diagnosi – Essere o non essere definita? \ Diagnosis – To be or not to be defined?

Diagnosi – Essere o non essere definita?

Per tutta la vita sono sempre stata considerata una persona strana, goffa, solitaria, stravagante, insolente e socialmente “poco abile”. In parte queste definizioni potevano anche essere giuste, ma io ho sempre sentito che in me c’era qualcosa di diverso, una spinta a dovermi comportare in un certo modo per proteggermi, aiutarmi e salvarmi da tutto ciò che non riuscivo a capire e concepire.
D’altra parte, sono sempre stata una studentessa brillante, un’amica fedele ed una sognatrice ad occhi aperti professionista, e questo mi bastava per sentirmi al mio posto all’interno del mondo per come lo vivevo io. Ma c’erano altri aspetti di me che mi sentivo di dover forzare per essere benvoluta ed accettata e che alla fine sono crollati come un castello di carte del quale non avevo alcun controllo. Io non ero la regina del ballo, anche quando volevo esserlo con tutte le mie forze e non ero nemmeno l’anima della festa, ma soprattutto non ero assolutamente così superficiale come fingevo di essere.

Per molti anni mi sono chiesta se tutta questa confusione riguardasse qualcosa di reale o se fossi semplicemente un gran pasticcio.
Mi ci è voluto un po’ di tempo per raccogliere tutti i dati, per ricordare la mia infanzia, per comprendere i miei fallimenti e le mie vittorie, ma alla fine, ho potuto finalmente vedere che c’era uno schema in tutti i miei comportamenti, e questo schema riguardava essere costantemente ansiosa e dubbiosa, sovra stimolata da input esterni ed interni, incapace di leggere le intenzioni delle altre persone.
Allora perché pur essendo ambiziosa, la migliore della classe, super efficiente al lavoro, con una grande memoria e attenzione ai dettagli, non riuscivo mantenere un lavoro o creare la mia vita lavorativa da sola? Perché non avevo tanti amici? Perché non riuscivo a farmi capire dagli altri?

Così, per tanti anni, ho navigo tra le acque scure dell’incertezza, dubitando di ogni mio passo e di ogni mia decisione, finché un giorno, uno show televisivo mi ha fatto vedere qualcosa che mi ha cambiato la vita: me stessa.
A quanto pare la TV serve a qualcosa!
Tutto è accaduto perché sono sempre stata una grande fan di Lauren Graham. I suoi personaggi erano tutto quello che io avrei voluto essere: agili, divertenti, pieni di vita, cordiali, avvolgenti, trascinanti. Quindi, dopo la fine di ‘Una mamma per amica’, ho aspettato che ritornasse sullo schermo con un nuovo progetto e quando ho sentito parlare di ‘Parenthood’ ho deciso di seguirlo immediatamente.
Il collegamento non è stato immediato, ma a forza di guardare e osservare ho avuto un’illuminazione: perché Max, suo nipote nella serie, mi stava ricordando qualcuno? Ero io quella persona?
È così che ho sentito nominare il termine Asperger per la prima volta, nel 2014. 
Anche oggi, nel 2020, non si parla abbastanza e in modo completo di autismo, ma allora era ancora più raro. 
Quindi non biasimo certo i miei genitori per non aver sospettato nulla e così nemmeno i miei medici o i miei insegnanti. 
Comunque, da quel giorno iniziai a leggere tutto il possibile a riguardo e con decisione e coraggio cercai dei test online per iniziare a farmi un’idea sui miei sospetti.  
Ricevetti un punteggio alto, molto alto. La risposta fu “non sei neurotipico, sei sicuramente neurodiverso”. 
Quando feci questi primi test, nel 2014, avevo molti problemi di lavoro e la mia testa era completamente focalizzata nella ricerca di qualcosa che finalmente potesse aiutarmi a “fare carriera”, quindi esplorai ulteriormente la possibilità che quel test fosse davvero indicativo di qualcosa (o forse avevo troppa paura di scoperchiare il vaso di Pandora). 
Per ora salto il racconto delle mie peripezie lavorative, che riprenderò più avanti, e vado alla fine del 2015, quando rifeci il test e ottenni un risultato superiore al precedente.  
Sapevo bene che si trattava di un test online, quindi non riuscivo a fidarmi completamente di quelle spiegazioni sommarie, ma comunque percepivo che qualcosa di vero doveva esserci e quello sarebbe stato il punto di partenza per un ulteriore indagine. 
L’anno successivo, durante una seduta, parlai timidamente dell’argomento con il mio medico e lui mi rispose candidamente: “Beh, siamo tutti un po’ autistici, quindi non preoccuparti. Una persona autistica si comporterebbe come Temple Gradin e tu non sei così. Mi sembri perfettamente normale!”
Lui era un medico, ed io no, così pensai che probabilmente avesse ragione, dopotutto, avevo vissuto la mia vita in modo abbastanza autonomo ed avevo fatto ricorso a tutte le mie forze per fare cose anche sopra la media. 
Certo, ero molto timida, strana, solitaria, in crisi nell’affrontare i compiti più semplici, ma non lo erano tutti? In qualche modo mi ero laureata, avevo un lavoro, un ragazzo molto paziente e un cane. Una 30enne quasi regolare.
Eppure, quando fui costretta a lasciare l’ennesimo lavoro, tra l’altro un lavoro che mi piaceva, per motivazioni che riguardavano come sempre i rapporti umani, sono scoppiata. 
A quanto pare, per la quarta volta, ero troppo: manipolabile, naïve, onesta, credulona, orientata ai dettagli, impaziente, precisa… 
Ormai nelle mie mani iniziavano ad esserci troppe informazioni senza risposta: i test online, i problemi al lavoro, l’esagerata percezione sensoriale e quella parolina che mi pulsava nella testa… autismo. 
Ci ho messo tanto tempo a prendere una decisione, ma a fine luglio 2018, stremata dalla mia stessa curiosità e voglia di capire, ho rifatto il test e dopo aver ottenuto il punteggio più alto di sempre, ho contatto il Centro Diagnosi Asperger più vicino.

To be continued… 


Diagnosis – To be or not to be defined?

All my life I have always been considered a strange, clumsy, lonely, extravagant, insolent, and socially “unskilled” person. In part, these definitions could also be correct, but I have always felt that there was something different in me, a drive to have to behave in a certain way to protect myself, help me and save myself from everything I could not understand and conceive.
On the other hand, I have always been a brilliant student, a faithful friend, and a professional daydreamer, and this was enough for me to feel at my place in the world I lived in. But there were other aspects of me that I felt I had to force to be liked and accepted and that eventually collapsed like a house of cards that I had no control over. I was not the prom queen, even when I really wanted to be one and I was not even the life of the party, but above all, I was absolutely not as superficial as I pretended to be.

For many years I have wondered if all this confusion was about something real or if I was just a big mess.
It took me some time to collect all the data, to remember my childhood, to understand my failures and victories, but in the end, I could finally see that there was a pattern in all my behaviors, and this pattern involved being constantly anxious and doubtful, over-stimulated by external and internal inputs, unable to read other people’s intentions.
So why despite being ambitious, best in class, super-efficient at work, with a great memory and attention to detail, what was the reason why I couldn’t keep a job or create a working life on my own? Why didn’t I have many friends? Why it was impossible for me to make others understand my thoughts?

So, for many years, I navigated through the dark waters of uncertainty, doubting my every step and every decision, until one day, a TV show showed me something that changed my life: myself.
Apparently, the TV is good for something!
It all happened because I’ve always been a huge Lauren Graham fan. Her characters were everything I wanted to be: agile, funny, full of life, friendly, enveloping, enthralling. So, after ‘Gilmore Girls’ ended, I waited for her to come back to the screen with a new project and when I heard about ‘Parenthood’ I decided to follow it immediately.
The connection was not immediate, but by dint of looking and observing I had an illumination: why was Max, her nephew in the series, reminding me of someone? Was I that person?
This is how I first heard of the term Asperger’s in 2014.
Even today, in 2020, there is not enough and comprehensive talk of autism, but then it was even rarer.
So I certainly don’t blame my parents for not suspecting anything and neither my doctors nor teachers.
However, from that day on I began to read everything possible about it, and with determination and courage, I looked for online tests to begin to get an idea of my suspicions.
And immediately I got a high, very high score. The answer was “you are not neurotypical, you are definitely neurodiverse”.
When I took these first tests, in 2014, I had a lot of work problems and my head was completely focused on finding something that could finally help me “make a career”, so I stopped exploring further the possibility that that test was indeed indicative of something (or maybe I was too afraid to open Pandora’s box).
For now, I skip the story of my work life, which I will resume later, and go to the end of 2015, when I took the test again and obtained a higher result than the previous one.
I was well aware that it was an online test, so I couldn’t completely trust those summary explanations, but still, I sensed that there must be some truth in it and that would be the starting point for further investigation.
The next year, in a session, I spoke shyly about the subject with my doctor and he replied candidly: “Well, we’re all a little bit autistic, so don’t worry. An autistic person would behave like Temple Gradin and you’re not behaving like that. You look perfectly normal to me! “
He was a doctor, and I was not, so I thought he was probably right, after all, I had lived my life quite independently and had used all my strength to do things even above average.
Of course, I was very shy, strange, lonely, struggling to tackle the simplest tasks, but who wasn’t? Somehow I had graduated, had a job, a very patient boy, and a dog. An almost regular 30-year-old.
Yet, when I was forced to leave another job, among other things a job that I liked, for reasons that, as always, concerned human relationships, I broke out.
Apparently, for the fourth time, I was too much: manipulable, naïve, honest, gullible, detail-oriented, impatient, precise …
By now, there was too much unanswered information in my hands: online tests, problems at work, exaggerated sensory perception, and that little word that throbbed in my head … autism.
It took me a long time to make a decision, but at the end of July 2018, exhausted by my own curiosity and desire to understand, I took the test again and after obtaining the highest score ever, I contacted the closest Asperger Diagnosis Center.

To be continued …

2 pensieri su “Diagnosi – Essere o non essere definita? \ Diagnosis – To be or not to be defined?

  1. Questa tua frase: “c’era uno schema in tutti i miei comportamenti, e questo schema riguardava essere costantemente ansiosa e dubbiosa, sovra stimolata da input esterni ed interni, incapace di leggere le intenzioni delle altre persone” mi risuona tantissimo. Grazie per aver aperto il blog, ti seguirò con attenzione.

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